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Stai leggendo: "Giallo Modena" di Quinto Moro

Parte 2

Stando alle più recenti strisce di Modena, la sua fidanzata non lo lascia perché è troppo affezionata a Wof, e lui non saprebbe prendersene cura. Gli rimprovera di farlo vivere come un recluso, di non portarlo a spasso, di esserne geloso, e di tenere più al suo cane che agli esseri umani.

La ragazza di Modena è l’unica che commenta i post delle sue strisce. Litigano lì, nella pubblica piazza della sezione commenti, per quanto possa essere pubblica la piazzetta di un paesino abbandonato nel buco del culo della Sardegna.

I commenti di Magda non riguardano mai le strisce pubblicate. Mi pare si chiami così la sua morosa, Magda, o un altro nome strano con consonanti che non dovrebbero stare insieme, come la G e la D – o come Modena e Magda.

Magda fa parte di quella categoria umana che risponde alle abitudini più curiose, come rispondere ai suoi stessi commenti, in attesa che il moroso s’inserisca nel soliloquio trasformandolo in discussione, in lite che possa certificare la sanità della relazione. È così che anche i rari commenti degli estranei non riguardano i fumetti di Modena ma le liti. La spirale dei commenti ha portato ad un aumento del numero di iscritti. Quelli di Modena sono sempre dodici – qualcun altro ha preso il mio posto – quelli di Magda esprimibili in potenza di dodici. Le donne appuntano cuoricini alle sue lamentele e le sue osservazioni sui comportamenti di Modena. Gli uomini appuntano cuoricini ai selfie scollati di Magda.

 

La situazione è peggiorata nel giro di un mese. Modena ha ripreso a bere. Ha comprato due casse di Ceres al gusto cannabis. Da qualche parte tra un martedì e un venerdì, nel corso della sbornia, Modena ha cancellato il suo disegno di Wof, quello sul retro del paginone con la sua miss giugno preferita. Era il suo disegno più bello e ci ha versato sopra del solvente che ha disintegrato buona parte del cartoncino. L’inchiostro del pennarello nero Stabilo usato per le inchiostrature è stato lavato via. Dei contorni di Wof è rimasto poco e niente, solo aloni concentrici. Con un po' di fantasia potrebbe rivenderselo come un acquerello di Marilyn Manson. Sul lato opposto del cartoncino, Miss giugno è una gruviera umana con l’eczema, ha perso la tetta sinistra e una fetta di culo, e la sua faccia somiglia all’orecchio di Freddy Krueger. Nel raccontarmi la distruzione del suo capolavoro, Modena ha biascicato al telefono per venti minuti lamentandosi della sua vita e alla fine ha pianto. Ho riattaccato. È difficile parlare quando un uomo adulto piange.

 

Ho rincontrato Modena dopo tre mesi in cui ci siamo scambiati solo messaggi di circostanza. Non ha più pubblicato fumetti da allora ed anche le diatribe con Magda su Instagram sono finite. Modena è ingrassato. Sembrano passati anni dall’ultima volta in cui l’ho visto. Ora ha le basette grigie come Nathan Never e i capelli alla Robert Plant – nel suo periodo Gesù erano meno voluminosi. Quando l’ho incontrato, Modena stava seduto al bar sulla spiaggia davanti ad un boccale di birra ormai vuoto. La camicia hawaiana nera con ananas arancioni sbottonata e floscia sul torace, ben tesa nella rotondità della pancetta da birra, come un piccolo e triste Lebowski. Mi sono seduto ed era come se non ci fossi. Ho preso un caffè, Modena un altro boccale di birra. Per tutto il tempo ha parlato di Wof, il suo cane. “Non riesco a rifare il ritratto” dice Modena “ogni volta che ci provo mi vien fuori un altro cane. Io lo disegno, ma non è più il mio Wof.” Gli ho chiesto di Magda. “Magda chi?”

 

La domenica seguente sono stato a casa di Modena per la prima volta da quando lo conosco. È strano essere amici di lunga data senza aver visto mai dove vive l’altro. Quanto poco sai di qualcuno se non sei mai stato a casa sua. Il posto a cui torna sempre, la strada che vede tutti i giorni, gli odori e i rumori di una parte di città che non è la tua ed è invece la sua normalità, la sua zona di comfort. Una città non è un posto omogeneo, è come uno specchio rotto che rimanda la stessa immagine con distorsioni e angolazioni diverse. C’è dove si sente l’odore del mare e dove non si sente. C’è dove si sente solo il bagnaticcio nauseabondo delle saline e dove no. Dove c’è un traffico della Madonna e dove no.

A casa di Modena il mare non si sente. L’aria è chiusa. I rumori del traffico quasi assenti. Un clacson di tanto in tanto. Cani abbaiano dietro ai cortiletti. Modena abita in una zona di palazzine basse costruite negli anni Sessanta, intervallate da villini bifamiliari con siepi incolte, palme che salgono da giardini troppo stretti, marciapiedi sconnessi con quelle piastrelle di cemento stampato grigie e rosse che ballano quando ci metti sopra il piede. Cacche di cane. Cartacce impigliate nei ciuffi d’erbacce che spuntano dalle fessure d’angolo tra i muretti e le crepe nel marciapiede. Capisco perché i disegni di Modena fanno cagare. Dev’essere difficile fare bei disegni di un brutto mondo. Capisco perché se la sia presa tanto per il ritratto del suo cane, ch’era il suo disegno più bello.

Sono andato a casa di Modena perché me l’ha chiesto Magda. Io e Magda non ci siamo mai visti né parlati di persona. L’immagine che ho di lei viene solo dalle vignette di Modena e dalle foto su Instagram, per lo più collezioni di sushi, drink col tramonto sullo sfondo, foto della sua collezione di scarpe che farebbero felice ogni feticista dei piedi, e scollature. Un mucchio di scollature. Non so che faccia abbia, né come suoni la sua voce.

Magda dice che Modena è fuori di testa perché non riesce più a disegnare Wof. In diciotto giorni Modena mi ha mandato diciotto foto di disegni di cani. Quando ha mandato la prima ho chiesto se avesse preso un nuovo cane.

“Ci vediamo al bar per colazione?” ho scritto a Modena. Lui ha risposto che sta cercando di smettere di bere e che son un pezzo di merda a parlargli di bar in questo momento difficile. Sto attentando al suo ritorno sulla retta via. Mi sono perso qualcosa. Non sembra il solito Modena. Scrive col tono pungente di Magda. “Non ti devi mica alcolizzare” gli ho scritto.

Ha iniziato il suo percorso nei dodici passi degli alcolisti anonimi, dice. “Non esistono gli alcolisti anonimi in Italia” gli ho scritto. Pensavo fosse una cosa americana. “Certo che esistono” ha risposto. Quelle cose da terapie di gruppo e ammissione delle proprie miserie stonano con l’essere italiani, siamo più bravi a fare finta di niente, a nascondere lo sporco e i topi morti sotto il tappeto e mettere un vaso di fiori a centro tavola per camuffare l’odore. Questo però non gliel’ho scritto, perché ho iniziato a credere che fosse serio. Ho controllato su internet i dodici passi. “Tu a quale sei?” - “Al primo” - “Vai forte allora.”

Non li avevo mai letti, i dodici passi. Ne avevo sentito parlare solo nei film, in quelle scene in cerchio nelle palestre e nelle stanzette buie circondate da tavolini con macchinette del caffè e bicchieri di plastica. Non pensavo fossero una roba religiosa, i dodici passi. Il succo è che gli alcolisti devono arrendersi e capire che non possono fare un cazzo senza l’aiuto di Dio. Perciò dodici passi o meno, Modena è fottuto.

 

 

Quando sono arrivato a casa di Modena e ho suonato il campanello, non è venuto ad aprire. Ho aspettato venti minuti davanti al cancelletto arrugginito. Modena vive in una bifamiliare, il lato sinistro sfitto, lui nel destro. Le erbacce del suo cortile più alte che sul lato abbandonato della casa. Le finestre più vecchie. Sul campanello Modena ha pasticciato sopra una delle sue vignette, col pulsante del campanello a far da capezzolo a una tetta strizzata e più in alto il numero civico riconvertito a sorriso ammiccante.

Il cancello è chiuso con una girata di film di ferro. Fischio per attirare il cane. Non ho idea di quanto sia grosso Wof. Magari è un toporagno di venti centimetri tipo cane da borsetta. Avevo visto solo le fotografie dei disegni di Modena e avevo ascoltato i suoi racconti entusiastici di quel cane fantastico. Io non ho mai avuto un cane. L’unico che i miei portarono a casa, l’estate dei miei sette anni, abbaiava alla sua ombra e girava in tondo cercando di mordersi la coda. Non ne ho mai voluto un altro. Ognuno ha il cane che si merita.

 

Sono entrato con passo felpato. Nel piccolo patio d’ingresso c’è una sedia a dondolo di vimini vecchia e consumata, con un cuscino dalla stoffa a fiori bucato con la gomma piuma gialla sfatta. Pile di fumetti misti d’ogni colore, forma ed età, stanno sotto i pattini del dondolo per tenere ferma la sedia. I fumetti sono semi distrutti. Copertine staccate e pasticciate. Ritagli di vignette sparsi sul pavimento del paio. Accanto al dondolo una cuccia vuota. Sembra sia nuova che vecchia. Impolverata ma ben tenuta. Non puzza di cane. L’assenza di puzza di piscio ed escrementi cozza col disordine del mini giardino, ma è forse l’odore dell’erbaccia a sovrastare tutto. Dietro la cuccia un sacco di crocchette sbiadito ma ancora chiuso. La ciotola di plastica gialla – moplen stampato – è vuota. Ha due tonalità di giallo, la base più chiara forse arsa dal sole, taglia a metà la scritta “Wof” col pennarello nero, può scura sulla cima delle lettere, grigia alla base.

Ho bussato alla porta di casa. Ho chiamato Modena. Ho tastato la maniglia dubbioso. Pensavo che Wof mi sarebbe corso incontro, ringhiante o amichevole come nei racconti del padrone. Nessuno dei due s’è fatto vivo. Ho telefonato a Modena. “Sono in chiesa” mi ha scritto. “Passo 2/12” ha aggiunto. “Dovevamo vederci” gli ho scritto. “No, non è vero.” “Mi hai dato l’indirizzo.” La risposta ha tardato ad arrivare. Ho immaginato Modena intento a prendere la comunione. La scena sarebbe stata coerente col personaggio solo se la coppa delle ostie fosse stata tra le ciotole di salatini all’ora dello spritz. “Ero ubriaco. Aspettami all’incrocio. Non avvicinarti a casa, Wof si agita quando non ci sono” - “Posso avvicinarmi a vederlo? È in cortile?” - “Lascia stare il mio cane.”

 

Basta tornare indietro, richiudere il cancelletto col fil di ferro, lasciare lo sporco sotto il tappeto. Non è mica il mio tappeto dopotutto. Ho puntato il dito sulla porta invece. Solo accostata.

Attraverso un tappeto tempestato di lattine di birra verdi con una foglia di canapa stilizzata. I muri del corridoio sono coperti di scarabocchi e strisce a fumetti, alcune disegnate, altre appiccicate con la colla tipo découpage. Caricature ed esercizi di lettering psichedelico. Il decalogo delle bestemmie accanto ai Dieci Comandamenti e ai dodici passi.

La casa puzza di tante cose, ma non di cane. Sul pavimento e sul tavolo della cucina ci sono quaderni e penne, montagne di fogli accartocciati. C’è una rivista con foto di cani e un manuale di disegno. Apro uno dei disegni accartocciati, un cane stilizzato coperto da furiose rigature di penna, come quando da bambini si sfogava la rabbia sul quaderno prima di stracciare la pagina. Sulla credenza accanto al lavabo ci sono barattoli di cibo per cani impilati e intatti. La scadenza è di due anni fa.

Faccio partire una chiamata a Modena. Sento la sua suoneria attutita che riecheggia dalle scale. Non risponde. Ritento. Il telefono squilla di nuovo, per meno tempo. Chiamata rifiutata. Ho ricevuto un messaggio da Modena. “Sono ancora in chiesa.” In cima alle scale sento la voce ovattata di Modena. Non capisco cosa stia dicendo.

Sono uscito dalla casa con passo felpato. Richiudendo il cancello col fil di ferro ho pensato a Magda che non avevo mai incontrato. Ho pensato allo sporco sotto il tappeto. Io non lo so, se è lì che deve restare.

Fine.

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