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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

9. Spettacolo di mezzanotte

 

Quando Padre Manno entrò nella stanza, avvolto in un enorme accappatoio di spugna e profumato di bagnoschiuma all’olio di cocco, il corpo di Omar era ancora rannicchiato in posizione fetale sotto il lenzuolo bianco, come un bambino nascosto sul suo letto. Padre Manno accese la luce ed esaminò la stanza con calma, lo stato dei pavimenti, l’odore di pulito che resisteva nonostante le ore in cui il respiro di Omar aveva intaccato la purezza dell’aria. Padre Manno vide il lenzuolo vibrare, come se l’ospite si fosse destato dal sonno. Omar era sfinito dalla costrizione a star piegato sulle ginocchia, le braccia strette nelle polsiere insanguinate per i tentativi di liberarsi. Non mangiava e non beveva ormai da ventiquattro ore.

Padre Manno aprì la teca con le videocassette, custodie di plastica nera o trasparente, senza copertine né etichette. Ne prese due, le aprì e soppesò la scelta per qualche istante, poi ne infilò una nel videoregistratore e accese lo schermo montato sulla testiera del letto. Le casse audio erano fissate sui quattro pilastri del baldacchino e cominciarono a mandare suoni animaleschi.

Omar si agitava sotto il lenzuolo, legato stretto com’era poteva solo far tintinnare le catene tese e scuotere un po' i fianchi, ondeggiando appena a destra e a sinistra.

“Vuoi dare un’occhiata?” chiese Padre Manno mentre trascinava la poltroncina accanto al letto. Tirò il lenzuolo per scoprire la testa di Omar, rimboccando con cura il lembo in eccesso sulle spalle. Padre Manno slegò una cordicella fissata al baldacchino, la cui estremità superiore era al centro del tettuccio e la fissò sopra il naso del prigioniero, all’anello che spuntava dalla striscia di cuoio superiore della gag ball. La cordicella testa teneva così la testa di Omar alzata, consentendogli di vedere lo schermo, e impedendo di distogliere lo sguardo. Non poteva più chinare la testa, solo chiudere gli occhi.

Le immagini erano di bassa qualità, sgranate, come riversate più volte da un nastro all’altro. Omar stava guardando la scena di un documentario sulla savana: una tigre sbranava una gazzella.

Padre Manno si lasciò cadere sulla poltrona, il telecomando in mano, a spingere il volume al massimo possibile. Anche l’audio era pessimo, col rimbombo del vento sul microfono.

“Scene scartate” spiegò Padre Manno, la cui voce era cambiata, più lenta e cavernosa “quando si giravano i documentari naturalistici, c’era sempre una quantità enorme di materiale di scarto, a volte la ripresa finale era confusa o di scarsa qualità, altre volte il caldo o il fango o la sabbia danneggiavano la videocamera e non ci si accorgeva finché non si controllava il girato. Con le macchine digitali questi problemi non ci sono più, ma negli anni Cinquanta e Sessanta doveva essere un vero inferno, roba da veri pionieri. Nelle riprese coi grandi predatori, c’era sempre materiale troppo cruento per essere mandato in onda per la sensibilità dell’epoca. Mi piange il cuore a pensare quanto ottimo materiale è stato buttato via negli anni, solo per la mania di proteggere il pubblico dalla realtà. Insomma, questa è grande televisione. Le immagini sono rovinate e sgranate ma immagino come dovesse essere la ripresa originale.”

Il nastro saltò con uno sfarfallio ad una scena in bianco e nero, ma di qualità leggermente superiore, meno sgranata, l’audio sorprendentemente nitido. Un leone masticava una zebra, le costole esposte e aperte dalle mandibole del felino. Pochi secondi prima di un altro sfarfallio e un branco di iene coi musi affondati nella carcassa di una giraffa. Il suono era il migliore dei tre segmenti e le immagini erano più calde e colorate, il sangue e le carni della preda ben visibili.

Omar cercò di girare la testa, invano. Padre Manno stava affondato nella poltrona, carezzandosi il profilo dell’enorme pancia globosa.

“Guarda lo schermo” disse con calma.

Omar raccolse le poche forze che gli restavano per soffiare tutta la sua rabbia contro la gag ball che gli teneva la bocca aperta e sigillata, soffocando tutto ciò che non era un muggito gutturale. Padre Manno lo ignorò, concentrandosi sullo schermo. Le scene di predatori avevano lasciato posto a un montaggio di scene da macello. Una mannaia si abbatteva su uno stinco ricavando un ossobuco perfetto. Un altro cambio scena: carrellate di quarti di bue appesi ai ganci di un mattatoio correvano su monorotaie aeree in un moto ipnotico, facendo entrare Padre Manno in un torpore pre-sonno. Palpebre semiaperte. Respiri lenti e regolari. Le dita salsicciottesche tastavano il petto all’altezza dello sterno, sull’apertura dell’accappatoio dove s’intravvedeva una cicatrice, simile a quella di un trapianto cardiaco, grigia e profonda, lucida.

La scena sullo schermo cambiò di nuovo, ridestando l’espressione apatica sul volto di Padre Manno: un pitone stava ingoiando un facocero. La bocca del serpente aveva raggiunto la massima dilatazione e iniziava a stringersi verso la testa del mammifero per ingoiarlo del tutto.

“Guarda là” disse Padre Manno additando lo schermo “creature straordinarie i pitoni. Possono ingoiare una persona intera. L’essere attaccati da animali selvatici è qualcosa che sta venendo meno all’esperienza umana. Intendo come specie. La vita nelle città disabitua l’uomo agli attacchi degli animali, mentre lo abitua maggiormente agli attacchi dei suoi simili, che è l’esatto contrario per gli abitanti nelle zone remote. Ad esempio, fa parte di un codice non scritto comune a tutti i frequentatori dei sentieri di montagna salutarsi. Non si fa lo stesso con tutti quelli che si incontrano su un marciapiede in centro, ma è praticamente un obbligo morale tra le montagne, o nelle campagne, anche se nelle campagne questa cosa si va perdendo un po' come nelle città. Dev’essere così anche per i beduini nel deserto, immagino che ci si saluti in caso d’incontro. Tu eri Algerino giusto? Il deserto dovresti conoscerlo, ma dubito tu sia mai stato attaccato da una tigre o cose del genere. Le creature più affascinanti per questo genere di cose sono i pitoni, possono ingoiare un uomo e digerirlo per settimane. Prima la stritolano, la morte sopraggiunge per soffocamento, la stretta impedisce il normale afflusso di sangue al cervello o qualcosa del genere. Quando la preda è inerme hanno tutto il tempo di ingoiarla, e non è una passeggiata. Oltre dilatare la bocca, devono alterare le dimensioni di tutto il corpo, l’apparato digerente, gli organi cambiano dimensioni e forma, il cuore si ingrossa perché è un processo molto dispendioso per la bestia.

“Sono eventi rari, perciò quando ne succede uno fa scalpore e la notizia può arrivare sui giornali dall’altra parte del mondo, alimentando il mito. Può darsi che l’eccezionalità di questi eventi colpisca ancor di più l’immaginario, perché raro non significa impossibile. Di cose rare e strane è pieno il mondo. Mi sono sempre chiesto cosa passa nella testa di chi sta morendo per l’attacco di un animale selvatico, mangiato vivo, o stritolato da un boa che l’avvolge tra le spire. Se uno avesse il tempo per ragionare su quel che gli sta accadendo, provando a guardare sé stesso dall’esterno, immagino che il pensiero dominante sarebbe quello di un destino immeritato. Immagino che ogni essere umano cosciente di stare per morire senta quel tipo di disperazione, unico nel suo genere, che non include la rassegnazione e rifiuta l’evidenza del momento, ma immagino esistano diversi livelli di rifiuto. Di tutte le morti possibili, morire sbranato o stritolato, dev’essere quella che genera più resistenza, perché come specie civilizzata, l’umanità ha allontanato quest’idea. C’è una coscienza della morte diversa per le modalità. L’ineluttabilità delle malattie che certo, anche queste causano di certo un rifiuto, ma sono più accettate e condivise nell’esperienza, così come la violenza dei propri simili: omicidi, guerre, aggressioni. Fanno parte dell’esistenza. Se uno fosse sotto un bombardamento o, che so, coinvolto in un attacco di qualche gruppo militare, sentendo gli spari e le urla, avrebbe una maggior coscienza della morte, della possibilità di essere colpito. Ma l’attacco di una tigre, di un branco di lupi, di un serpente, dubito che diano al morituro la stessa sensazione. È probabile che non si rassegnerebbe all’idea di stare morendo in quel modo, mentre un animale lo soffoca o lo mangia mentre è ancora vivo. Se ci pensi, è la negazione del dominio dell’uomo sulla natura, di cui questa specie si è convinta anche solo a livello inconscio. O così è per gli occidentali, gli europei soprattutto, molto meno abituati all’ostilità di una natura che hanno avuto modo di domare a suo tempo, e che non gli ha mai riservato particolari ostilità. Chi muore divorato invece, cosa pensa di sé stesso e della sua vita? Capisce la purezza dell’atto? Non c’è rancore in un animale che uccide un uomo per nutrirsene, nessun pregiudizio. Implorare pietà davanti ad un boia è futile, ma davanti ad un animale non si può nemmeno implorare. Chi mai proverebbe ad usare la ragione per fermare l’attacco di un animale? Non si può. In quel momento, la comprensione della natura nella sua essenza è cristallina, molto più che al cospetto di un terremoto o un’eruzione, eventi di una portata troppo mastodontica che nel rendere manifesta la nostra piccolezza dubito possano regalarci una vera epifania. Ma oh, se potessi entrare nel cervello di chi vede sfuggire la vita sotto i morsi di un predatore. È qualcosa di intimo, totalizzante. Tu sei credente? Cosa ti dice questo di Dio? Essere ateo non mi è mai stato di particolare conforto, ma se credessi, questi pensieri mi renderebbero l’idea della fede un inferno. Noi facciamo i nostri santi e i nostri martiri sulla base delle persecuzioni, ma non si martirizza qualcuno che muore sbranato da un lupo mentre cerca funghi. Se fossi credente la vedrei come una manifestazione dell’indifferenza di Dio, ma non lo sono. Tu sei devoto ad Allah? Hai una preghiera da rivolgergli adesso? Io non ho mai avuto niente contro i musulmani, buona parte dei braccianti da Roma a Locri lo sono. Ma proprio come sui monti o nella savana, vita e morte dipendono solo dalla catena alimentare, una gerarchia che all’uomo piace pensare d’avere scalato. Non è così.”

Padre Manno tacque per un lungo minuto, fissando i puntini di statica sale e pepe sullo schermo del televisore. La videocassetta era finita e si alzò per sostituirla con la seconda. Le immagini erano di qualità nettamente migliore, il filmato appariva molto più recente. Un giovane dalla pelle bruna era disteso sul pavimento, nudo, incosciente, il torace e gli arti sanguinavano da incisioni nette e ordinate. Una muta di cani pelle e ossa s’avventò sul corpo iniziando a divorarlo. Nella lite iniziale i cani più esili finirono uccisi, benché vi fosse abbastanza carne per tutti. Per i primi cinque minuti del filmato, le bestie avevano consumato le residue forze per azzannarsi a vicenda, poi sfinite e sanguinanti s’erano concentrate sulla preda inerme. L’inquadratura era fissa, ma quando i cani cominciarono a mangiare lo zoom andava stringendosi sul corpo martoriato.

Padre Manno aveva assistito alla scena in piedi, barcollando e sudando, tastandosi il torace al centro come gli stesse mancando il respiro. Omar ne seguiva i movimenti dagli specchi che incorniciavano lo schermo e tutta la parete fino al tetto del baldacchino. Padre Manno lasciò cadere l’accappatoio, l’enormità del ventre prominente eclissava tutto il resto, e il pallore della pelle brillava al chiarore dello dello schermo tv. La forma del torace aveva qualcosa di sbagliato. L’epa partiva da sotto l’attaccatura delle braccia, come una tuta di pelle e grasso senza torace, senza le tette maschili che avrebbe dovuto avere una persona di quella stazza, né c’erano organi sessuali all’attaccatura delle gambe, anche se dalla posizione prona, nonostante gli specchi, Omar non li avrebbe visti sotto quell’unico globo di carne. La pelle era tesa per l’incontenibile pressione della massa interna che spingeva indietro le braccia, come tozze ali spiumate percorse da vene varicose bluastre. Il torace era percorso da un segno al centro, quella che sullo sterno partiva come una cicatrice e si dilatava in un grigio viluppo di carne tumida e grinzosa, una linea irregolare e zigzagante accesa dal luccichio umido di una secrezione liquida, violacea. Padre Manno aveva la testa reclinata all’indietro in modo innaturale, il mento perpendicolare alla spina dorsale e il gargarozzo pulsante nel respiro sempre più affannoso.

Quando il lenzuolo che lo copriva scivolò via Omar non ebbe il tempo di temere uno stupro, quello che vedeva riflesso nei segmenti di specchio non era un obeso uomo lascivo, non era più nemmeno la caricatura di un essere umano, era un’impronta di luce diafana immersa nel buio della stanza, una cianografia carnosa e sussultante che si apriva al centro, lacerata in verticale. La carne si arricciava all’esterno perdendo tono, come carta bruciata, mentre uno sbuffo d’aria apriva una crepa nello strato più interno dove il rossore sanguigno dei tessuti molli anneriva in una fitta rete di vene su una muscolatura a coste, diaframmatica. La stanza si riempì immediatamente di un odore di petrolio grezzo, terroso, di carne ed erba lasciate a macerare al sole in un bagno di fertilizzanti liquidi, con una nota pungente di limone marcescente. Un lavorar di tendini, cerulei e sempre più visibili nella tensione sotto la superfice violacea, mandava un suono picchiettante, di tanti piccoli tessuti che si aprivano schioccando come bolle viscose. Il suono di tessuti scoppiettanti si mescolava ai rumori del filmato che ancora mostrava cani affamati, intenti a rompere ossa e strappare lembi di pelle dalla carcassa umana. Alle orecchie e agli occhi di Omar quei suoni e immagini prima rivoltanti avevano assunto un che di artefatto, finti al confronto con l’orrenda metamorfosi che vedeva riflessa nello specchio, e che i suoi occhi e la sua mente rifiutava e al tempo stesso non riusciva a smettere di guardare.

Le costole sul costato della cosa che non era più Padre Manno si allargarono, distendendosi a ventaglio e accompagnando l’esporsi di protuberanze cartilaginee forate al centro, da cui spuntavano lenti aculei nerastri e striati di rosso. L’eccesso di carne arricciato sull’apertura verticale e il fascio di grasso che ne esaltava il rigonfiamento si stese lungo le costole e gli aculei, spandendosi verso l’esterno, entro l’area del baldacchino, posandosi sulle cosce e il costato di Omar, come il bacio di un’enorme bocca viscida che ne sovrastava già la schiena, chiudendosi dai glutei fino al collo, pungendo con la dentatura di costole e aculei gli anfratti ai lati della cassa toracica del giovane. Omar cominciò a sentire la pressione, mentre fitti fanoni nella parte più interna del corpo della cosa gli raschiavano via la pelle, insinuandosi a spezzare le sue costole fluttuanti, troncate alla base e succhiate via. Vibrando ai lati del costato, dall’osso iliaco fino alla punta basa delle scapole, i succhi acidi sciolsero il derma e in una tensione asimettrica da destra a sinistra la pelle gli fu strappata di lato, lasciando esposta la muscolatura dell’addome. Aculei biforcuti ’insinuavano frenetici a sminuzzare i tendini mentre il morso della cosa ch’era sta Padre Manno, si stringeva spezzando le costole di Omar, facendo esplodere in fuori le frattaglie che grondavano sul piano d’acciaio del finto letto, giù verso il foro a imbuto al centro. Le dentellature cartilaginee della cosa scavavano frenetiche tra le carni, laboriose zampette nere e rosse recidevano gli organi interni dal diaframma in giù, svuotando l’addome dagli sgraditi intestini, suggendo i reni e il pancreas, avidi dell’ambrosia rubino nelle arterie. Villi tentacolari risucchiarono il sangue dalle gambe già escluse dalla circolazione, e cadute tronche in moncherini tranciati appena sopra le rotule.

Omar respirava ancora. Gli occhi sul punto di esplodere dalle orbite per la tensione e il dolore non distinguevano più forme e colori, allucinati da macchie di luce e buio, chiazze nero e giallo su un impalpabile telo bianco. La mente era cosciente, i nervi spietati inflazionavano il cervello di articolati rapporti sui danni ad ogni sistema e apparato, una conoscenza primordiale del corpo slegata da ogni forma di studio. Omar sapeva che le sue ventraglie avevano l’abbandonato, le sentiva pendere giù per lo scarico sotto il letto, parzialmente attaccate alla pesante bolla dello stomaco che tirava l’esofago, strappandogli la gola dall’interno per pura forza di gravità. Omar sentiva ancora le gambe ma non poteva muoverle: non sapeva che erano rimaste tranciate dalla dentatura nella parte più dura della bocca del mostro, e che i villi suggenti della creatura facevano da connettori neuronali tra le parti ormai separate del suo corpo. Percepiva i muscoli, spremuti come spugne e li sentiva sfuggire alle ossa spolpate, e il bacino esploso per la pressione della mandibola che lo stava divorando, quasi intero. Il suo corpo si smembrava in un procedimento meccanico, propaggini laboriose ripulivano la carne intorno alla colonna vertebrale, corrodendo i dischi intervertebrali, infiltrandosi tra le scapole. Omar aveva ancora i polmoni, respirava, e c’era qualcosa di straordinario nell’assenza di rigurgiti ematici o di succhi gastrici in fondo alla gola, pulita, senza gusto di sangue, nonostante l’odore avesse impregnato l’aria che gli danzava intorno, un vapore di vita incuriosita dalla propria evanescenza. Anche quando le mascelle della creatura, premendo sotto le ascelle, gli fecero esplodere la cassa toracica, staccando testa e braccia dal resto del corpo, Omar ebbe qualche istante di lucidità. Gli occhi sbarrati vedevano la scena capovolta, due rossi tronchetti ancora incatenati – le sue gambe dal ginocchio in giù – e l’oscena simmetria di carne e denti che pulsava, mugghiante, masticando quel ch’era stato il suo corpo. Una colata di sangue, dallo squarcio della trachea, gli coprì il viso e gli occhi, spegnendogli la vista in un bagno rosso.

La creatura barcollò: le sue braccia, appendici ritorte come una coda fetale, toccarono il piano dello scrittoio e lo usarono come puntello perché il corpo, esausto dalla metamorfosi, non cadesse all’indietro. Le gambe avevano perso di tono, mandando sangue e grasso alle caviglie e deformando la pianta dei piedi per offrire una maggior superficie d’appoggio, comunque precaria per l’abbondante spreco di sangue sgorgato sul pavimento. Le costole della creatura, ancora aperte come denti d’una bocca storta, si richiudevano a fatica, spingendo in dentro i villi tentacolari, gli aculei sottocartilaginei e le file di fanoni impegnate a masticare e rosicchiare le ossa della preda in un laborioso impastare e mordere, corrodere e ingerire. La pelle glabra era coperta d’uno strato viscoso, l’essudazione per lo sforzo e i processi chimici della digestione avevano saturato l’aria di un asfissiante, le emissioni combinate di un impianto di compostaggio e di un peschereccio. La testa di Padre Manno, irriconoscibile e deformata nel temporaneo alloggiamento tra le scapole, risaliva lentamente ricomponendo la propria forma, attingendo rotondità dai depositi di grasso sulle clavicole, riformando la spigolosità del pomo d’Adamo per farlo subito sparire nella flaccidità della pappagorgia. Le grandi labbra sul torace si richiudevano, il tessuto spugnoso ancora esposto suggeva i fluidi per auto pulirsi, accompagnando lo svolgersi della pelle nel recupero della sua forma originale, restituendo all’apertura prima dilatata, il segno di una cicatrice fresca, un graffio tumescente che rinsecchiva lentamente. Quando riprese lucidità ed equilibrio, Padre Manno barcollò fino alla poltrona, lasciando che i muscoli involontari finissero il lavoro di modellatura delle gambe e delle braccia restituendogli la forma umana di tutti i giorni. Era stanco e soddisfatto del pasto, mancava poco a quell’appagamento per tradursi in felicità autentica, strappatagli dalla vista dei resti di Omar sul letto d’acciaio, i moncherini degli stinchi e dei piedi da un lato, il bizzarro Picasso delle braccia e della testa capovolte, il volto ridotto a una maschera di Francis Bacon.

La pancia di Padre Manno pulsava. L’aspettava una laboriosa e sfiancante digestione. Era ancora nudo e accaldato, uscì dalla stanza a piccoli passi, aveva i piedi umidicci di fluidi corporei di varia natura e colore, per lo più sangue e gelatina gastrica. Doveva reggersi ai muri per non scivolare. Entrò in uno dei cubicoli del locale doccia, vi si incastrava come un ammasso di gelatina in scatola. Non si accorse di Coso, seduto sulla piccola panca all’angolo, coi vestiti di Padre Manno lavati a secco e piegati.

Rimase sotto la doccia per una buona mezzora, esaurendo l’acqua dello scaldabagno, quasi si spaventò quando vide Coso farglisi incontro e porgergli l’accappatoio, comunque troppo piccolo per la sua stazza, tanto che si rassegnò a tenerlo sulle spalle come una mantellina. L’accappatoio buono, quello della sua misura, era rimasto sul pavimento della stanza, e doveva essere zuppo di sangue.

Padre Manno si massaggiò l’apertura sul torace, gli doleva. Dentro di lui, le costole e la colonna vertebrale di Omar stavano venendo smembrate e svuotate del midollo. Villi e aculei, come tante operose braccia di bambino, smontavano e corrodevano, separavano le cartilagini, suggevano il tessuto connettivo dei tendini. Padre Manno poteva sentire i sapori in fondo alla gola, lungo le propaggini nervose che dalla schiena salivano ai gangli nelle spalle e la parte posteriore del collo, fino agli occhi annebbiati dal vapore e dalla stanchezza.

Non aveva voglia di ripulire la stanza e decise di mettere alla prova Coso. Il giovane sfregiato non ebbe reazioni al puzzo della stanza, allo sporco di sangue e gelatine gastriche sul pavimento, né ai resti smembrati di Omar. Padre Manno rimase a guardarlo ripulire, in cerca di reazioni su quello sguardo assente.

Dal momento che la digestione non l’avrebbe lasciato dormire, Padre Manno andò alla cella frigo per verificare che Zahid e Masud avessero fatto un buon lavoro col corpo di Rayan: Lo trovò imbustato e datato, come da lui richiesto. Passò quindi alla dispensa dove, col sangue di Jalal, passò il resto della nottata a preparare il sanguinaccio. Alle prime luci dell’alba andò a controllare Coso, che aveva pulito la stanza in modo alquanto soddisfacente, e s’era appisolato sulla poltrona.

 

>>> continua

 

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