Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro
7. Zahid e Masud
La situazione si stava scaldando. Nonostante dovesse reggersi su una gamba sola, Omar era bellicoso e pronto a menare le mani. I due ragazzi che l’avevano portato a braccia nella stanza delle docce, i due secchi e bassi ivoriani giovani e secchi che rispondevano al nome di Zahid e Masud, lo controllavano a distanza, senza forzare la mano. Dal momento che Omar non si voleva spogliare, Zahid e Masud afferrarono ciascuno un tubo pompa avvolgibile, ne pendevano diversi dal soffitto, come tanti pipistrelli dal collo lungo. La pressione dell’acqua era furiosa e i due puntavano i getti d’acqua alla faccia e alla gamba gonfia di Omar che li copriva d’insulti. Quando provò ad avventarsi su quello più vicino, Omar scivolò e finì carponi. Il pavimento si riempì di schiuma ed Omar non riuscì più a muoversi, annaspando tra le risatine dei due.
“Abbiamo finito di giocare?” Padre Manno si fece avanti riportando tutti alla calma. Prese la doccia a pistola e mandò gli ivoriani a spogliare e lavare Omar, armati di spugne abrasive e spazzole. Quando l’algerino cercava di ribellarsi, Padre Manno gli puntava il getto in faccia, con fare scherzoso, senza che però Omar lo trovasse mai divertente.
Andarono avanti così per una mezzora. Padre Manno ridacchiava a vedere i tre contorcersi coperti di schiuma in una lotta ridicola, come una sfida a Takeshi’s Castle. Stanco del continuo dimenarsi di Omar, Zahid gli colpì la gamba zoppa, e per qualche minuto non si sentirono che urla e insulti. Preso per sfinimento, Omar si lasciò trascinare nudo e dolorante, con le gambe lungo distese, fino allo spogliatoio adiacente, dove gli ivoriani ancora fradici gli frizionarono il corpo per tre volte, con asciugamani asciutti, poi imbevuti di disinfettante al benzalconio, e infine con panni in microfibra imbevuti d’acqua fredda.
Omar aveva perso gran parte della sua baldanza, ormai sfinito dalla nottata, dalla lotta nel sapone, dal dolore e dalla fame, si arrese ai carcerieri che agivano sotto lo sguardo sempre rassicurante di Padre Manno, inscalfibile dagli insulti e dalle domande di Omar.
Dall’armadietto stipato di disinfettanti e detersivi, Padre Manno estrasse un sacchetto di plastica trasparente, da cui sfilò due calzini sterili da far indossare ad Omar.
“Ricordate di ricomprarli” disse agli ivoriani, agitando il sacchetto ormai quasi vuoto, restavano solo due o tre paia di calzini. “Portatelo in camera e mettetelo in posizione. Mi raccomando, quando uscite dalla stanza disinfettate il pavimento, poi cambiatevi e tornate ad aiutare Gambo.”
I due annuirono mentre Padre Manno steccava alla buona la caviglia livida di Omar per poi tornare al locale docce. Lasciò scorrere l’acqua per spegnere l’accumulo di schiuma e dandosi da fare con straccio e bastone.
Coi calzini ai piedi e la gamba steccata Omar fu spinto per un lungo corridoio, sino a una pesante porta d’acciaio. L’aria all’interno era fredda, un po' stantia. Al centro, pesanti drappi rosso scuro, screziati di scie nerastre come disegni di rami d’albero, fiori e frutti stilizzati, pendevano dalla struttura di un baldacchino da letto matrimoniale. Ai lati stavano due comodini con abat-jour bianche a pois neri, di dimensioni variabili. Davanti a ciascuno comodino c’era uno scendiletto di lana arrotolato. Teche a vetri scorrevoli ospitavano vecchi libri e videocassette. Accanto a una poltrona stava un enorme mappamondo antico. Nell’angolo dietro la porta pacchiani separé di vetro decorato, più moderni nell’aspetto e nella foggia rispetto al resto della stanza.
Dalla cassapanca accanto ad uno scrittoio in legno di noce, Zahid prese un lenzuolo, l’aprì facendolo sbuffare nel vuoto della stanza e lasciandolo calare piano sulla poltrona perché la coprisse. Omar fu spinto sulla poltrona, e mentre Masud lo sorvegliava fissandolo senza mai sbattere le palpebre, Zahid procedeva a tirare i tendaggi del baldacchino e raccoglierli sui piloncini, fissandoli con una corda nera. Benché Omar non avesse mai visto un posto del genere sapeva che c’era qualcosa di bizzarro e fuori luogo, poiché al letto mancava il materasso, e c’era al posto della rete una lastra di d’acciaio con un grosso buco nero al centro, come un imbuto. Somigliava al piano di lavoro della stanza adibita a macelleria, dove Jalal era stato adagiato al loro arrivo.
In cima alla testiera del letto era montato un piccolo televisore a schermo piatto, a sua volta incorniciato da pannelli a specchio che completavano la cornice, riempiendo la parete del baldacchino sino al tettuccio. Sulla mensola a muro appena fuori dal baldacchino, sulla sinistra, si scorgeva un videoregistratore combo dvd e vhs. Da ciascuno dei piloncini del baldacchino spuntavano delle pesanti catene, ciascuna con una polsiera.
Omar, nudo e infreddolito, tentò uno scatto verso la porta ma i due ivoriani gli furono subito addosso. Benché secchi e di bassa statura, Zahid e Masud erano forzuti e si mostrarono esperti nel trattare con una preda riottosa. Avevano mani forti, prese d’acciaio, ed Omar si rese conto che nel locale docce avevano solo giocato: non aveva speranze contro di loro. L’afferrarono mani e piedi per poi schiaffarlo sul letto d’acciaio, e l’avvolsero con un robusto laccio elastico, da dietro le gambe e a formare un otto, su fino al collo. Un secondo passaggio gli raccolse le ginocchia e i gomiti, forzandolo in posizione fetale. Zahid gli tolse dunque la steccatura alla gamba e gli incatenò le caviglie alle colonne del baldacchino, mentre Masud faceva lo stesso coi polsi. Gli ivoriani erano esperti in quel tipo di manovre. Quand’ebbero finito Omar non sarebbe crollato sul fianco nemmeno con una spinta, e certo non avrebbe potuto divincolarsi.
Omar si sentì ridicolo e impotente. Da ragazzo era stato stuprato ed aveva giurato a sé stesso ceh non sarebbe accaduto mai più. Ora, con la bocca serrata da una gag ball di gomma, gli era stato tolto pure lo sfogo degli insulti e delle vuote minacce. Il suo stomaco brontolò, un moto di patetica tristezza che gli spegneva, nel sopraggiungere della nausea e della disperazione, ogni forza residua. Provò un leggero conforto quando il lenzuolo bianco con cui prima era stata coperta la poltrona, fu usato per coprirgli il corpo, tutto, dai piedi fin sulla testa. Poteva ancora sentire gli ivoriani trafficare intorno a lui, pulire il pavimento come ordinato da Padre Manno, per poi chiudersi la porta alle spalle e lasciarlo solo a sognare vendetta. Se quell’obeso porco voleva stuprarlo era meglio l’uccidesse subito, o non si sarebbe limitato a uccidere lui e chi l’aveva aiutato. Avrebbe dato fuoco a tutto quello schifoso Paese.
>>> continua