Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro
4. Riguardo a Rayan
Aveva perso la vista. Così pensava. Era stato colpito da qualcosa nella notte. C’era stato un punto in cui il dormiveglia da sfinimento per la giornata di cammino s’era trasformato in dolore acuto, proprio in cima al cranio, e gli occhi spalancati in reazione a quel dolore avevano visto solo oscurità. Aveva urlato, e qualcuno gli aveva urlato di stare zitto, forte, nelle orecchie, in una lingua che non capiva ma che si era spiegata bene. Qualcuno gli aveva detto in berbero di non lamentarsi, qualcuno in arabo di lamentarsi ancora se voleva prendere un’altra botta. Annaspò nel buio, lasciandosi guidare dall’olfatto, sfinito dalla densità di odori umani compressi in uno spazio ristretto. Altre mani lo respinsero, sentì dita ficcarglisi in bocca e graffiargli gli occhi. Rayan si coprì il volto, ansimando, scosso da un isterico ragliare che gli usciva dalla gola come se ci fosse un equino impazzino nel suo esofago che chiamava aiuto. Smise all’improvviso, ritrovando un po' di lucidità e spazio. Era compresso tra gambe rannicchiate e gambe distese. Ondeggiando sul posto, tastando il suolo con le chiappe secche, sentì l’ondulazione del metallo inconfondibile del fondo del furgone in cui aveva trascorso le ultime infinite ore. Aveva le gambe intorpidite dallo stare rannicchiato, le braccia indolenzite. Un moto di grinta gli venne da una regione nascosta, da qualche parte tra il rene destro e il fegato, iniettandogli orgoglio e coraggio liquido su per le braccia e sino alla punta delle dita, divenute artigli con cui scalare i corpi di chi aveva forze per restare in piedi. Rayan resistette agli spintoni e riuscì a mettersi in piedi guadagnando un po' di spazio per il corpo, ma scoprendo una qualità dell’aria assai peggiore. Le mani esploratrici toccarono il soffitto metallico del furgone, scaldato dall’insieme di corpi accalcati. Una forza lo fece barcollare, lui e tutti gli altri intorno: una frenata. Il furgone si muoveva, non se n’era accorto. Uno squarcio luminoso si aprì lungo la parete, e nello scorrere del portello laterale la massa umana si riversò al suolo misto di ghiaia e sabbia.
“Descendez!” urlavano “descendez!”
Rayan detestava che gli si parlasse in francese. Aveva imparato la lingua solo per capire sempre cosa gli si dicesse, e per insultare alla bisogna. Però nello stato di prostrazione in cui stava, a un francese avrebbe anche leccato il culo pur di un sorso d’acqua e un tozzo di pane. Nella bocca impastata, sul palato ruvido, la lingua era secca e incollata come velcro. Fu spinto giù dal furgone, atterrando sui corpi di quei disgraziati che non avevano avuto la prontezza di rialzarsi subito dopo la frenata.
All’aria aperta, il vento gelido impregnato di iodio dal mare ancora invisibile, Rayan sentì stilettate di ghiaccio in ordine sparso lungo la schiena, in verticale e da diverse angolazioni, da un rene all’altro, tanto che gli sembrò di ricevere un’altra serie di frustate. Era così sfinito dalla traversata da non ricordare nemmeno perché l’avessero frustato. Ricordava il sole sulla faccia, dopo esser caduto nella posizione sbagliata, di schiena, con la sabbia bollente del pomeriggio a cuocere i brandelli di pelle e bere il sangue impastandosi sulle ferite.
“Tu es une tête brûlée”
La frase gli echeggiò in testa come udita sul momento. Una testa calda. Rayan era una testa calda, perciò era stato frustato. Poi anche la sua schiena era diventata calda, e così la testa, ma sul serio, sotto il sole, per tutto il tempo necessario a trasferire quaranta persone da un furgone in panne ad un altro, più piccolo. Una donna era morta asfissiata nella prima parte del viaggio, il corpo era stato spinto giù per una duna e la sabbia l’aveva inghiottita prima di arrivare a valle.
Rayan sentì una voce nella testa dirgli ch’era stato frustato perché s’era indignato a quella mancanza di rispetto, zittita da un’altra voce, da un punto diverso della sua testa, che gli diceva come questo non fosse vero, che era stato sollevato nel vederla scomparire per sempre, ché era morta nel giro di un’ora dall’inizio del viaggio e l’aveva avuta addosso tutto il tempo, e il cadavere cominciava già a puzzare.
Il vento del mediterraneo sferzava freddo all’alba. Rayan indossava la maglietta di una qualche squadra calcistica europea, si guardò intorno chiedendosi se qualcuno non l’avesse scambiata con lui per un pezzo di pane. Avrebbe mangiato qualsiasi cosa, fosse stato anche un dattero tenuto nascosto nel culo. Vide un uomo cadere in ginocchio due passi più in là, avventarsi su qualcosa di piccolo e verde, tentacolato e spinoso, un ciuffo nano d’aloe, che mandò giù quasi intero, radici comprese, per poi restare lì a tossire mentre il resto dei viaggiatori veniva messo in fila indiana. C’era da camminare giù per una scarpata. O rotolare. Qualcuno che aveva troppa fretta precedette tutti rotolando e poi rimase fermo a metà strada, impigliato tra le escrescenze rocciose che ne avevano fermato la caduta. Il mare non era lontano, ma ad attenderli c’era un caravanserraglio, sul cui cancello rugginoso qualcuno aveva appeso un osso iliaco. Un cane abbaiava senza sosta, come avesse qualcosa da dire a ciascuno dei passanti presso la soglia. Il piazzale del caravanserraglio era spoglio, riempito solo dal garrito dei gabbiani e l’abbaiare d’ordini e cani. Rayan aveva sentito racconti sul suono del mare, ma benché l’avesse visto dall’alto della scarpata, e ne avesse colto l’odore salato e spumoso, i suoi occhi sfiniti l’avevano abbandonato subito. Non c’erano barche per lui o per gli altri, non ancora.
Rayan si lasciò trascinare dalla piccola mandria umana, giù per una botola quadrata che, gradino dopo gradino, lo restituiva al buio d’uno stanzone dal soffitto basso e, al tonfo del portello chiuso sopra le loro teste, all’idea d’aver perso nuovamente la vista. Avrebbe preferito perdere l’olfatto. Nell’oscurità della botola e nell’insopportabile invadenza dei corpi e degli odori altrui, Rayan si concentrava sui colori e cercava gli odori corrispondenti. Le orecchie chiuse agli insulti e alle minacce mandavano ritornelli di canzonette e jingle pubblicitari in un circuito chiuso di pensieri ridondanti. Le scenette divertenti e le pubblicità viste sui piccoli schermi degli smartphone, seppur recitate in lingue straniere, non mancavano di fargli brillare gli occhi e le orecchie di meraviglia. Tutti quei colori e suoni confezionati trenta secondi alla volta promettevano una ricchezza strabordante, tale che sarebbe bastato allungare le mani per raccoglierla se solo fosse stato lì, nei luoghi in cui quelle lingue erano parlate e quei colori la normalità. Lì, immerso nell’abbondanza che glorificava il superfluo, facendo di una bibita gassata o un detersivo una ventata di pura gioia. Si trattava solo di tener duro un altro po’. Ancora un po’ di fame. Ancora un po’ di puzza. Un poco di percosse e due o tre stupri, prima di salire su quella barca per l’ultima prova prima di sbarcare nel paradiso terrestre.
>>> continua