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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

3. Padre Manno

 

“Oggi sarà una bella giornata” disse Padre Manno, sottovoce perché il cielo non lo sentisse, facendogli il dispetto di far ripartire il temporale. L’aria s’addensava a pel d’asfalto in banchi di bassa foschia mentre i primi raggi del sole accendevano la rugiada sulle erbacce alte a bordo strada. Il cielo s’apriva e chiudeva in alto, limpido e sgombro all’orizzonte.

I campi d’intorno s’erano trasformati in pantani impraticabili per trattori stradali e agricoli. Nell’ultima settimana, le defezioni degli appestati da febbre e starnuti avevano reso più scuri i grappoli di pelle al suo servizio. Resisteva, nei braccianti autoctoni over cinquanta, un istinto di conservazione che non apparteneva alle nuove leve. Quelli giunti al cospetto di Padre Manno e dei suoi capi avevano già subito la selezione naturale, nei villaggi dell’Africa e le traversate del deserto prima, nelle prigioni del Maghreb e le traversate in mare poi. Tutti uomini. Tutti giovani e tutti abbastanza robusti. Certo i deboli non superavano la sua cernita, quella finale, quella che toccava sempre a lui. Benché ormai s’accontentasse di fare più che altro l’autista, il suo talento nella selezione di nuove braccia restava una garanzia per i capi. Solo di recente l’appellativo di “Padre” aveva sostituito quello di dottore. Il Dottor Manno tastava fronti e ficcava cucchiai in bocca per scrutare gole, tastava gonfiori ed esaminava eczemi e pustole. Non aveva altra qualifica che l’esperienza, e quell’esercizio serviva giusto a dare ai braccianti l’illusione che ci si curasse di loro, oltre che ad evitare che qualche appestato rovinasse un’intera squadra con qualche morbo invalidante. Padre Manno s’era sempre distinto dagli altri caporali, lui che caporale sui campi era stato per decenni ed era stato il vate di tanti. Gli piaceva ancora istruire i novizi, distribuirli nelle baraccopoli, nelle case cantoniere abbandonate, nei pollai dismessi. Di certo quel coglione di Aigor non era passato per la sua selezione. Gli era dispiaciuto ammazzare un italiano, ma Padre Manno non era sensibile ai nazionalismi. Faceva quello che andava fatto, e le sue decisioni erano sempre quelle giuste. Il compito di un buon pastore è prendersi cura del bestiame, e di abbattere chi possa mettere in pericolo gli equilibri delle mandrie. Saper prendere decisioni difficili è ciò che rende indispensabili, e ciò che i capi apprezzavano di più. Perché sì, Padre Manno aveva dei capi, ma nessuno gli avrebbe mai dato un ordine. A lui si chiedeva, non si comandava. A lui non si dava un “no” come risposta o un “ma” ad obiettare, ed era altrettanto bravo a non usare quelle paroline scomode. Era un maestro del “se”, a contrattare e convincere tutti perché si facesse a modo suo. Poteva sfoggiare la parlata salmodiante da prete e destreggiarsi tra un linguaggio rozzo e un altro più composto e misurato, cianciando agile tra la citazione biblica e la bestemmia. Così s’era guadagnato il soprannome di “Padre”, mentre il “Manno” gli veniva dall’imponente stazza. Il suo nome e cognome appartenevano a un passato tanto remoto che neppure lui se li sentiva più.

Padre Manno aveva una pancia portentosa, globosa e pronunciata tanto che dal finestrino del furgone sembrava guidasse con la ciccia e non con le braccia, fuse nell’enormità del corpo. La pancia leggendaria non era però un fardello cascante alle ginocchia come le mammelle d’una matrona flaccida, anzi pareva soda nella sontuosità degna di fresche tette fieramente esposte sul paginone centrale di Playboy. La sua spina dorsale era stranamente dritta per un uomo tanto grasso, benché una certa curvatura presso le spalle e la nuca fosse inevitabile, il modo in cui si reggeva in piedi sembrava sfidare le leggi della fisica.

La sortita al mercato ortofrutticolo era andata bene. Aveva venduto le cassette a buon prezzo, a pezzo e non a peso, spendendo un poco del suo buon nome. Ingrassate dalle piogge abbondanti, zucchine e melanzane erano gonfie e lucide, illudendo sull’alta qualità della merce.

Vuotato il carico di ortaggi, passò a farne uno di carne fresca. Passando per la baraccopoli cittadina, presso la vecchia stazione dei pompieri dismessa e cadente, riadattata ad alloggio di fortuna per gli immigrati, Padre Manno fece una rapida selezione di facce nuove per reintegrare le perdite al campo di Santa Restituta. Pagava un egiziano per farsi consigliare i tipi più affidabili, qualche nuovo arrivo, gente poco bellicosa, meglio se con parenti che aspettavano i soldi a casa. A volte sostituire i morti con verginelli del mestiere era la cosa migliore, specie con una fossa fresca come monito, per fargli capire l’antifona.

 

All’ingresso di Borgo San Lucifero, Padre Manno alzò il piede dall’acceleratore mettendo il cambio in folle perché il furgone scorresse lungo la via, rallentando dolcemente e frenato dal suo stesso carico. Puntò verso l’auto dei carabinieri parcheggiata davanti al Bar Trifone. I freni sibilarono appena e quando il furgone fu parcheggiato dietro la pattuglia, sicuro d’aver catturato l’attenzione dei caramba, Padre Manno fece rombare il motore come a sfidarli per il prossimo quarto di miglio. Affacciatosi minaccioso dall’uscio del bar, il cipiglio dell’appuntato si sciolse alla vista dell’omone per un reciproco sorriso.

Padre Manno scese con una rapidità che non sembrava appartenere a quel corpo. Lasciò il motore acceso, a borbottare sgasando reflussi di gasolio e fuliggine. L’ultima volta che il Ducato era stato in regola con assicurazione e revisione il millennio non aveva ancora svoltato.

Padre Manno salutò i due appuntati chiamandoli per nome, aprì le braccia come a volerli stringere a sé.  S’erano inventate leggende sulla sua forza, perché l’ingenuità che fosse un goffo lardoso incapace di allacciarsi le scarpe svaniva in chiunque avesse occasione di conoscerlo per più di un giorno. Aveva il controllo della mole proprio dei grandi mammiferi. Tante volte aveva scherzato coi carabinieri sull’inesistenza di cinture abbastanza larghe per la sua pancia e di come lui, l’airbag, ce l’avesse incorporato. I caramba avevano già bevuto un caffè ma, per non mancare di rispetto all’invito di Padre Manno ne bevvero un altro, accompagnato con un minimo di due brioche a testa, ché non avrebbe accettato un no come risposta. Padre Manno aveva ancora in tasca l’otturatore del fucile con cui aveva sparato alla schiena di Aigor, nella sinistra, e nella destra il gruppo di scatto che puntava fastidiosamente verso l’inguine. Non si era nemmeno accertato di avere la maglietta pulita. Era possibile che qualche schizzo di sangue avesse raggiunto i pantaloni scuri e gli scarponi, ma a meno di non apparire come un macellaio grondante di sangue e frattaglie, gli sbirri non avrebbero fatto osservazioni. Dopotutto era un lavoratore, abituato ad andare in giro sporco con la dignità che si confaceva a un tuttofare conosciuto e rispettato. Se pure si fosse notata un’innegabile goccia di sangue, avrebbe inventato una scusa qualunque, scherzando sugli omicidi irrisolti nel circondario, e i caramba avrebbero riso insieme a lui.

Padre Manno era la fortuna del Bar Trifone, che faceva venire le paste appositamente per lui da una pasticceria del capoluogo. Chi si fosse presentato dicendo “mi manda Padre Manno” avrebbe ricevuto la stessa cortesia a lui dedicata, e se qualcuno abusava di quella fiducia e di quel nome, il Padre non mancava di presentarsi a pronunciare scuse e saldare debiti. Il che valeva per Borgo San Lucifero e per tutti i luoghi in cui era stato, su e giù per il tacco dello Stivale, paesello per paesello, borgo per borgo, anno per anno. Quella mattina non mancò di aggiungere un po’ di leggenda al suo nome consumando – a mo’ di spettacolo per gli avventori del bar – due cornetti di pasta sfoglia alla marmellata di albicocche e due cannoli siciliani.

“Questo è l’antipasto” scherzò. Seguirono due paste americane, un cannoncino alla crema e un sacchetto di intorchiate da consumare lungo la strada. La restante parte dei dolci a portar via fu impacchettata con cura e chiusa da un nastrino dorato.

Dopo aver guardato i caramba allontanarsi a bordo della volante, Padre Manno scivolò nel Ducato, rapido come se la cabina l’avesse risucchiato dentro. Posò il pacco di dolci sul sedile passeggero e lo scrutò severo.

“La carta di Natale m’hanno messo ‘sti pezzenti. Non glieli pago soldi buoni, ‘sti tarallucci da quattro soldi? Hanno cambiato pasticceria, sicuro, per pagarli meno loro e farli pagare di più a me. Se inizia a mancare il rispetto per Padre Manno questo porco mondo va a scatafascio.”

Sciolse il fiocchetto dorato e strappò la carta con una manata netta. Esaminò i dolci con sospetto. Inghiottì un bignè alla crema ed uno al cioccolato. Scosse la testa. “Roba da supermercato.”

Bussò con le nocche sul vetro oscurato che separava la cabina dal retro del furgone. Il finestrino si aprì e due occhi scintillarono nell’oscurità. Occhi bianchi e grandi, con iridi acquose e nerissime. Il tanfo di fiati compressi, di sudore freddo e caldo, di pelle non lavata, riempì l’abitacolo sovrastando il profumo dei dolci. Il Padre afferrò il vassoio per un lembo, quando bastava perché due braccia nere lisce e tornite potessero afferrarlo.

“Prendete e mangiatene tutti, senza litigare mi raccomando. Mi spiace che non son buoni come dovrebbero, ma chi s’accontenta gode.”

Si udì un rumore di carta sbrindellata, mugugni in lingue non cristiane sovrastate dal motore che borbottava alla ripartenza.

“Mangiate figliuoli” disse Padre Manno “mangiate che la giornata è lunga.”

 

Il Ducato lasciò la strada asfaltata che il sole cominciava a salire. Sobbalzò per altri dieci minuti e si fermò davanti al cancello arrugginito del campo di Santa Restituta. Quando il caporale tunisino venne ad aprire e Padre Manno lo vide alla luce del sole finalmente ricordò il nome.

“Mustafa, Mustafa” canticchiò Padre Manno “Ibra-Ibra-Ibrahim! Com’è l’umore della ciurma?”

“Buono” rispose lui sottovoce. Non era un chiacchierone, ottima qualità per un caporale.

“L’abbiam gestita bene, no?” non gli serviva l’approvazione di Mustafa, ma era importante farlo sentire rilevante, e ad avere il polso della situazione. Mai dare le cose per scontate. Mustafa annuì.

“Andiamo a vedere gli zoppi”

Nel gabbiotto di lamiera stavano i due con le gambe rotte. Padre Manno non entrava dalla porta e dovette strappare uno dei pannelli per ampliare l’ingresso. Una volta dentro riempì quasi del tutto lo spazio, e vederlo inginocchiarsi per esaminare i feriti più da vicino era come vedere un elefante sedersi in equilibrio precario, un ginocchio a terra, l’altro che piegandosi spandeva la massa grassa della coscia come una pasta lievitata appesa ad un pilastro d’osso, le enormi chiappe adagiate sul tallone come mongolfiere gemelle.

“Jalal” disse Mustafa per indicare l’egiziano più morto che vivo, madido di sudore per la febbre, le labbra esangui che tra un respiro e l’altro accennavano versi di preghiera. Entrambe le braccia erano rotte, una con frattura esposta, l’altra scomposta ma contenuta nella pelle ridotta a un informe ammasso bluastro, in cui la mano spuntava sana e gonfia, come se qualcuno rimettendo i pezzi gliene avesse montato uno non suo. Una gamba era rimasta schiacciata sotto le travi, il ginocchio frantumato, quasi appiattito, l’effluvio di sangue modesto, bloccato dai grumi e dalle schegge di ferro e legno.

“Per questo ci vuole una barella” disse Padre Manno a Mustafa “fammene preparare una”

Il caporale tunisino uscì subito, lo si sentì urlare nella sua lingua per impartire ordini. Padre Manno esaminò il piede maciullato e la gamba gonfia di Omar, livida. La tastò con poca grazia ma il ragazzo non si lamentò più di tanto.

“Tu sei quello che ha litigato col caporale” disse Padre Manno, che alla spiata di Mustafa aveva memorizzato subito faccia e nome “Omar giusto? O era Ya hmar?”

A quell’insulto Omar reagì con un’occhiata feroce, ma non rispose. Padre Manno gli sfilò la sigaretta dalla bocca e fece un tiro, tossì e poi gliela spense sull’alluce del piede rotto.

“Kes ommak, sharmota” risposte stavolta Omar.

“Si come tua madre” rispose Padre Manno, che delle lingue magrebine aveva una discreta conoscenza, quantomeno quando si trattava di insulti. “Non hai sentito niente?” gli strizzò l’alluce, ma l’algerino scosse la testa, il ringhio affievolito in una smorfia preoccupata. Padre Manno gli si fece più vicino, la sua stazza toglieva spazio alla vista e al respiro. Esaminò il braccio rotto, Omar l’aveva appeso al collo con brandelli di stoffa blaugrana annodati alla buona. Padre Manno tastò spalla e collo con sicurezza da chiropratico. “Hai anche la spalla rotta” tastò la fronte “e hai la febbre, ma magari è solo perché sei una testa calda. Lo sai che ce li hai tutti tu i morti sulla coscienza, sì? Se facevi il tuo dovere, senza lamentarti, quel coglione di Aigor non avrebbe perso la testa e non vi avrebbe rinchiusi. Se volevi comandare, potevi startene al paese tuo. Ringrazia che non ti ho fatto seppellire vivo”

Omar lo guardò con odio feroce.

“Ringrazia” ripeté Padre Manno premendo le sue dita salsicciottesche sulla mascella secca di Omar, stringendo tanto da contargli i denti come i grani di un rosario.

“Grazie” disse Omar, come se anche quello fosse un insulto.

Padre Manno gli strinse le guance così forte da aprirgli la bocca. Omar era disgustato dalla sola vicinanza di quel corpo abnorme che gli causava repulsione. Non aveva mai visto un uomo tanto grosso e deforme, era qualcosa di malato e alieno, e c’era qualcosa negli occhi bovini grandi e profondi che gli innescò un tremore alle viscere e un sudore diverso da quello provocato dalla febbre. Un sudore freddo improvviso, un’ondata di liquidi espulsi dal proprio corpo che gli fece sentire la puzza di sé. Padre Manno aveva invece un odore asettico, era quasi inodore, mentre l’umidore del fango e il puzzo di sangue delle ferite marcescenti del povero Jalal saturavano la poca aria rimasta da che il gigante obeso aveva occupato tutto lo spazio del gabbiotto.

“Ringrazia bene” disse Padre Manno, tanto vicino che le sue labbra sfioravano la punta del naso di Omar “nella tua lingua, e mettici un po' di sentimento.”

“Shukran” disse Omar.

“Bravo ragazzo” fece Padre Manno arricciando il labbro superiore e scoprendo i denti perfetti e bianchissimi in un bizzarro sorriso d’approvazione. Allentò la presa e diede al ragazzo un buffetto sulla guancia.

Cominciò un chiasso metallico di martelli e seghetti, il capanno tremò e Padre Manno uscì. Preso da un panico improvviso, Omar guardò i muri deformarsi sotto i suoi occhi. Si coprì il volto con la mano, tutto il coraggio evaporato come nei brevi giorni al soldo del Jund al-Khilafah. Per pochi istanti affogò in uno stato di prostrazione, il respiro accelerato, strati di pelle gli si rivoltavano contro mandando in loop i ricordi delle percosse – sui suoi compagni troppo deboli per la causa, non su di lui. Schiocchi di cinghia su braccia e cosce, tonfo di bastoni sulle schiene, schizzi di sangue dei giustiziati piovuti sino ai suoi piedi nudi nel terriccio del campo d’addestramento. I suoni liquidi traboccavano dal passato, attutiti, rievocando l’odore dell’urina che aveva visto scendere lungo le gambe degli aspiranti guerriglieri, mentre diceva a se stesso che lui no, lui non sarebbe stato così debole.

Il sole schiaffeggiò Omar interrompendo il ricordo. Quattro braccianti erano riusciti a divellere le pareti laterali del gabbiotto, da cui avrebbero ricavato le barelle per lui e per Jalal. Mentre braccia poco attente lo caricavano sulla lamiera ondulata, Omar riprese piena coscienza di sé. Si accese un’altra sigaretta, nel pacchetto ne restavano due. Tra tutti i braccianti era l’unico a fumare, un lusso che gli altri evitavano tanto per fede quanto per parsimonia. Era un vizio da occidentale e ne era sempre andato fiero, l’incarnazione della sua ambizione. Molti lo disprezzavano o lo invidiavano per questo. Omar non credeva molto in Allah. Di certo esisteva, ma doveva essere un bastardo se lasciava che i suoi figli innocenti e quelli più devoti soffrissero tanto. Allah non aveva salvato i suoi fratelli dalle torture nelle carceri, e non aveva tolto l’esercizio della legge e del potere ai carnefici dei loro fratelli, che anzi si beavano del Suo nome per venderli e ucciderli. Eppure, mentre il tremore alla bocca dello stomaco e alle dita lentamente si calmava, Omar si trovò ad invocare in silenzio Allah, non per chiedere aiuto, solo per diradare quella nebbia scura che per un istante l’aveva rigettato nel terrore e nella debolezza. Pregò per una rivelazione, per capire cosa l’avesse spaventato. Non era la febbre né le sue ferite, la gamba gonfia e allo stesso tempo insensibile ed ipersensibile, come il portello di una fornace aperto e chiuso a intermittenza, il fuoco del dolore quando si apre e il nulla quando si chiude. La fornace. Come quando bruciava i corpi. Quel ricordo atroce non gli faceva più venire nausea né paura. Facendo quel mestiere aveva perso l’abitudine alla paura e alla preghiera. Dalle tasche di un cadavere aveva raccolto il suo primo pacchetto di sigarette insieme con la forza di continuare a lavorare. Quella paura lo stava facendo arrabbiare, vergognare. Non poteva venirgli da quel rivoltante obeso. Aveva conosciuto uomini più grossi e cattivi. Magari non più grossi, ma certamente più minacciosi e spietati, gente la cui puzza di morte impregnava i loro vestiti e sguardi. Padre Manno non era spaventoso, ma la sua faccia, vista da vicino, gli aveva dato una sensazione sgradevole, e le dita che gli avevano afferrato la mascella era sembrate fondersi con la sua carne, insinuandosi nel sistema nervoso e nelle viscere. L’aveva visto altre volte prima di quel giorno, non era un uomo della cui vista ci si dimenticava, ma mai a quella distanza. Ne aveva sentito il fiato, e non aveva odore. Ne aveva scrutato gli occhi, e non avevano espressione. La faccia. Era la faccia di Padre Manno ad avere qualcosa che non andava. Era una faccia grassa, la pelle modellata da prominenti depositi di grasso che gli davano un aspetto da neonato, e per un attimo gli era sembrata scolpita, modellata da mani esperte, qualcosa di finto posto sull’imitazione di un cranio umano, una maschera.

La sigaretta lo fece tossire e insieme al fumo Omar buttò fuori quei pensieri ridicoli. I mugugni di Jalal, trascinato sull’ondulina di ferro zincato adibita a barella di fortuna, si trasformarono in un’ondata di vita manifestata in urla di dolore. Ciò significava che Jalal aveva ancora tanta vita da buttare fuori, che non era più morto che vivo, che forse se la sarebbe cavata. Omar si chiese se a mettergli addosso quella paura non fossero state le parole di Padre Manno, quelle che gli riconoscevano la colpa dell’accaduto, la responsabilità per la morte e le ferite dei compagni. Di loro non gli importava molto. Avrebbe dovuto, dal momento che s’erano schierati con lui. L’avevano difeso da Igor quando s’erano scaldati gli animi, e insieme avevano fronteggiato la minaccia del fucile. Insieme però s’erano arresi. Insieme s’erano lasciati rinchiudere e insieme erano stati schiacciati. Eppure non provava rimorso. Igor era morto, questa era la sola cosa buona e giusta di quella nottata, ma non era abbastanza. Anche Mustafa doveva morire. Allora forse, sarebbe diventato lui un caporale agli ordini di Padre Manno. Omar si chiese allora se il terrore non fosse venuto dalla gioia d’esser vivo, d’essersi ribellato ed esser stato graziato, da Allah, o dal caso. Alla morte era abituato. Aveva visto suoi amici morire da bambino. Aveva visto sconosciuti annegare, morire impiccati e sparati, picchiati a morte. Lui stesso era sopravvissuto alle torture. Lui stesso aveva ucciso.

“Khra” sussurrò espirando fumo. Stronzate. Non dipendeva da lui. Era il grassone. Lui e quella sua schifosa faccia gibbosa, da infante, cacata fuori dagli sfinteri gorgoglianti del diavolo.

 

>>> continua

 

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