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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

5. Freschezza alpina

 

Omar e Jalal erano stati caricati sul retro del furgone. Padre Manno stava per partire ma mancava il terzo ferito.

“Mustafa, Mustafa” canticchiò Padre Manno “dov’è quello col naso spaccato? Se sanguina non ce lo voglio a maneggiare la merce”

Mustafa gli fece un cenno con la mano, parlottò con due braccianti che gli indicarono un punto lontano del campo. Mustafa si allontanò fino a confondersi con gli altri lavoratori. Rayan, che sembrava uscito meglio di tutti dalle macerie, al netto del naso scorticato e qualche altra contusione, stava lungo disteso all’ombra di due beans, i respiri veloci e le labbra rosso rubino. Mustafa lo fece alzare in piedi, due braccianti lo trascinarono a braccia sino al furgone.

Padre Manno frugò nel portaoggetti del Ducato, prese un taglierino e quando lo puntò al collo di Rayan questi era così prostrato da non provare paura. Uno dei braccianti che lo reggeva tentò di fermarlo ma Mustafa lo immobilizzò. Padre Manno mosse le sue dita agilmente, tirando il colletto della t-shirt di Rayan per tagliarla in verticale e scoprirne il torace, tastandolo sulle costole e leggendone le reazioni.

“Ha due o tre costole rotte, un polmone bucato” disse Padre Manno “fatelo sedere in cabina e mettetegli la cintura, deve stare dritto”

Lasciate le ultime disposizioni ai caporali, Padre Manno partì coi feriti. Il furgone sobbalzò a passo lento per la sterrata tra i lamenti di Jalal e Rayan, Omar si sforzava di stare in silenzio ma ad ogni buca la gamba rotta lo faceva bestemmiare. Padre Manno viaggiò a velocità moderata per una trentina di chilometri verso sud, presso la costa, dove s’inerpicò tra le colline rigate dai filari delle vigne e scese di nuovo tra appezzamenti rinchiusi tra muri a secco e pajare, ravvivate da pascoli di frisone e capre, con sottofondo di cani da pastore ad annunciare l’arrivo di qualsiasi mezzo a motore lungo il sentiero.

Padre Manno fece il giro più lungo per controllare lo stato dei campi. Trovò il pastore macellaio che portava a passeggio un piccolo gregge di magnifiche capre delle Murge, una ventina di esemplari ruspanti che non avrebbero sfigurato a un concorso di bellezza per ovini.

“Ohé, Gambo, che cazzo fai?” urlò Padre Manno dal finestrino “è facile che torni a piovere stamattina”

Gambo era un anziano nigeriano dal volto emaciato, con la testa a pois per l’alopecia sui capelli grigi, le braccia scoperte erano fasci di nervi scolpiti nel legno secco. Alzò il braccio in un gesto che voleva dire un sacco di cose, un saluto, un assenso, un ci vediamo dopo, un lasciami in pace che so il fatto mio.

“Fa’ come vuoi, ma ho tre feriti da sistemare, vieni a darmi una mano”

Gambo s’immobilizzò col braccio a mezz’aria, osservando il Ducato che si stagliava sul bucolico scenario dei campi, immaginando il carico. Padre Manno gli fece un gesto che voleva dire “andiamo”. Gambo non si mosse prima che il furgone fosse giunto in fondo alla strada, oltre il fienile, presso il caseggiato in muratura dal soffitto basso e piatto. Le capre s’erano diligentemente raccolte alle sue spalle, in attesa d’ordini. Gambo si chinò a carezzarne una come il suo cane più fidato, lisciandole il pelo sul collo e il torso e dandole una pacca sul sedere per spingerla verso le altre. Chiuse il cancelletto di rete metallica e filo spinato. Tagliò per il prato della morte, una bretella di terreno dov’erano sparsi gli scarti del macello. Le ossa dei bovini, alcune intere, altre segate, si confondono coi sassi. I cavalli si innervosivano a passare di lì e Gambo ne aveva visti alcuni rifiutarsi di brucare l’erba, ferendosi le gambe e il ventre mentre cercavano di scavalcare i muretti di pietra. Eppure le rosse erano tanto levigate, rinsecchite e porose che neanche lui era sicuro di distinguerle da certi sassi. I gabbiani starnazzavano in cerchio come avvoltoi, speranzosi di banchettare coi resti di carcasse o litigarsi le fave dalle mangiatoie dei maiali nella porcilaia.

Quando Gambo raggiunse il Ducato trovò i fidati Masud e Zahid intenti a scaricare Omar e il moribondo Jalal sulle loro barelle improvvisate. Gambo abbaiò ordini a tutti perché si pulissero i piedi e camminassero sugli stracci imbevuti di disinfettante, strisciandoci sopra a mo’ di pattine, fino alla sala principale del mattatoio, linda e pulita come una sala operatoria. Jalal fu fatto stendere sul piano di lavoro d’acciaio. L’odore di antisettico impregnava la stanza. Omar fu fatto sedere su una panca in muratura, interamente piastrellata e gelida, la gamba rotta lungo distesa. Rayan era l’unico a reggersi in piedi sulle sue gambe ma le forze sembravano sul punto di abbandonarlo, il respiro ridotto a un fischio.

“Cerca di camminare su questo straccio” disse Padre Manno a Rayan “ché Gambo s’incazza. Fammi un bel respiro”

Rayan prese una boccata d’aria che suonò come pastiglie dei freni consumate. La tumefazione della faccia, dal naso spaccato in giù, era ormai tanto gonfia da impedirgli smorfie di dolore. Padre Manno esaminò gli occhi e la ferita e fece chinare Rayan sul grande lavabo. Gli puntò la doccia a cornetta dritta in faccia per ripulire il taglio, il sangue era ormai un unico coagulo di pelle e cartilagine che cascava di traverso come la caruncola nasale di un tacchino. Padre Manno gli spruzzò sopra mezza bottiglietta di disinfettante, l’odore del benzalconio si mischiò a quello del sangue e Rayan cominciò a latrare.

“Cosa urli” fece Gambo da dietro un separé. S’era spogliato e si stava frizionando il corpo con uno straccio imbevuto tintura di iodio. Nudo, si coprì indossando solo un pesante grembiule di gomma, color ghisa, e una cuffietta bianca da sala operatoria. “Non abbiamo neanche iniziato e lui urla. Fighetto.”

La parlata di Gambo aveva perso ogni inflessione da straniero, acquisendo una nota d’accento salentino, arricchita dalla sintassi e i modi di dire delle regioni in cui aveva lavorato negli anni. Aveva trascorso tre quarti della sua vita in Italia e a sentirlo parlare nessuno l’avrebbe immaginato nigeriano.

“A lui ci penso io” disse Padre Manno tamponando la faccia di Rayan con una garza “ti serve aiuto con quello?” chiese, riferito a Jalal.

“Devo sistemarli tutti e due?” chiese Gambo.

Padre Manno scosse la testa: “quello che è messo peggio.”

Gambo inforcò un paio d’occhiali dalla montatura spessa che gli ingigantivano le iridi. “E quello là?”

“Questo lo mettiamo a letto” disse Padre Manno dando una pacca sulla spalla ad Omar.

Gambo schioccò le dita ai tre portantini rimasti in disparte, gli sguardi bassi e le mani giunte sul ventre. Insieme a Zahid e Masud c’era un terzo, più giovane e bassotto, con l’aria da idiota.

“Pigliate quello” fece Gambo all’indirizzo di Omar “spogliatelo e sciacquatelo bene, disinfettatelo e sciacquatelo di nuovo con l’acqua fredda. Disinfettatelo col benzalconio, quello verde. Ve-r-de, capito? Non con lo iodio. No iodio, non quello che sembra sangue. Disinfettante verde”

Padre Manno, che ne teneva in mano una boccetta, l’agitò per mostrarla ai tre uomini. Solo uno dei tre annuì.

“Ma non me li puoi trovare altri tre che non siano così tonti?” chiese Gambo a Padre Manno.

“Devono occuparsi solo delle bestie”

“Cosa vuol dire? Che bastano delle bestie?”

“Sono fidati no? Non ti lamentare. Stai diventando una vecchia zia” disse Padre Manno a Gambo, poi si rivolse al trio “se questo si lamenta rompetegli anche l’altra gamba” e infine ad Omar “adesso questi ragazzi ti danno una ripulita e ti mettono sul letto a riposare, vedi di non fare storie e di non rompere i coglioni”

I portantini presero a braccia Omar, trascinandolo via di malo modo, sballottando la gamba rotta tra gli insulti dell’algerino.

“Porto questo a mettere un po' di ghiaccio in faccia” disse Padre Manno “poi torno a darti una mano”

Gambo fece spallucce: “questo non va da nessuna parte, non so cosa riuscirò a salvare”

“Mi fido di te”

“E quand’è che ti sdebiti?” chiese Gambo infilando guanti azzurri in nitrile, ed esaminando un vassoio con attrezzi da sala operatoria.

“Facciamo la cena coi padroni”

“Quando?”

“Ti farò sapere, comunque presto” fece Padre Manno “quelli quando c’è da mangiare corrono come le mosche sulla merda”

“La facciamo qui la cena?”

“No. Qua meno ci vengono e meglio è” disse Padre Manno “andremo alla tenuta vicino al mare”

“Quella dove abbiamo fatto il Ferragosto?”

“Quella, quella”

“Porto io la carne?”

“Eccerto” disse Padre Manno “io porto tutto il resto. Anzi vedi di farmi dei tagli decenti per la brace”

“Altro che sdebitarti, mi metti a faticà come sempre”

“Chi non lavora non fa l’amore” rise Padre Manno.

“Ma non è roba da fare alla brace, meglio in umido, o al massimo una tagliata”

“Vabbé lo decidiamo poi” disse Padre Manno, congedandosi. Spinse Rayan fuori dalla stanza, la mano posata al centro della schiena spingeva dolcemente come quella di un padre col figlio ferito, rassicurandolo che avrebbe avuto cura di lui e il dolore sarebbe passato presto, che non era niente di grave.

“Ti fa male la faccia?”

Rayan scosse piano la testa, un “no” bugiardo. Parte della faccia non la sentiva più, l’assenza di sensi disegnava un cerchio di torpore dalle sopracciglia ai lati della mascella e giù al pomo d’Adamo, con un buco ribollente di magma pulsante dove un tempo c’era il naso. Rayan non sentiva odori ma dalla bocca dischiusa e dalle labbra tumide percepì un sapore alcolico e marcescente. Le stanze erano avvolte in una frescura asettica. Piastrelle verde pino sul pavimento, bianche alle pareti. Interstizi ingialliti con rigatura nera. Sbeccature sparse.

“Ci mettiamo un po' di ghiaccio” disse Padre Manno facendo scattare la maniglia d’acciaio della pesante porta di una cella frigorifera, finendo avvolto in un istante dalla nebbia di condensa dalla cintola in giù, tanto che agli occhi di Rayan, l’omone apparve come una figura fluttuante e sfumata, un genio della lampada. A destra e a sinistra, appese alle pareti su robusti tubi d’acciaio come in un grande guardaroba c’erano quarti di bue, mezze carcasse di maiale e altre carcasse più grosse chiuse in buste di plastica, alcune sotto vuoto e opacizzate di brina. Da una scaffalatura pendevano cordoni di salsicce accanto a buste di ghiaccio in cubetti. Le grasse dita di Padre Manno setacciarono un robusto fascio di sacchetti gelo e ne riempirono uno di cubetti per poi annodarlo.

“Muovi il culo” disse Padre Manno a Rayan perché si avvicinasse, e quando fu a tiro gli schiaffò il ghiaccio in faccia con poca grazia, facendolo muggire.

“Tientelo sulla faccia. Non toglierlo, capito? E respira con la bocca”

Padre Manno gli diede una pacca sulla faccia per schiacciargli bene il sacchetto di ghiaccio sul naso. Rayan barcollò, stordito dal dolore che gl’investì il viso come se la trave l’avesse colpito un’altra volta. Nel ribollire del sangue che pulsava sotto la pelle il freddo del sacchetto di ghiaccio si fece strada in scie formicolanti. Nella mente di Rayan si sbloccò il ricordo di bastonate alla faccia e al costato, rimasto latente dal crollo del tetto nel campo di lavoro sino al viaggio sul furgone. Sotto le palpebre chiuse vide le facce di vecchi aguzzini, i cui volti si disegnavano come rigature su lamiera arrugginita. Lasciò cadere il sacchetto di ghiaccio, biascicando un lamento. Il panico s’impadronì del suo respiro, spezzandolo. Gli sembrava d’aver perso la vista, un orrendo déjà-vu. Tastò gli occhi per paura d’aver le palpebre sigillate come gli era successo da bambino, con le preghiere di sua madre perché non diventasse cieco. Era bambino a casa sua, ed era ragazzo in un sotterraneo in Libia, ed era quasi uomo in quella cella frigo. Ma adesso aveva gli occhi aperti, e il biancore ghiacciato della cella era svanito. Non era svanito il freddo, solo la luce. Rayan tastò l’aria cercando la spalla di Padre Manno, scomparso nella nebbia di condensa. Mulinò a vuoto le braccia, sbattendo contro le carcasse di carne congelata che pendevano dal soffitto e ondeggiando gli rimbalzavano sulla schiena, rispondendo alle sue spinte. Avanzando tentoni tra le carcasse trovò solo muri intorno a sé. La cella frigo non era più grande di quelle delle prigioni in cui era stato anni prima, circondato da corpi sporchi e tumefatti. Boccheggiando nell’aria gelida cominciava a perdere sensibilità alle dita, alle labbra. Le fitte ai polmoni s’erano trasformate in bolle d’insensibile ovatta che spegnevano il fiato dal di dentro, allentando la tenaglia del dolore.

Rayan gridò, ricevendo in risposta solo il ronzio del motore di refrigerazione, un suono senza direzione, sottile, avvolgente. Come una registrazione mandata in ritardo dalle orecchie al cervello, sentì lo scatto della cella che si chiudeva, un rumore calmo, senza fretta, attutito. Era chiuso dentro, urlare non serviva, e non ne era quasi più in grado. Respirando a bocca aperta, la gola raschiava distorcendo le sue suppliche. Lottando contro le carcasse per trovare la porta, facendo correre le dita frenetiche sugli angoli da una parete all’altra in cerca di una maniglia che non c’era, scivolò e cadde. Aggrappandosi a una carcassa per rimettersi in piedi ne strappò l’involucro, un telo cerato che scopriva un corpo che non somigliava ai quarti di bue e maiale spaccati a metà, con l’interno delle costole esposto e snudato dagli organi vitali. Rayan stava abbracciando un corpo la cui forma, con le pendici rigide che cadevano dal torso, sembrava umana. Un accesso di panico gli fece consumare le residue forze in grida e colpi alla parete che suonava più sorda, forse una porta. Si reggeva ancora sulle gambe ma non sentiva più i piedi, l’aria gelida rosicchiava i sensi spogliandolo di tutto ciò che non era paura. Abbracciato ai cadaveri invisibili e ghiacciati, il sollievo del respiro spento nell’assideramento fu una dolce beffa. Rimase cosciente per tutta la durata dell’asfissia, il tremore una vana ribellione all’immobilismo che avanzava verso la coscienza, e il ricordo di una luce accecante e calda, il sole nel deserto, con la schiena sulla sabbia bollente a cauterizzare gli squarci aperti dalla frusta sulla pelle. Nessun sollievo di bei ricordi al trapasso, solo i flash delle percosse sincronizzate con gli ultimi tremori. Era già morto una volta, pensò Rayan, ora stava solo smettendo di respirare.

 

>>> continua

 

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