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Stai leggendo: "L'ora di cena" di Quinto Moro

Parte 2: La cena

H: 20:40

Katia rientrò in soggiorno portando il sacchetto come fosse il tesoro di una rapina in banca, e ne cavò le scatolette di cartone colorato come uno scrigno d’inestimabile valore. Lo posò sul tavolo. Il lume dello schermo rendeva più freddi tutti i colori. La playlist s’era interrotta in un messaggio di servizio. L’appartamento era avvolto nel buio.

La scatola era richiusa in cima con un intreccio simile a un fiore di carta bianco e rosso. Aveva un che di elegante ma non riuscì a scioglierlo. Il taglierino era ancora lì, con qualche brandello di tabacco nella scanalatura tra la custodia di plastica e la canna. Si chinò ad annusare i frammenti di tabacco e li inspirò, poi usò il taglierino per circoncidere la scatola che l’investì col suo profumo di cibo caldo, seppur troppo speziato e indistinto per capire di che si trattava. C’era qualcosa di fritto. Tirò fuori le piccole porzioni, vaschette di carta e cartoncino alimentare resistente agli olii. Aveva ordinato nudolini al curry, polpette fritte e un’insalata senza condimento. Per due.

“Era la cena” disse Katia, come spiegandosi al buio dell’appartamento. “Il ragazzo delle consegne era carino” disse ancora. Accese la sigaretta e cominciò a sorbire i noodles quasi nello stesso momento.

“Un ragazzo alto e magro, giovane.” Pausa. “Avrei potuto invitarlo a cena. Sì, proprio così, in accappatoio, perfettamente nuda sotto. Avrebbe passato tutto il tempo a sbirciare tra l’accappatoio e la scatola delle polpette.” Risata. “Avrei potuto scoparmelo qui sul tavolo, davanti ai tuoi occhi. Sarebbe stato divertente.”

Il tavolo era un lastrone di legno massello spesso sei centimetri. Un regalo dei genitori dello sposo. Erano gente benestante loro, non esattamente di buongusto. C’erano voluti cinque operai e mezza giornata per portare quell’accidente di tavolo su per le scale senza ascensore. Col tanto che era costato quell’orrore buono per una casa da borghesi snob anni ’60 avrebbero potuto riparare l’ascensore del condominio e ne sarebbe avanzato per un normalissimo tavolo da sei persone, con sedie ergonomiche imbottite di gommapiuma invece di quegli obbrobri con lembi di vera pelle per poggiaculo e schienale.

Il tavolo era lungo quattro metri. Attraversava il soggiorno dell’appartamento come un ingombrante monumento rubaspazio. Ci sarebbe potuta stare una cassettiera, un mobile d’angolo, una cristalliera per le bottiglie. Ma no. Il dannato tavolo si prendeva tutto lo spazio. Le due estremità, i due capotavola, stavano immersi nell’ombra. Il laptop se ne stava al centro. Katia cercò una canzone adatta alla situazione. Scelse una sciocca canzone pop di sette-otto estati prima, quando non aveva ancora conosciuto suo marito.

“Bei ricordi” disse “l’ho ballata in discoteca un sacco di volte. Ormai è un secolo che non vado più in discoteca. Non ballo più.”

Katia prese il taglierino e tirò su la tovaglia con ricami di pizzo gialli e blu, svelando il robusto pianoro del tavolo con le sue ruvide venature di legno. Puntò il taglierino e seguì le linee del legno. Chiuse gli occhi per ricordarsi qualcosa di sciocco, una fissa per un ballerino o un belloccio canterino la cui foto aveva spillato alla porta della sua cameretta alle scuole medie. Incise un cuore e le sue iniziali seguite da due nove musicali e la caricatura di un gatto.

 

H: 20.50

Katia aveva mangiato rumorosamente i suoi nudolini al curry, spruzzandosi il collo e l’accappatoio con quella brodaglia gialliccia e appiccicosa. Aveva ripreso la bottiglia rimasta a metà sul piano cucina accanto al frigorifero. Ne versò un secondo bicchiere, allungandolo al capotavola dove sedeva la sagoma fasciata di tutto punto, con straccetti di vecchie federe e lenzuola trasformati in legacci per le caviglie e i polsi, e più robusti e avvolgenti fasci intorno al petto e alle cosce tutt’intorno alla sedia. Katia, poi girò il laptop perché lo schermo acceso illuminasse la sagoma.

“Ti fa ancora male?” disse, e allungò le dita per dargli un pizzicotto sugli zigomi ispidi di troppa barba.

“Il mio Premio Oscar” rise. Prima solo in modo abbozzato, poi a voce alta, in modo sguaiato e teatrale. Aveva sognato di fare l’attrice, tra i dodici e i diciannove anni. Ma era stata troppo pigra per studiare recitazione. Katia era sempre stata convinta di avere il talento nelle vene e non le sarebbe bastato altro che mostrarlo. Quella convinzione s’era dileguata in un momento imprecisato dei suoi vent’anni, già prima di conoscere Oscar, benché di tanto in tanto cedesse alla tentazione d’incolparlo per il naufragio del suo sogno. Per anni aveva scherzato sul nome del suo futuro marito. Diceva che era il suo Premio Oscar, specie quando uscivano in coppia o in gruppo, per enfatizzare il successo della loro relazione, con abbondanti sottintesi sessuali per scandalizzare le coppiette più pudiche e perfettine.

Katia gli mise un dito sotto il naso. “Riesci a respirare, sì?”

Il nastro americano avvolgeva la bocca e il collo di Oscar per quattro passate. Un lembo gommato era salito più figlio a schiacciargli in parte il naso, rendendo i suoi respiri insopportabilmente rumorosi. Oscar aveva un bel naso appuntito di cui andava molto fiero. Katia s’immaginò la liberazione dal nastro adesivo che l’aveva tenuto prigioniero tanto a lungo, col naso schiacciato fino a tramutarlo in un’orrida forma aquilina.

Arricciò una forchettata di nudolini e gliela mosse presso la bocca sigillata.

“Ne vuoi un po’?”

Fece di nuovo la sua risata d’attrice. Prese una boccata d’aria e strillò la risata perché echeggiasse per tutta la casa.

“Siamo vicini rumorosi” disse “nessuno ci farà caso”

Succhiò la forchettata di noodles pulendosi le labbra col dorso delle dita e fissò il marito inchiavardato sulla sedia. I respiri non si scorgevano sul petto platinato dal corposo strato di nastro americano, ma pompavano copiosi dalla pancia, come il gargarozzo di un uccello tropicale.

 

H: 21.09

Katia consumò il resto della cena accanto al marito. Risucchiò avidamente il pasto di entrambi. Il cibo avrebbe assorbito la bottiglia di vino. Katia mise in conto un po’ di mal di testa al mattino, ma sarebbe stata in grado di affrontare la giornata come sempre. Sparecchiò i contenitori del ristorante da asporto, lasciando a tavola solo il rotolo di nastro americano. L’aveva consumato quasi tutto. Benché non avesse progettato la cosa nel dettaglio, fasciare il corpo di Oscar con le lenzuola prima del nastro adesivo era stata un’intelligente precauzione. Sarebbe stato più facile scioglierlo, una volta deciso cosa fare di lui. Le braccia di Oscar erano chiuse in petto, coi pugni poco sotto il mento.

“Sembri una mummia” disse Katia “ma anche un Premio Oscar, solo che quello tiene un bastone in mano, oppure, secondo te che cos’è?”

Katia si avvicinò per guardare gli occhi del marito. Nella penombra della stanza non erano che biglie vuote ma da vicino, percependo il calore del suo corpo, il suo sudore, ne sentì tutta l’umanità. Si alzò da tavola e uscì dallo sguardo di Oscar. Tornò poco dopo, piazzandosi alle sue spalle e carezzandogli i capelli con una mano.

“Non è un bastone” disse Katia “è una spada”

Fece scioccare la lama del taglierino per tutta la sua lunghezza, spinse giù lo schermo del laptop che con un clac fece piombare la stanza nel buio. Mise la mano sinistra sulla fronte del marito, sentendola sudarsi istantaneamente come spugna spremuta. Katia dovette stringere con più forza, nonostante l’abbonante fasciatura che immobilizzava il marito. Lui scattò due, tre, quattro volte mentre la lama affondava nella gola lasciando sgorgare il succo caldo e appiccicaticcio della sua esistenza sulla maglietta foderata dal nastro.

Katia continuò a tenergli la testa ferma finché ogni guizzo fu spento. Continuò a tenerla a lungo, finché non ebbe la chiara impressione della pelle fredda.

 

H: 23.48

C’era da ricomprare la candeggina. Katia ne aveva consumato due fusti da cinque litri per pulire il pavimento del soggiorno, e le gocce sparse sul corridoio e il lavandino del bagno. Aveva lasciato il taglierino ammollo nella candeggina pura per venti minuti. Spezzò la lama segmento per segmento e ne inserì i pezzi nelle lattine di birra di Oscar ripescate dal bidone della differenziata. Appiattì ogni lattina con cura perché il pezzetto di lama non potesse uscire. L’indomani sarebbe sparito tutto, mescolato alle lattine di tutto il palazzo e del quartiere, nel grande ventre puzzolente del compattatore.

Il freezer a pozzetto sarebbe arrivato l’indomani mattina. Avrebbe tenuto il corpo di Oscar nella vasca da bagno fino ad allora. Prima di far entrare i ragazzotti della consegna a domicilio si sarebbe nuovamente messa in accappatoio. Katia avrebbe lasciato scorrere l’acqua della vasca con due litri di bagnoschiuma, facendo salire la schiuma tanto da nascondere il cadavere, nel caso i ragazzi delle consegne chiedessero di usare il bagno. Fantasticò sull’offrir loro un caffè, una birra, uno o dieci bicchieri d’acqua perché chiedessero d’usare il bagno. Avrebbe finto che la maniglia della porta fosse rotta, e sarebbe rimasta a vigilare sui loro vespasiani. E fantasticò sullo stesso brivido sentito quando il rider del ristorante da asporto le aveva consegnato la cena, mentre il marito stava imbavagliato a capo tavola, immerso in un cono d’ombra.

Katia aveva raggiunto una discreta abilità nell’uso del coltello elettrico. Sua madre aveva insistito perché lo inserisse nella lista nozze, e sebbene quell’aggeggio non le fosse mai piaciuto, s’era rivelato più utile d’ogni altra cosa in quella lista. Oscar era ingrassato molto durante l’estate, e per quanto il freezer l’avrebbe contenuto senza difficoltà, ci sarebbe stato da lavorarci un po’.

Oscar non aveva un lavoro e non aveva amici che l’avrebbero cercato, non prima di Natale, quando i suoi resti sarebbero stati abbondantemente smaltiti col tritacarne. Il tritacarne, regalo di sua madre all’ultimo compleanno.

Katia aveva macinato solo piccole porzioni di carne, almeno finora. Un chilo alla volta, Oscar avrebbe prodotto abbastanza polpette da sfamare i cani e i gatti randagi del quartiere da lì a pasqua. Restava da capire come smaltire le ossa, ma qualcosa si sarebbe inventata.

 

Fine.

 

 

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