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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

1. Aigor

 

Il telefono squillò violento e irritante, una cacofonia di cinque tuoni consecutivi, frenetici, sovrapposti, un’eco elettronica al ruggito squarciante che squassava i vetri e la carta di riso dell’abat-jour come una grancassa. La massa gibbosa di coperte e pelle glabra faceva sembrare il letto a due piazze una brandina per bimbi. Rotolando sul fianco, col suono che avrebbe fatto la ralla non ingrassata di un camion in una curva a gomito, dall’enormità del corpo spuntò l’appendice di un braccio polimorfo, cascante. Le dita salsicciottesche picchiettarono sul display del cellulare con agilità singolare, aiutate dalle unghie tagliate in modo strategico, con la punta a triangolo, così da raggiungere i tasti in modo agevole senza soccombere alla molle vastità dei polpastrelli. Dall’apparecchio partì una voce trafelata che si mangiava le parole e avrebbe reso difficile la comprensione anche ad un uomo ben sveglio. Alla fine del primo guazzabuglio di frasi l’omone fece un sospiro.
“Tu, chi cazzo sei? … … D’ora in poi ti chiamerò Aigor. Dov’è successo? … … Santa Restituta… sì, lo conosco, l’ho fatto costruire io. Ci sono morti? Feriti? … … Mi chiami alle, vediamo, le due meno un quarto per dirmi le cose che non sai, fai un respiro e dimmi le cose che sai … … Quanto allagati? … … Hai fatto cosa? … … Li hai minacciati col fucile?  … … E la corrente c’è? … … Va bene Aigor, rimani lì e cerca di non ammazzare nessuno e di non farti ammazzare. Se devi proprio scegliere, scegli di morire in pace. È tanto che non ti confessi? … … Era una domanda retorica. Stai calmo, ci pensa Padre Manno, giusto il tempo di arrivare. Non fare altre cazzate … … No che non ti ammazzerà nessuno Aigor, finché stai chiuso lì dentro non rischieranno di farsi uccidere solo per prenderti il fucile e, Aigor, lo sai che sei licenziato sì?”

Un tuono spezzò il silenzio di fine chiamata. Padre Manno osservò i vetri bagnati come a decifrare un messaggio segreto tra le gocce che resistevano al vento. Ruotò sul proprio corpo globoso, quasi che le ossa potessero rimescolarsi sotto l’ammasso di pelle e grasso, rientrando da un lato e spuntando dall’altro come corna di lumaca. Un brontolio partì dal ventre gibboso ricordandogli tutte le ore, i minuti e i secondi che erano trascorsi dal suo ultimo pasto. Il telefono squillò ancora.

“Sì … … sì mi ha appena chiamato, sono già in piedi … … no tranquillo, ci penso io”

Padre Manno sospirò tra sé la battuta di un vecchio film: “e chi chiamerai?”

 

La strada consumata e le buche facevano mugugnare le gomme e quel che restava delle sospensioni del furgone, in una cacofonia che pareggiava i gorgheggi del motore scassato. L’asfalto reso albino dai decenni, lucido nell’umidore della pioggia, amplificava i fari troppo tenui del Fiat Ducato. Il furgone, bianco e pezzato di sbucciature rugginose come un appaloosa obeso, teneva la strada più per abitudine che per volontà. Gli ammortizzatori anteriori, messi a dura prova dal peso dell’autista, non impedivano al paraurti di fare la barba all’asfalto.

La provinciale era deserta. Poche luci in lontananza, per lo più fari accesi sopra i cancelli dei capannoni agricoli, segno che le linee non erano saltate. Già questo era un miracolo. Padre Manno diede un’occhiata al display sul telefono per l’ora esatta, erano passati quindici minuti da quando Aigor aveva chiamato e, con tempismo magico, il cellulare gli squillò in mano. Era di nuovo lui, Aigor, la voce indistinguibile per il baccano. Padre Manno poteva immaginare la scena: quaranta braccianti incazzati neri, bagnati fradici, che prendevano a pugni e calci un gabbiotto di lamierato per tetti arrugginito e sforacchiato, col chiaro intento di seppellirci dentro il caporale Aigor. Padre Manno chiuse la chiamata e affondò il piede sull’acceleratore. Il Ducato non diede d’aver percepito la fretta dell’autista.

Quando Padre Manno arrivò al cancello del campo il temporale era ormai passato e il cielo si apriva per mostrare qualche timida stella. La quiete dopo la tempesta riguardava solo il cielo, perché oltre i fari che stagliavano artigli d’ombra sull’ingresso del piazzale, s’udiva un marasma di voci e batter di bastoni sul metallo. Il baccano giungeva sin dentro la cabina del furgone. Padre Manno fece gli abbaglianti e strombazzò il clacson tre volte. Le torri faro erano spente, così come i lampioncini e i faretti montati sul vecchio silo per lo stoccaggio dei mangimi, residuato degli anni ’80, quando la struttura era un pollaio. Un solo bracciante gli si fece incontro ad aprire il cancello. Anche nell’oscurità notturna, illuminato appena dai fari, Padre Manno lo riconobbe come uno dei più anziani, un tunisino di cui riconosceva il volto e l’andatura, pur non ricordandone il nome. Quando Padre Manno aprì il finestrino finse di ricordarsi di lui. Il tunisino gli si rivolse con calma e rispetto, come se non si stesse per consumare un linciaggio a pochi passi da loro. Il gabbio di lamiere ballava a destra e a sinistra, pronto a crollare sulla testa del povero Aigor.

Padre Manno non perse tempo a farsi rispiegare, mosse il furgone a passo d’uomo sulla sterrata sino al selciato, a metà tra il gabbiotto e il capannone accartocciato su sé stesso al culmine della bufera. Quando Padre Manno scese, le sospensioni fecero riguadagnare al furgone trenta centimetri d’altezza. Non disse una parola, inforcò le sue ciaspole da fango e raggiunse l’ammasso di lamiere ch’era stato il capannone, presso la colonnina del contatore elettrico. Fece scattare gli interruttori a turno per dedurre quale linea escludere, riuscendo dopo qualche tentativo a far accendere i fari in cima al silo per mangimi. La montagna di braccianti incazzati sovrastava il gabbiotto a prigione di Aigor come l’orda famelica in un film di zombi. Ridestata dal ritorno della luce l’orda abbassò i decibel delle urla, alcuni uomini si staccarono dal branco ma altrettanti aumentarono l’intensità dell’assalto. Padre Manno afferrò un piccone e una pala, lanciò la seconda al tunisino che gli fece un riassunto degli eventi: alcune teste calde avevano protestato perché non c’erano abbastanza stivali per tutti, perché s’affondava nel fango sino alle ginocchia e perché non ne potevano più di lavorare sotto il diluvio. Gran parte del lavoro nei campi si svolgeva a notte fonda, non tanto per il sollievo dei braccianti quanto per la comodità di rivenditori e trasportatori, ché la merce andava raccolta la notte per essere caricata prima dell’alba, per la consegna nei supermercati ed ai banchetti del mercato ortofrutticolo, in favore degli ambulanti che ancora resistevano in un settore sempre più dominato dalla grande distribuzione.

Era evidente che il campo di Santa Restituta non avrebbe prodotto il pieno carico previsto per quel giorno. Alle proteste dei braccianti Aigor li aveva insultati, e allo scaldarsi degli animi aveva preso il fucile, rinchiudendoli in uno stanzino del capannone. Quando la struttura era crollata su sé stessa per le sollecitazioni del temporale, tutto il campo era insorto. Mentre riferiva gli eventi il tunisino era calmo, era un caporale anziano ed esperto, non era la peggior situazione che avesse mai visto, ma gli si leggeva in volto il dubbio se adoperarsi per calmare i braccianti o unirsi al linciaggio.

Padre Manno fece mente locale, ricostruendo sulla lavagna delle palpebre chiuse la planimetria di quell’alloggio di fortuna. Erano passati vent’anni da quando aveva fatto allestire le stanze nel ventre rugginoso e già decadente di quel capannone per polli. Le urla dei sopravvissuti, sommersi di lamiere e fango, resero più facile identificare il punto dove scavare. Per l’orda, la sete di sangue era più forte del desiderio d’aiutare i compagni. Che i braccianti morissero in situazioni di quello o d’altro tipo era considerato, se non normale, accettabile da tutti. I braccianti non erano una massa coesa di compagni che remavano tutti nella stessa direzione. Quelli sopravvissuti a più di tre stagioni sapevano che l’infortunio o la morte di qualcuno poteva dare l’opportunità di uno scatto di posizione e responsabilità, l’addio al precariato da dentro e fuori e l’accesso fisso a questo o quel campo, magari la conquista di un alloggio in loco, com’era certamente stato per molti dei presenti. Benché le rivolte fossero rare, la vendetta aveva la priorità sul salvataggio: lasciar morire un compagno per conquistarne il posto, sul campo e nelle baracche, e vendicarlo per lavarsi la coscienza, quella era la forma di darwinismo che Padre Manno e i caporali sottoposti si adoperavano per nutrire, selezionando per i campi i più adatti a quello schema di priorità.

A Padre Manno bastò accostarsi alle macerie e fare leva col piccone su una trave perché il grosso degli invasati si disperdesse dal gabbiotto mettendosi al lavoro. Alcuni tra i più inferociti rimasero di guardia perché Aigor non fuggisse, ma rinvigoriti dalla tregua del temporale e dalla luce elettrica, i braccianti si trascinarono gli uni gli altri a lavorare sulle macerie. Pochi conoscevano Padre Manno da vicino, ma certo ne avevano sentito parlare e l’avevano visto almeno una volta. Di lui sapevano ciò che bastava sapere, che era l’autorità sopra i caporali, che risolveva i problemi, ed era un’autorità giusta.

Padre Manno attese che le urla di dolore sotto le macerie e la rabbia generale di chi stava sopra facessero nascere le prime liti su come procedere agli scavi, allora diede al caporale tunisino le chiavi del furgone e fece scaricare gli attrezzi, altri picconi, martelli e guanti, la prolunga da cantiere, il generatore a gasolio e la smerigliatrice. Padre Manno divise i braccianti in tre squadre, la prima e più numerosa, composta dai più giovani e robusti, fu destinata allo scavo e al taglio delle travi. Una seconda fu mandata con picconi e pale a scavare una fossa dietro il vecchio silo per mangimi. La terza fu mandata a svuotare i beans del raccolto, per riversare zucchine e melanzane nuovamente nelle cassette, da disporsi presso la sterrata principale ed essere poi caricate sul furgone. Padre Manno aveva calcolato che nel tempo e nelle braccia perse non c’era neanche mezzo carico, troppo tardi perché si recuperasse il perso rispettando il quintalaggio e l’orario di consegna. Dopo un giro di telefonate ai distributori del mercato ortofrutticolo e ai suoi contatti nei discount della provincia avrebbe piazzato la merce di persona, aumentando di poco il prezzo per ammortizzare una piccola parte della perdita. Per le nove del mattino tutta la merce venduta al dettaglio avrebbe avuto un cartellino maggiorato di cinquanta centesimi al chilo, o un finto sconto del dieci per cento sul prezzo di giornata ritoccato al rialzo.

Quando dalle macerie venne estratto il cadavere del primo bracciante – un ivoriano di circa vent’anni col cranio aperto da una trave arrugginita – gli animi tornarono a scaldarsi. Padre Manno richiamò l’attenzione sui due che ancora gridavano e pregavano Allah. Un braccio e una testa si distinguevano nell’ammasso di fango e sangue che sembrava gorgogliare dal sottosuolo come una fumarola di Pompeii.

Confabulando col caporale tunisino e un suo vice, accertandosi di non essere interrotto, Padro Manno andò a far visita ad Aigor. Bussò gentilmente sul gabbiotto, la porta ormai ridotta a una concavità informe prossima al cedimento, e attraverso una breccia si fece passare il fucile.

“Resta ancora qui ch’è meglio Aigor” disse Padre Manno. Tutte le teste si voltarono – molte di sottecchi, senza farsi accorgere – a guardare il passaggio del fucile, e ci fu un vociare in lingue miste che attraversò tutto il branco, andando a morire nelle occhiate al caporale tunisino. Padre Manno non imbracciò il fucile, lo impugnava per la volata, in cima alla canna, col calcio che pestava a terra, appoggiandovisi come a un bastone. Andò vigilare sugli scavafosse per correggere la misura e la profondità della buca. Un secondo cadavere – un bengalese minuto e privo di ferite, col fango che gli traboccava da bocca e narici lasciando pochi dubbi sulla causa della morte – venne estratto e posto accanto all’altro. Fu poi il turno di due sopravvissuti, uno era egiziano e non aveva mai smesso di urlare da che Padre Manno era arrivato, la gamba sinistra ritorta al contrario, il ginocchio frantumato e gonfio, di dimensioni abnormi per un travaso di sangue interno ma senza efflusso, a gonfiare un vistoso ematoma. Aveva anche entrambe le braccia rotte e un occhio tumefatto. L’altro era un algerino quasi bianco, il prorompente naso aquilino aperto a metà, nella giuntura tra osso e cartilagine, e se l’era cavata con poche altre escoriazioni, forse qualche costola fratturata, ma si reggeva sulle sue gambe e suscitò in Padre Manno una punta di tenerezza mentre cercava di rendersi utile unendosi agli scavi.

Mentre albeggiava, si scoprì che i puniti dal caporale Aigor erano otto e non sei, con cinque morti e tre sopravvissuti. L’ultimo estratto vivo dalle macerie aveva un braccio rotto e un piede al contrario, il malleolo sporgente dalla pelle come un bubbone d’osso pronto ad esplodere. Era quello che si lamentava meno, si chiamava Omar ed era anche lui algerino, appariva più vecchio di quanto non fosse a un’occhiata attenta – non doveva superare di molto i vent’anni – alto e robusto, il corpo un fascio di muscoli e nervi. Era stato lui l’agitatore principale, come non mancò di precisare il caporale tunisino.

I tre sopravvissuti vennero caricati sul Ducato di Padre Manno, che fu manovrato in retromarcia sin dietro il silo dove la fossa era ormai abbastanza larga e profonda, benché sembrasse una lurida piscina per la risalita d’acqua e fango. Padre Manno concesse pochi minuti di pausa ai braccianti che stavano ancora travasando gli ortaggi dai beans alle cassette, perché presenziassero alla piccola cerimonia di sepoltura, officiata con fare consumato dal tunisino. Mentre i braccianti urlavano ad Allah per l’ingiustizia delle loro vite, Padre Manno si allontanò col suo bastone tonante verso il gabbiotto.

“Apri Aigor, che dobbiamo parlare del tuo futuro”

Aigor spiò con attenzione ma riusciva a vedere poco, benché Padre Manno non fosse particolarmente alto con la sua stazza – la pancia portentosa, le gambe e le braccia gonfie e sformate – nascondeva il mondo intero. Ovunque Aigor guardasse, c’era solo Padre Manno. Un tozzo, basso gigante.

“Passami il portafogli”

Aigor ubbidì. Conosceva Padre Manno di fama: un’istituzione, uno con cui non si discuteva e non si scherzava, il Winston Wolf del caporalato del Sud Italia.

“L’indirizzo nella carta d’identità è giusto?”

Aigor annuì.

“Insomma qui ci vivi, no?”

“Sì signore”

“Non chiamarmi signore, non siamo nell’esercito. Tu sei caporale ma io non sono ammiraglio, anche se nell’esercito lo sarei”

Padre Manno si lasciò sfuggire un sorriso, calmo e rassicurante, come se dietro di lui non ci fossero quaranta sfumature di pelle nera con gli occhi iniettati di sangue.

“T’era mai successo un casino così, Aigor?”

“No signore, voglio dire, Padre Manno”

“C’è sempre una prima volta. Una prima volta brutta, ma in questo lavoro capita. E dimmi: in questa casa – sollevò la carta d’identità picchiettando con le dita grassocce sull’indirizzo – c’è una famiglia? C’è una moglie, dei figli?”

“No”

“O magari mamma e papà? Sei grandicello ma magari vivi con loro?”

“Mia madre è in un istituto, mio padre è morto l’altr’anno”

“Mi spiace. Quant’anni aveva?”

“Sessantuno”

“Giovane. Cancro?”

“Cirrosi”

“Ahia. Eh, pure io c’ho il fegato ingrossato come puoi vedere” fece Padre Manno picchiandosi la ciccia “ingrossato come tutto il resto.” Rise, facendo una pausa studiata per scorgere la rilassatezza sulla fronte di Aigor per poi farsi serio. “Questo è un lavoro delicato Aigor, portarsi il fucile è già una cazzata di suo, puntarlo contro un esercito di negri incazzati non è stato intelligente. Non siamo schiavisti dell’Alabama. Se uno di questi non vuol lavorare non lo puoi costringere e non lo devi minacciare, basta che gli togli la paga. Ne perdi due, ne trovi altri cento. Un carico non si completa in tempo? La soluzione si trova sempre. In questo mestiere fanno carriera quelli che sanno accomodare le cose, non quelli che creano altri casini, e se non sei abbastanza intelligente da capirlo non sei fatto per questo mestiere.”

“Se non li avessi costretti ad uscire a lavorare ci sarebbero morti tutti sotto quel capannone”

“Può darsi, ma tu ce li hai chiusi dentro, e ci sono rimasti. Se avessi fatto bene il tuo lavoro, senza cazzate, magari quelli crepavano lo stesso, ma non se la prendevano con te. Tu sei diventato il colpevole ai loro occhi, perciò non ti posso più usare in questo campo, né in altri campi dove mi tocca fare da chioccia perché i coglioni come te non sanno gestire le cose. Perciò facciamo così, quante giornate hai fatto questo mese? Oggi è quindici, prendi tutto a nero no? Facciamo cash, te li pago io di tasca, ecco a te”

Padre Manno ficcò due centoni nel portafogli di Aigor e glielo restituì.

“Per quello che manca, liquidazione e danni si compensano. Sei d’accordo? Vedo che sei d’accordo” disse Padre Manno, battendo il calcio del fucile a terra come a suggellare l’intesa. “Adesso tu vai, comportandoti da uomo, cammini sino a quella fossa e fai almeno finta che ti dispiace. Mentre cammini tieni gli occhi bassi perché qualcuno potrebbe cavarteli. Finché ci sono qua io nessuno farà un cazzo di niente. Vai là, rendi omaggio ai morti, e ti levi dal cazzo per sempre.”

Aigor annuì. Camminò a passi incerti, sforzandosi di non incrociare lo sguardo dei braccianti che vociavano in un misto di dialetti africani ed est asiatici. La piccola folla s’era aperta per lasciar passare Aigor, Padre Manno gli diede una pacca al centro della schiena che gli spezzò il fiato e lo spinse finalmente al cospetto dei cadaveri.

“Vuoi dire una preghiera Igor?” chiese Padre Manno. L’uomo sussultò, l’esser chiamato col suo vero nome gli fece un effetto strano, sgranò gli occhi per un’illuminazione tardiva, l’istinto di girare i tacchi e scappare fu spezzato insieme alla sua spina dorsale nello scoppio d’ossa e polvere da sparo. Era ancora vivo quando la sua faccia andò a piantarsi nel fango, la sensazione d’esser spezzato in due fu l’ultima di cui ebbe contezza, insieme ai residui impulsi nervosi sulla pelle, i polsi, i palmi contro gli ammassi di carne e fango dei cadaveri sotto di lui, e il morbido della terra contro gli zigomi e le labbra, prima che il suo cranio diventasse poltiglia per il colpo di grazia.

Le fucilate avevano zittito ogni mugugno rabbioso nella banda di braccianti. Il silenzio disomogeneo, come acqua e ghiaccio fluttuanti sopra la scena. C’era quello soddisfatto di chi bramava vendetta, un sentimento che nulla aveva a che fare con la solidarietà e il cameratismo per i compagni morti, e c’era quello di chi al cospetto della morte si sentiva comunque a disagio, provando un’intima vergogna e un leggero sollievo per esser stato sollevato dalla colpa che nell’estasi rabbiosa del branco avrebbe portato al linciaggio del caporale.

Padre Manno sparò gli ultimi tre colpi al cielo, a mo’ di salve d’onore, poi svitò il tappo che stringeva la canna alla carcassa del fucile, lo scompose e ne gettò i pezzi nella fossa, mettendo in tasca l’otturatore e il gruppo di scatto, nel caso qualcuno si fosse messo in testa di dissotterrare l’arma.

Quattro braccianti richiusero la fossa mentre Padre Manno mosse nuovamente il furgone coi feriti presso il gabbiotto. Vennero fatti scendere, Padre Manno voleva solo che assistessero alla scena. Si sarebbe occupato di loro più tardi. Il furgone fu stipato di cassette traboccanti zucchine, melanzane e pomodori.

>>> continua

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