Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro
10. Il banchetto
Padre Manno aveva indossato il vestito buono, uno smoking bianco in Ponte Roma tessuto e cucito su misura per far lavorare al meglio l’elastan sulle sue forme strabordanti, messe a dura prova dal recente assorbimento di Omar. Era passata una settimana e la digestione sarebbe durata altre due, ma la pancia aveva ripreso la rotondità abituale. Il cuore e il fegato, ingrossati nello sforzo digestivo, erano quasi tornati alla dimensione naturale. Padre Manno lo sentiva nella ripresa di vigore della camminata, sfiancante e sudorifera quei primi giorni, quando ad ogni decimo passo doveva rifiatare.
Padre Manno stava invecchiando, e il processo chiedeva al suo corpo l’abbandono a quella fame antica sempre più di frequente. Non era sazio e non lo sarebbe mai stato, ma era in pace con sé stesso. Le endorfine viaggiavano come treni merci a pieno carico, restituendogli istanti di autentico vigore ed entusiasmo per il lavoro. Già si vedeva a tornare tra i campi a fare il caporale sotto il sole, a dare ordini ed ergersi a buon padre di famiglia tra le mandrie di negretti scappati di casa, magari adocchiando il prossimo pasto. Parte di quell’entusiasmo veniva dal modo in cui aveva gestito una situazione potenzialmente dannosa per gli affari. Era ancora indispensabile. Era quello a cui non bisognava nemmeno chiedere come si fosse risolta una questione. Il banchetto era il modo migliore per dire che tutto andava a gonfie vele.
La parata dei capi era disordinata, uno spettacolo che Padre Manno poteva godere dalla terrazza, vista parcheggio da un lato e vista mare dall’altro. Nonostante la cornice lussuosa del villino tinteggiato di fresco a spiccare nel verde di macchia mediterranea sulla scogliera, non c’era niente di sfarzoso nella cerimonia, ed erano rari i capoccia che s’avventuravano per la sterrata con auto di lusso. La maggior parte giungeva a bordo di utilitarie, spesso di proprietà di un dipendente, o su furgoncini carichi d’attrezzi da giardino e cassette di plastica nera vuote, con qualche occasionale dono da scambiare.
Nella manfrina delle strette di mano, a singhiozzo tra il parcheggio e l’ingresso del villino, tra il salotto rinfrescato dall’aria condizionata alle arcate del terrazzo, uno spaccone presentava sorridente la moglie ad ore, sfoggiata come un bipede gioiello di carne. I più si presentavano da soli o con un caporale di fiducia al seguito, qualcuno con un minimo di competenza nel discutere faccende di lavoro, giusto per iniziare una frase lasciando che il sottoposto in modo logico. Mescolata ai capi c’era una sottoclasse d’impiegati, intermediari tra dirigenti d’azienda e i caporali, di cui Padre Manno si divertiva a distinguere le differenze antropologiche, così come riusciva a notarle tra appaltanti e appaltatori.
Padre Manno seguiva i volti legati dal filo invisibile della gerarchia: lo “Zio” che comprava e smerciava presso i franchising della grande distribuzione, l’appaltante sotto di lui e la miriade di piccoli consorzi e aziende agricole che piantavano, trasportavano e raccoglievano le tonnellate di pomodori e zucchine prodotti là dov’era crollato il capannone, e dove ne sarebbero crollati altri. Là dove in una fossa comune stavano sei cadaveri, e là dove se ne sarebbero sepolti altri.
Quella di Aigor era l’unica scomparsa che potesse interessare le autorità italiche, sempre che ci fosse qualcuno a denunciarla, nel qual caso cugini e colleghi avrebbero sparso dubbi sottovoce, magari su gusti sessuali non convenzionali, così che il pregiudizio facesse gioco al silenzio e alla riservatezza sul destino dello scomparso. Non c’era rischio che i braccianti denunciassero, la lingua dell’omertà era universale e i più ne conoscevano la muta grammatica senza sbavature di pronuncia.
Mentre Padre Manno tagliava il sanguinaccio al gusto di Jalal per servirlo con pane tostato, seguiva il distribuirsi degli avventori fra le tavolate sul terrazzo a loggiato, apparecchiate con tovagliette di carta a quadretti rossi e piatti di ceramica di ogni forma e colore, pervenuti negli anni dalle nonne e zie di tutti.
Il chiasso del banchetto era quello giusto, quello spensierato del rumore di piatti e brindisi, mentre del chiasso fatto da Omar e compagni si sarebbe parlottato come di un pettegolezzo. Non ci sarebbero stati articoli di giornale per morti bianche da lavoro nero, che non avrebbero danneggiato il sistema ma potevano rompere la luna di miele con la questura. La questura dal canto suo era felice che si tenessero impegnate le orde dei magrebini, tutto pur di non vederseli a zonzo per il centro città, ad irritare gli occhi dei passanti, a ferire con le tonalità scura delle loro facce gli sguardi delle pallide signore, desiderose di guadagnare una gradazione di abbronzatura con una dieta ricca di beta carotene, agevolata da quei pomodori a meno di tre euro al chilo.
Padre Manno ricevette i complimenti per le sue tagliatelle all’uovo, lavorate dalle sue grasse dita e dalle robuste braccia, servite con ragù di Rayan misto a carne e grasso di maiale per un gusto più stratificato e corposo. Della stessa origine del ragù era la carne servita in straccetti con rucola e grana, giudicata da qualcuno troppo asciutta, meglio apprezzata nella variante in umido con vino sfumato.
A metà del pasto, quando ormai tutti erano serviti e il flusso delle chiacchiere andava al ritmo rapido delle tracannate di vino rosso, un piccolo e tignoso contabile approcciò Padre Manno, chiedendo se il posto liberatosi al campo di Santa Restituta fosse già stato riassegnato. C’era altrimenti un cugino in disoccupazione agricola che cercava un posto. Uno affidabile. Non come Aigor. Uno che non avrebbe scazzato.
Fine