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Stai leggendo: "Carte fresca in salsa tartara" di Quinto Moro

Parte I: Lei

Quando rientra a casa non mi guarda. Ormai fa così tutte le sere. Conviviamo da tre mesi. Il matrimonio è programmato per il prossimo agosto. Sta ingrassando. Non per quanto mangia in casa. Non tocca quasi cibo, anche se lo sento alzarsi nel cuore della notte per scavare nel frigo. Di solito mangia qualsiasi cosa che non abbia preparato io. Ogni sera io conservo il piatto così come l’ho messo in tavola, lo copro col cellophane e finisco per mangiarlo a pranzo l’indomani. Lui si butta sugli insaccati e sul formaggio. Arrotola una fetta di salame attorno un grissino e se lo ciuccia alla faccia mia. Ma non è per questo che ingrassa.
Ogni sera rincasa cinque minuti più tardi rispetto a quella prima. Più ciondolante della sera prima. Il bar dopolavoro, da vizietto è diventata regola. Offrono un giro a turno, poi a fine mese lui si lamenta per quanto costano gli omogeneizzati e i pannolini. Si lamenta del cibo scadente che compro, anche quando non assaggia un boccone.
Oggi sarebbe un giorno speciale. Il centesimo di convivenza. L’ho cerchiato in rosso sul calendario appeso accanto all’ingresso, vicino all’attaccapanni. Settimana scorsa ho sostituito il calendario dei gattini con uno di zoccole nude a cavalcioni su motori bisunti per vedere la sua reazione. Ci ha messo tre giorni a notarlo ed è rimasto a fissare il paginone stranito, poi s’è guardato intorno come se dovesse nasconderlo da me, che soffocavo la risata dietro l’angolo del cucinino. Quella sera abbiamo scopato per la prima volta da quando sono rientrata dall’ospedale, poi il bambino ha cominciato a piangere e lui se n’è andato al bar, o a puttane. Non è neanche rincasato per dormire.
Non fosse il primo del mese non avrei contato sulla sua attenzione alla nuova pagina del calendario e al numero cerchiato di rosso. A ben contare, il centesimo giorno era l’altro ieri, ma volevo aspettare la zoccola del mese per catturare il suo interesse. Ho scritto a lettere cubitali “100° giorno in questa casa”, con due cuori al posto degli zeri. Mi sto allenando ad essere patetica per quando saremo sposati anche se oggi no, non credo che arriveremo al matrimonio.
Sento la doccia scorrere per una buona mezzora. Lui consuma sempre tutta l’acqua calda, tutte le sere. Almeno quando si siede a tavola odora di pulito, nonostante il fiato da birra.
Ha messo la camicia e un paio di vecchi jeans. Non si è fatto la barba ma va bene così. Quell’aria da ragazzaccio, buona per un porno soft o per una foto segnaletica. Così irresistibile. Così da puttaniere di metà settimana. Quando siede a tavola fa strisciare la sedia, sgraziato come un ragazzino delle medie. L’ho aspettato seduta ed ora mi guarda di traverso: non c’è il piatto pronto come ogni volta.
Al centro della tavola ho piazzato i candelabri che avevo regalato a mia madre per un compleanno di tanti anni fa. Lei li aveva sempre desiderati, anche se poi non li ha mai usati. Quando mi sono trasferita li ha messi insieme al corredo di coperte, piatti e posate che ha racimolato nei suoi trentott’anni di matrimonio, un tesoro di casalinghi accumulati una raccolta punti dopo l’altra. Lenzuola col marchio della candeggina. Piatti con le spighe di grano della pasta. Posate e tazzine offerte da un’estinta marca di merendine. L’eredità di mia madre pare il testamento di Mike Bongiorno. L’abbondanza anni ’80 nella cultura dell’omaggio, delle pubblicità colonne sonore della mia infanzia, quando guardavo ancora il mondo dal basso verso l’alto pensando che un giorno sarei cresciuta. Allora il mio corpo non era diverso da quello di tutti gli altri bambini, essere femmina voleva dire solo avere capelli più lunghi e sedersi al gabinetto. Non era ancora maledizione. Non dovevo portarmi appresso, appese al petto come meduse affamate, queste due lattiere da spremere alla mercé di un piccolo alieno.
Sorridi Gaia. Sorridi quando fai cattivi pensieri. Sei cresciuta e guardi ancora il mondo dal basso verso l’alto ma va bene. Anche se non va bene. Un appartamento da quattro soldi in periferia, troppo lontano da un cinema decente, da un buon ristorante, da un medico degno di chiamarsi tale. Cento di questi giorni. Una cena a lume di candela. Ai piedi del candelabro, pane fresco con semi di papavero. L’oliera brilla come una stella piovuta dal cielo, colma d’ambrosia extravergine d’oliva. Ieri sono andata a comprare l’olio più costoso che avevano al supermercato, apposta per questa sera. Non si dica poi che è stato un capriccio del momento. Era tutto premeditato, studiato, voluto. Un piano perfetto, come il piatto che andrò a servire stasera.
“C’è niente per cena?” chiede lui. Una nota di irritazione nella voce. Sa di aver fatto lo stronzo, ma dal candelabro, la tovaglia buona, il vestito che indosso, capisce che non è un dispetto.
Indosso un abito da sera nero orlato di rosso. L’ho indossato per Halloween qualche anno fa. Non pensavo mi stesse ancora. L’ho indossato nelle serate estive, quelle da arrapamento facile, da tasso alcolico tendente alla scopata occasionale. Oggettivamente è un brutto vestito, ma invecchiando il tessuto traslucido s’è fatto opaco e potrebbe quasi sembrare roba seria, elegante, e gli inserti rossi un capriccio di qualche moda passeggera.
Sorrido. Lui ricambia appena, come imbarazzato. Sembriamo tornare ai nostri giorni migliori. Non che ne abbiamo avuti molti. Lui sta al gioco, è l’unica cosa che conta. Si è messo il profumo che gli ho regalato per il compleanno. Chiedo se ha un accendino. So che ce l’ha.
“Fai tu” gli dico.
Per un attimo sembra non capire. No testa di cazzo, lo sai che non fumo, non più almeno. Ne fumavo una ogni tanto prima della gravidanza ma nove mesi sono abbastanza per smettere. Io non c’ho mai creduto a quella storia, al terrorismo psicologico di mia madre che raccontava della sua amica che continuando a fumare in gravidanza aveva messo al mondo un cadaverino coi polmoni bruciati. È una stronzata. Lo so che è una stronzata, il corpo umano non funziona così. Ma quella storia è bastata a mettermi addosso incubi degni di una Veronica Quaife. Così ho smesso. Dovrebbe saperlo, il mio non futuro marito che non tocco tabacco. Poi ecco che ci arriva, rapito dalle candele come un gatto davanti ai fari di un’auto che ammicca a bordo strada. Si avvicina alle candele con calma, lo sguardo sottile come sospettando si tratti di dinamite.
“E’ diventato difficile trovarle” dico. Devo indicare le candele per farmi capire. “Quand’ero piccola, in casa non mancavano mai. Non ci sono più tanti blackout come una volta. Te lo ricordi? Quando si stava per ore senza luce?”
“Mi stai dicendo che ci staccheranno la corrente?”
Cerca di fare l’odioso, il tono è tagliente ma gli occhi dicono il contrario. Quando mi alzo si concede un’occhiata lussuriosa. Il vestito avvolge le mie curve non più perfette ma ancora buone nella penombra. L’agghindatura di orecchini, collier e bracciali deve far sembrare tutto una serata elegante, o una pantomima. È tutta bigotteria, prestata per giunta. Il mio oro è finito dritto al banco dei pegni tre mesi fa: la mia catenina del battesimo, due spille, il bracciale col mio nome in filigrana. Li rimpiango ancora. Rimpiango più che altro lo sguardo compatito dello stronzo che me l’ha comprato. Non che si sia degnato di offrire qualche centesimo in più al grammo. Niente sconti alla poverella incinta che vende le gioie d’infanzia. Dovevi tenere le gambe chiuse puttanella. È questa che pensa. Glielo leggo nello sguardo. Lo stesso che ho visto negli occhi di mio padre, del mio futuro sposo, nei miei davanti allo specchio.
 
Stappo il vino e riempio i bicchieri mentre lui accende le candele.
“Dove l’hai preso il candelabro?”
“E’ di mia madre. Cioè, era il suo. Gliel’avevo regalato poi me l’ha restituito. Ci sono rimasta male quando l’ho trovato nello scatolone. Non si dovrebbe mai restituire un regalo, ma lei non bada a queste sciocchezze. Io non posso fare a meno di pensarci invece.”
Zitta Gaia. Zitta. Queste cose a lui non interessano.
“Allora che c’è per cena?” mi chiede.
Mi alzo e lo raggiungo. Gli sfioro il collo. Non si è lavato bene. Ha sempre quell’alone rosso che non viene mai via. Polvere di mattoni dice, o rossetto da quattro soldi. Forse entrambe le cose. Quando ci siamo conosciuti adorava farsi baciare in quel punto, ora non ci avvicinerei la bocca nemmeno con un preservativo da labbra.
Sorrido. Tolgo dal frigo i piatti già decorati, fiera dell’impiattamento. Ho passato metà pomeriggio a cercare foto da copiare. Ho disposto le fettine su un letto di salsa, guarnite con ciuffetti di rosmarino e foglie di salvia. Mi sarebbe piaciuto partecipare a quel programma di cucina. Non avrei vinto ma chissà. Sono brava con le salse, e a sfilettare la carne.
Lui ingolla l’intero bicchiere di vino prima di assaggiare.
“Ma è freddo”
Lasci freddare la cena ogni santo giorno e quando la mangio l’indomani è buona. Ma non voglio fare polemica. Non adesso, testa di cazzo.
“Va servito freddo. Fidati”
“Questa che roba è?”
“Salsa tartara. A te piace la maionese”
“Sì, la maionese però”
“La salsa tartara si fa con la maionese”
Prende fiato per ribattere. Lo disarmo con un sorriso. Brava Gaia. Un sorriso per ogni pensiero cattivo. Lui tira il morso al suo lato odioso per non rovinare la serata. Che tesoro. Apprezzo lo sforzo, davvero. Dev’essere la prima volta che ci prova nell’ultimo anno, cioè da quando ci conosciamo.
Taglia la fettina di carne e sento il mio corpo raffreddarsi in un’ondata di sudore. Un mancamento, come quelli in gravidanza, d’estate, quando tutto sembrava succhiarmi via la vita, dall’ossigeno bruciato dai gas di scarico lungo i marciapiedi alla calura che mi spremeva i liquidi da ogni poro della pelle, facendomi inzuppare e puzzare di sudore. Come non bastasse il bambino a succhiar via tutto quello che mangiavo, come se ogni boccone finisse in un buco nero incapace di saziarmi, mentre lui là sotto continuava a scrollare il cordone ombelicale come una catenella del cesso ornata di campanellini, chiedendo di più, di più.
Sento le braccia del mio futuro marito stringermi. Salvata dal mancamento, dall’accasciarmi a faccia in giù sul piatto o lungo distesa. Mi tiene in piedi. Che tesoro. Non era così difficile. Un gesto gentile in otto mesi. Non è chiedere troppo.
“Non è niente” gli dico “sono solo stanca. Ho cucinato tutto il giorno”
“Per fare questo?”
Stavolta non s’è trattenuto. Certo gli sembra poca cosa. Preparare la carne, disossare, cuocere, ripulire fornelli e lavandino, apparecchiare la tavola. Torno a sedere, prendo un sorso di vino.
“Ho mandato una crostata a tuo padre, gli era piaciuta ricordi?” certo che non si ricorda “quando abbiamo fatto quella cena tutti insieme” questo sì, dovrebbe ricordarlo molto bene. “Quando ti hanno praticamente costretto ad accollarti un figlio che non volevi, e a me portare a termine una gravidanza indesiderata”
Vedo che mi guarda stranita. L’ho detto ad alta voce. Ho fatto confusione. Sono davvero stanca.
Lui manda giù il boccone con un altro sorso di vino, battendosi il petto col pugno, poi resta a fissare il piatto e giocherellare con la salsa tartara. Nel mio piatto ci sono solo verdure, niente carne, vorrei rimettermi in forma dopo la gravidanza. Ma la salsa tartara m’è venuta bene e volevo assaggiarla.
“Il bambino come sta?”
Lo chiede senza alzare gli occhi dal piatto.
“Lui sta bene” meglio di noi sicuramente. Senza una preoccupazione al mondo. “In effetti non credo che ne avrà mai”
“Di cosa?”
Mi sono confusa di nuovo. Dire ciò che si pensa non è sempre la cosa migliore, lo dice sempre il mio analista. O almeno lo direbbe se ne avessi uno. L’avrei voluto l’anno scorso, ma non potevo permettermelo. I miei avrebbero potuto darmi i soldi, ma non hanno voluto. Sono disposti a pagare le spese per il matrimonio, il ricevimento, le bomboniere per gli invitati. Ma mia madre non ha cresciuto una pazza. Così ha detto quando ho chiesto i soldi per uno psicologo. Mio padre non ha cresciuto una puttana. Così ha detto quando ha deciso che se ero rimasta incinta dovevo anche sposarmi. Non potevo abortire perché no, i miei genitori non hanno cresciuto un’assassina. Solo loro sanno cos’hanno cresciuto.
A pensarci ora fa ridere. Volevo essere giovane negli anni ’80. Sono stata accontentata. Gli anni ’80 sono venuti da me. Sono sempre stati intorno a me. Nelle parole, nei modi, nei toni, nelle decisioni della mia famiglia. Il mondo è andato avanti alla tv, su internet, nei libri, nei film. Pensavo d’essere andata avanti con lui, prima che mi venisse impiantata una macchina del tempo intra uterina. Non è stato nemmeno come tornare indietro, più come se avessero tolto la carta da parati a tutto il mondo, venuta via coi poster di Justin Bieber ed Harry Styles, tenuti su ad oltranza, quasi avessi saputo cos’altro avrebbero scoperto quelle pareti nude: non pareti lisce e bianche ma ruvide grattugie contro cui sbucciarsi i polpastrelli nella vana speranza di scrostare il tutto e poterci strofinare la guancia per una soffice carezza.
“Mi rispondi?”
L’ho fatto arrabbiare. Detesta quando mi perdo nei voli pindarici. Sorridi Gaia. Chiedeva del bambino.
“Dorme. Non gridare per favore”
“Non sto gridando”
“Cerchiamo di non svegliarlo”
Brava così, occhi da cerbiatta. Bugiarda. Sorridi, e finisci le tue verdure. Un altro sorso di vino. Dio, quanto mi è mancato. Da quanto non mi ubriaco come si deve? Doveva essere la prima cosa da fare appena rientrata dall’ospedale, ma una neomamma non lascia il suo bambino per andare a far baldoria con le amiche. Un’appendice spara latte, una culla a vibrazione manuale, una badante a tempo pieno per qualcuno che non ti è riconoscente ora e forse non lo sarà mai e In ogni caso non ricorderà nulla di tutto ciò che hai dovuto fare per lui. E la chiamano maternità. Un cane almeno è fedele, ti ama di quell’amore incondizionato e pieno che solo i ciechi fedeli di Dio riescono ad avere. Ma non i figli. Sono stata una figlia. Lo so come va. Non ho mai pensato troppo a quel che avevano fatto per me. Li ho odiati per le più vane sciocchezze, in quel misto d’affetto e sopportazione. Quelli sì che erano tempi felici. Prima che restassi incinta. Che diventassi una delusione. Che avessi motivo d’odiare davvero, tanto da progettare omicidi.
Se avessi amato di più i miei genitori, sopportato con più condiscendenza i loro spigoli e le loro brutture, mi avrebbero permesso di abortire? Sarebbe cambiato qualcosa? E mi fossi avvicinata all’ideale di figlia perfetta, sarebbe bastato uno schizzo di sperma a rendere tutto vano?
Il mio aspirante marito ha ripulito il piatto. Non lo vedevo farlo dall’ultima volta che siamo andati al ristorante, saranno stati due mesi prima che partorissi, che poi è stata anche la mia ultima uscita. La palestra premaman e gli esercizi di respirazione, le passeggiate al mobildiscount per la cameretta e il corredo del bambino non contano. Non nego sia stato spiacevole, tutte quelle attenzioni e quella gentilezza. L’interesse degli estranei per il mio corpo deformato aveva un che di commovente e incomprensibile. Io stessa ne ero rimasta affascinata e intenerita, prima di capire cosa si provasse. Quelle ragazze e donne col pancione a cui avevo scioccamente sorriso, come a mostrare un’entusiastica approvazione e sostegno, loro cosa provavano? Quante avevano sorriso morendo dentro, tra l’angoscia e il risentimento, la rabbia, per ciò che di nuovo trasformava i loro corpi, senza aver avuto il tempo di accettare sino in fondo le trasformazioni dell’adolescenza?
La gravidanza è quasi come tornare bambina, per un po’ sei il centro del mondo. Tutti ti sorridono, si preoccupano se stai male, se hai caldo o freddo, se hai mangiato abbastanza. Che presa per il culo.
Il mio aspirante marito ha fatto la scarpetta della salsa tartara – m’è venuta bene – ed ha preso a ingozzarsi di pane, affamato.
“Ce n’è ancora?”
“Certo tesoro”
Mi scappa da ridere. Anche lui sembra allegro adesso. Il vino ha dato l’ultima spinta a qualsiasi cosa abbia bevuto prima di rientrare. E’ strano. Non lo avevo mai visto bere vino prima della convivenza. Quando uscivamo la sera, potevamo scolarci ogni genere di cocktail, ora stiamo scivolando nella pantomima da coppia infelicemente non ancora sposata. Fuggirà anche lui prima delle nozze, come fece mio padre? I suoi genitori dovranno mandare qualcuno a riprenderlo fumato e sbronzo da un motel, strappandolo alle cosce di qualche mignottona? Ma noi no. Non ci arriveremo.
“Altra salsa tartara?” chiedo.
“Sì. È buona”
“E tu non la volevi assaggiare”
Faccio per alzarmi ma sono ancora spossata. Sto sudando. Ho mal di testa.
“Vado io” dice “tu vuoi qualcosa?”
Lo guardo avvicinarsi al frigorifero. Cerco di respirare, riprendermi.
“Sono queste?”
Mi mostra un piatto avvolto nel cellophane. Intravedo le fettine, piccole e sottili. Annuisco.
“Sicura che non ne vuoi?”
Scuoto la testa.
“Come ti pare” dice.
Copre la carne con fili d’olio e sale, ammucchia salsa e croste di pane a bordo piatto, si versa un altro bicchiere di vino.
“L’altra carne la cuoci domani?”
“Quale carne?”
“Quella nel frigo. Cos’è, coniglio?”
Mi fissa. Cos’è quello sguardo severo? Mi viene da ridere. Sto ridendo. Non è più solo un sorriso. Io rido e lui non capisce perché. Respira Gaia. Diglielo. Coraggio.
“Non”
No, non ce la faccio. Mi stringo la mano davanti alla bocca per non ridere. Un bel respiro. Devi dirglielo. Vediamo la sua faccia.
“Non è coniglio. È tuo figlio”
Fa uno sghignazzo. E’ sempre stato lui quello incline allo humour nero. Ci mette due bocconi prima di smettere di masticare. La mascella gli si apre. Riesco a vedere la poltiglia giallastra della salsa che tutto copre. Ha la premura di sputare sul tovagliolo invece che sul piatto. Mi vede per come mi sento, per la prima volta in cento giorni di convivenza. Meglio tardi che mai.
Sento come se gli occhi mi stessero cascando giù, spinti fuori dalle orbite, lubrificati da troppe lacrime. Non devo trattenere i singhiozzi, non li sento arrivare. La faccia del mio aspirante marito è quasi la stessa del giorno che ho scoperto d’essere incinta. Oltraggiato. Come se gli avessi fatto un grave torto.
Lo sento muoversi per casa, aprire e chiudere le porte: la cameretta, la nostra camera da letto, il bagno. Chiede dov’è. Dov’è il bambino che nessuno voleva, che ho dovuto tenere tra le viscere a divorarmi dall’interno, a tormentarmi la notte nel terrore che gli spuntassero le unghie e i denti e che si mettesse a scavarmi dentro, non pago di darmi il voltastomaco ogni mattina e gettarmi nell’incontinenza ad ogni ora del giorno. Dov’è il bambino che mi ha resa sgualdrina agli occhi dei miei e suoi genitori. Che ci ha buttati indietro nel tempo e trasformati a un cliché dell’italietta bigotta.
“Te l’ho detto dov’è” mi costringo a dirgli tra un singhiozzo di pianto e uno di riso.
Mi stringe per le braccia, mi afferra per il collo. Mi strappa il vestito. Ma no, non è passione. Non è ora di scopare. È arrabbiato. Piange? Perché poi? Ma lui urla e insiste.
“Te l’ho detto dov’è”
Non vuol sentire. Si attacca al telefono. Chiama sua madre prima della mia. Le care mamme, i cari papà. Non avremmo dovuto arrivare a questo punto. Avrei dovuto premere il taglierino sull’inguine e strapparmi di dosso il bambino che tanto volevano, dividendolo a metà con fare salomonico: prendetelo, è di chi lo vuole, tutto vostro. I miei genitori, i suoi genitori. Gli unici a volerlo. Bugiardi. Ma è questione di buonsenso. Così dicevano. Questione di responsabilità. Responsabilità nostra. Responsabilità davanti a una sbronza. Davanti alla voglia di una scopata. Di uno schizzo al momento sbagliato. Di due stronzi che non si conoscono e si scopano in un cesso o nel parcheggio di una discoteca. Bella storia da raccontare ai piccoli, come mamma e papà vi hanno messi al mondo.
Il tempo scorre strano. Le candele sono quasi consumate. La casa è piena di gente. Tutti agitati. Perché poi? Andrò io in prigione. O magari in analisi, finalmente. Avrei voluto andarci prima. Ma lo sto solo immaginando. Non c’è nessuno. Siamo soli io e lui. Non c’è abbastanza spazio in questo schifo di appartamento. È già un cesso per una persona sola, figurarsi per due. O per tre.
Quando lui mi salta addosso accolgo il puzzo del suo fiato, del sudore che gli ha rapidamente impregnato i vestiti. Vedo la scena dall’esterno. Una minuscola, bizzarra e stronzetta parte del mio subconscio l’aveva, non dico programmata, ma intuita. Tutta la scena. Il suo espirare forte dal torace in una specie di latrato cagnesco misto alla disperazione d’un bimbo viziato cui la mamma ha strappato il giocattolo più bello, nemmeno gli avesse mozzato l’uccellino coi forbicioni da sarta e ficcato ferri da calza su per le piante dei piedi. È un latrato rabbioso più che disperato. Somiglia a una statica da canale radiofonico a volume troppo alto mentre sulla tangenziale passi dal confine tra una provincia e l’altra, e un canale muore addosso all’altro fra gorgheggi indistinti. Segue l’ondata di carne del suo corpo, abbattuta sulla spiaggia secca del mio collo tramite due rugosi e ritti sterpi nodosi. Le sue mani. Le stesse dita che mi stringevano i polsi nella foga del concepimento affondano ora fra la trachea e le giugulari. Prendo un respiro come chi, cadendo dalla poppa di una nave, non sa quanto ossigeno gli servirà quando piomberà in acqua. Sono la Rose DeWitt Bukater sulla sliding door opposta del tuffo nell’oceano. Volevo essere la Rose DeWitt Bukkaker che si fa imbiancare la faccia invece di farsi ingravidare dal primo coglione che passa. Sono quella che preferisce morire da puttana invece che da moglie. Mi sforzo di guardarlo negli occhi fino all’ultimo respiro, mentre il suo volto rosso e sudato, intriso di disperazione lacrimevole mi si scioglie davanti ed io lo affronto con un sorriso a metà fra tenerezza e scherno. Alzo gli occhi al cielo, dove spero di non trovare alcun dio stronzo a giudicarmi se mai dovrò giungere al suo cospetto. Meglio un inferno onesto che un paradiso ipocrita.

> continua >

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