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Stai leggendo: "Negli occhi di Clara" di Quinto Moro

Clara guardava dalla finestra, le braccia conserte sul lato interno del davanzale di marmo giallo screziato. A volte, quando i genitori facevano tardi, Clara giocava a immaginare forme animali sui ghirigori rossi e bianchi del marmo. C’erano puntini rossi e rosa intorno alle mezzelune bianche, sedimentate ad intervalli di duemila anni, scavate e tagliate da operosi marmisti di un qualche paese lontano lontano. Il marmo era stato levigato e lucidato, e il taglio in sezione aveva trasformato quelle viscere di pietra millenaria in disegni piatti simili a serpentelli, fauci di giraffe, bocche di squali, aquile ad ali spiegate e trenini.

Clara amava i trenini, e sperava che un giorno o l’altro suo padre, che coi treni lavorava, gliene avrebbe regalato uno. Non lo fece mai, perché i treni erano roba da maschi, ma almeno non impediva a Clara di disegnarne quanti voleva. Suo padre non era un grande appassionato di treni, e non aveva mai accettato di portarla con sé a lavoro per mostrarglieli dal vivo. Non dal di dentro. Clara li aveva visti solo dall’esterno. La mamma raccontava che s’era fissata una volta, quando da piccola alla stazione aveva visto un bel treno verniciato di rosso ed era scoppiata a ridere di contentezza al fischio di partenza ed agli sbuffi della locomotiva. Poi Clara non ne aveva visti per anni, ma la fissazione era rimasta.

 

Ogni volta che il papà annunciava il trasferimento ad una nuova città Clara sperava in un viaggio in treno. Invece erano costretti a viaggiare in automobile. Un grande privilegio secondo i suoi genitori, ché pochi potevano permettersene una. Ma Clara non sopportava quell’auto che li aveva condotti nell’infinito biancore di pianure così ben percorse dalla ferrovia.

A Clara non piacevano le automobili coi loro sobbalzi molesti, i salti alle buche sulla strada e la costrizione a star stretti e seduti tutto il tempo. Il viaggio dell’ultimo trasloco era durato cinque ore, allietato appena dalla ferrovia parallela e i treni che ogni tanto facevano capolino. Ma quei treni non somigliavano più a quelli visti nei suoi ricordi. Erano lombrichi grigi e marroni, spesso graziati e spigolosi, non certo allegri come li aveva sempre disegnati.

Clara sviluppò uno strano disagio verso quei treni. Il gelo dell’inverno sulle sue gote di fanciulla sembrava farsi più pungente ogniqualvolta una mano usciva dai finestrini per salutare. Si sentiva triste, forse per colpa della neve, divenuta anch’essa meno entusiasmante che nei ricordi di bambina.

Clara aveva nostalgia della vecchia casa e delle colline sul Danubio, che ricordava di verdi, marroni, e persino azzurrate e viola in qualche passata primavera. Da quando suo padre era diventato più importante erano ascesi via via al nord dell’Impero, come scalando gradini tratteggiati sulla carta geografica. La mamma ne era entusiasta, ad ogni nuovo lavoro e trasloco appariva sempre più soddisfatta e sempre meno incline a sopportare i suoi capricci.

 

Clara aveva ormai undici anni, e presto dodici. Era cresciuta di quasi dieci centimetri nell’ultimo anno, e il suo corpo era cambiato in modi e forme che non riusciva a farsi piacere. Tutto ciò che di sé conosceva si stava trasformando insieme con l’ambiente intorno. Sembrava che al cambiar della regione, della città e del lavoro di suo padre, pure lei fosse costretta a cambiare. In parte era contenta, ma non avrebbe saputo distinguere tra quel che le piaceva e quel che le dava noia.

La nuova casa era più calda e grande di quelle vecchie. Il papà aveva uno stipendio sempre più alto e anche la mamma, che prima di allora faceva la cucitrice casalinga, era diventata una donna importante e rispettata. La mamma aveva vestiti fantastici, molti dei quali venuti direttamente dall’Italia. Aveva pellicce e cappellini con la retina o con le piume, ed era tra le più invidiate alle cene degli ufficiali. S’imbellettava con più attenzione, e il suo corpo avvolto in quelle stoffe importate sembrava spremere dal volto tutta la contentezza rimasta a lungo imbrigliata nelle favole della buonanotte.

Clara misurava il mondo sul volto dei genitori, sulle loro smorfie, il modo in cui cambiava l’orientamento degli zigomi, delle labbra, il colorito. Il freddo che ora impallidiva tutti quanti, accendeva gote più rosse e sorrisi più marcati ai lati della bocca di entrambi. Il sorriso di suo padre era cambiato, impercettibilmente ma in modo chiaro. Le vecchie smorfie improvvise avevano lasciato strada ad un composta maschera. Gli occhi non sorridevano più, lasciando alla sola bocca il compito di muovere un sorriso misurato, quasi un ghigno che non poteva scendere né salire oltre una certa soglia. A rappresentarlo in una faccia stilizzata su un disegno, la curva delle sue labbra non avrebbe più toccato gli estremi più alti o più bassi.

La madre di Clara era cambiata ancor più a fondo, nel contegno e negli atteggiamenti. A Clara sembrava che quel mutar d’atteggiamento nella madre venisse dalle mutazioni sul corpo della figlia, con un’intensità analoga agli sguardi del padre e i suoi amici in uniforme, ma per motivi opposti.

Sua madre aveva interiorizzato il clima più freddo, il tono della voce aveva perso le note più gravi e profonde, facendosi squillante e moderato su note acute sempre simili a loro stesse.

 

Clara aveva cambiato tutti i compagni di scuola. Le era già successo altre volte e ci aveva fatto il callo. I trasferimenti erano annunciati sempre da un tizio in uniforme, col tono severo e grave di chi annuncia una disgrazia. E anche se il tizio non era lo stesso, era uguale l’uniforme e tono della voce.

Clara aveva perso l’abitudine a farsi nuove amicizie. Considerava ancora la sua migliore amica una bambina che aveva conosciuto a cinque anni, e che non vedeva da altrettanti. Si chiamava Sandra, aveva riccioli biondi, più biondi dei suoi ch’erano di un torbido color grano e terra in ugual misura. Sandra era stata una bambina timida, che aveva paura degli insetti e dei topi, a cui piaceva la panna e la frutta. Qualsiasi tipo di frutta. Era l’unica bambina della sua classe elementare ad avere tanto interesse per la frutta. A volte facevano i compiti insieme, si cambiavano le penne e si scrivevano messaggi segreti, con le lettere capovolte, all’ultima pagina del quaderno di matematica.

Ora che si guardava allo specchio a undici anni, Clara si chiedeva se anche il volto e il corpo di Sandra fossero mutati rispetto a quanto erano entrambe tra i baccelli più sottili e informi della loro classe. Essere bassa le aveva sempre dato fastidio, il padre a volte si seccava e gliene faceva una colpa, perché lui era alto e magro, mentre spingendola a mangiare di più per diventare più grande, aveva solo ottenuto di farla ingrassare. Così aveva smesso di colpo, sino a ridiventare magra, magrissima, anche se certe parti del suo corpo non si sarebbe più sgonfiate.

 

L’ultimo inverno era stato spietato. Dalla finestra di casa Clara poteva distinguere il serpentone dei treni di passaggio. Sempre così lenti. Così grigi. Si chiedeva sempre se suo padre fosse là a far da controllore, a mettere in riga macchinisti negligenti e passeggeri turbolenti.

Due volte la settimana c’era un treno che si fermava puntuale al casello sulla collina parallela a casa sua, e si metteva a contare i vagoni. Clara non sapeva molto dei passeggeri. Lavoratori delle fabbriche che contribuivano al benessere della sua famiglia, questo era tutto quel che sapeva. Questo era tutto quel che suo padre le aveva spiegato, insieme a qualche principio del mercato, della circolazione delle merci e delle persone.

Dopo il primo anno, nonostante la nuova casa, i nuovi gioielli e i vestiti, sua madre aveva cominciato a dire che il papà era sprecato per quel lavoro. Clara aveva sentito quei discorsi più d’una volta, a quando il papà le spiegava l’importanza del grande disegno, tutto aveva senso. C’erano tante persone al mondo, ce n’erano anche troppe. A tutti bisognava dare un compito. Ma non un compito qualunque. Non si poteva aspettare che la gente facesse il suo lavoro per bene e basta. Fare il proprio lavoro per bene non era abbastanza, e questa fu la prima lezione dal mondo degli adulti, di quelle da imparare ad ogni costo.

Se di gente ce n’era tanta, e non tutti sapevano qual era il lavoro migliore per il bene di tutti, andavano “ricollocati”. Suo padre usava spesso questa parola. Il materiale umano andava spostato da una parte all’altra. Non si potevano avere tutti gli uomini e le donne in un solo posto, in una sola città o in una sola nazione. Li si doveva spostare là dove servivano. E poiché ce n’erano troppi, il mondo non poteva sostenere la felicità di tutti. Questa fu la seconda grande lezione: ci voleva qualcuno un po’ meno felice, perché gli altri potessero dirsi tali.

“Qualcuno” le spiegò un giorno suo padre “ci dirà che siamo spietati. Ma è la carestia ad essere spietata, l’inverno è spietato. E se l’aquila ha pietà del topo, allora l’aquila morirà di fame. E se i topi sono tanti e portano le malattie, allora non è sbagliato, né può dirsi spietato l’agire dell’aquila che del topo si nutre.”

Qualche anno addietro Clara non avrebbe capito idee simili, ma nel frattempo aveva conosciuto il freddo e la neve. Aveva visto pianure in cui l’inverno non permetteva di coltivare, e luoghi impervi in cui le città non si potevano costruire.

 

Clara se ne stava con le braccia conserte sul davanzale interno della finestra, aspettando il rientro a casa dei suoi genitori. La madre giunse per prima, sciolse il camice da infermiera gettandolo ai piedi della porta del bagno, andando a sedersi sulla poltrona del soggiorno in penombra, mentre la domestica le portava un bicchiere di whisky scozzese. Sua madre costrinse la domestica a bere insieme con lei, poi l’afferrò per il grembiule, tirandola a sé per la scollatura della camicetta e baciandole il collo. Sua madre le diede poi uno schiaffo mandandola a casa prima dell’ora di cena.

Quando il padre di Clara arrivò a casa impiegò dieci minuti buoni a sfilarsi gli stivali di cuoio e il cappotto dell’uniforme. Clara si chiedeva come facessero quei vestiti neri e grigi a non perdere una nota di scurezza nell’inferno di neve che gli si abbatteva contro ogni giorno. In realtà lo sapeva: la neve bianca si scioglieva in acqua che scuriva i capi inumiditi, ma era comunque un prodigio. I colori si mescolavano solo nella fantasia del disegno e non nella realtà. Il bianco della neve più il grigio scuro di un’uniforme non facevano un grigio più chiaro, ma più scuro.

Clara corse ad abbracciare il padre mentre si liberava dagli intralci dell’uniforme, e mentre lui se ne spogliava con essa svestiva il gelo dei tessuti esposti al ghiaccio per tutto il giorno. Lui l’abbracciò e carezzò con cura, prima di spingerla via perché andasse a sedersi a tavola.

Clara pulì il piatto, affamata in quell’impero di carestia che si rafforzava tra i discorsi del padre e della madre. Perché la carestia stava avanzando, ben oltre i campi innevati là fuori. Stava raggiungendo le città, spandendosi agli angoli più lontani della Nazione, sul fronte aperto dell’est e il fronte aperto dell’ovest. Erano fortunati a ricevere ancora i rifornimenti, perché la guerra esigeva uno sforzo sempre più grande.

Era la prima volta che Clara sentiva parlar male della guerra. Non sapeva bene come funzionasse, non l’aveva mai vista, ma sapeva che l’Impero ci si impegnava da anni con gran beneficio di tutti. Era il motivo per cui s’erano dovuti trasferire, il motivo per cui avevano una casa più grande e più calda, nonostante la neve intorno. Era il motivo per cui i treni si riempivano di passeggeri, il motivo per cui suo padre e i suoi colleghi indossavano l’uniforme.

Con la guerra, le avevano spiegato a scuola, si conquistava. Si rendeva più grande la Nazione, e la si rendeva più ricca. E poiché il popolo era la ricchezza dell’Impero e l’Impero la ricchezza del popolo, chi era senza patria era ingiusto avesse ricchezze proprie. Ed era immorale che ne avesse al di fuori dell’Impero. E sì, Clara sapeva, come lo sapevano i suoi compagni di scuola, che nella guerra c’era anche chi moriva. Aveva senso se come le aveva spiegato il papà, al mondo c’era tanta, troppa gente, specie fuori dall’Impero. L’importante era che ce ne fossero di meno al di fuori dell’Impero, così l’Impero sarebbe cresciuto.

Dai discorsi del padre sembrava che la guerra non fosse più vantaggiosa, e che l’Impero aveva smesso di crescere. Clara ripensò a quando suo padre si lamentava che lei era troppo piccola e insisteva per farla mangiare, a come il suo corpo s’era prima gonfiato e poi sgonfiato.

 

Dopo cena Clara tornò alla panchina di legno massello su cui stava adagiata l’uniforme del padre. Col solito panno imbevuto d’olio lucidò la Croce di Ferro, la fondina di cuoio e la Walther P38, facendo scattare il caricatore per vedere se quel giorno era stato sparato qualche colpo. Ne mancavano tre, così aprì la cassetta nel sottoscala, lucidò tre cartucce e le mise nel caricatore.

L’indomani mattina a colazione sentì i genitori litigare sulla fine della Guerra, sugli onori e le medagli che da un giorno all’altro sarebbero potute diventare men che carta straccia, fregi di colpa sulle loro anime sventurate. Clara irruppe nel cucinino gettandosi tra i due, un braccio al ventre della mamme e l’altro al ventre del papà, come a mettere un legaccio e un nodo là dove la lite li stava strappando.

Altre volte Clara s’era sentita respingere a quei gesti d’affetto inconsulti, ma non quella mattina. Sua madre si sciolse per prima dall’abbraccio e andò a chiudersi in camera. Il padre abbracciò ancora a lungo la figlia, carezzandole i capelli con le dita, la baciò sulla fronte e uscì di casa. Dalla finestra Clara lo vide percorrere il sentiero che portava alla guardiola della ferrovia. L’auto non era passata a prenderlo quel mattino. Forse per la troppa neve notturna, ché il sentiero era svanito sotto l’infinito manto bianco. Poi vide la pistola sul mobiletto accanto alla panca. La guerra stava andando male e i suoi amici in divisa, con le pistole in vista, non erano venuto a prenderlo. Suo padre era disarmato.

 

Clara rovistò tra tutti i suoi cappotti nella cassapanca. Nessuno era più adatto al suo corpo allungato e informe. Non pensò a cambiarsi sotto, aveva ancora la camicia da notte quando inforcò senza permesso il pellicciotto di sua madre. Corse fuori nella neve con la pistola in mano, ché la pelliccia non aveva tasche. Seguì le tracce del padre che già si consumavano al crescere della bufera. C’era il rumore dei tuoni a guidarla nel biancore dell’aria accecante.

Il rumore cresceva al diminuir della portata del cielo, sempre più chiuso, sempre più basso. La lunga scia del treno pareva schioccare come se il freddo fratturasse assi su assi di ferro e legno al suo interno e al di fuori.

Clara raggiunse i vagoni. I tuoni erano più chiari e limpidi, privi della lontananza eterea che gli aveva sempre sentito nel ruggire tra i temporali e le tempeste. I tuoni veniva di là del binario, e lei sgattaiolò sotto alla giuntura tra l’uno e l’altro. Vi scoprì un tappeto di bozzoli grigi, grumi di graffi neri e bianchi che sbiadivano sotto la neve, orlati in cima da creste rosse come corone vermiglie.

I tuoni erano finiti. Ma continuavano. Perché tuoni non erano mai stati.

Clara tremava per il freddo. Quella pelliccia non era che un orpello per cappotti da signora, e le aveva lasciato scoperte le gambe già bluastre per il gelo. Non se le sentiva più e cadde a faccia in giù nell’impasto di fango e neve sporcandosi tutta. Ai piedi aveva solo le babbucce in pelliccia d’agnello venute direttamente dal sud della Francia, dono di un amico di suo padre. Adesso erano spugne di ghiaccio, appesantite da zeppe di fango come tacchi di stivale. Clara dovette saltare su quei bozzolotti a righe, solidi eppur morbidi sotto i piedi, quasi caldi. Li percorse come assi d’un ponte sospeso verso il duro rintocco dei non-tuoni. E i non-tuoni erano spari. C’era la guerra. Una guerra che stava andando male. E suo padre era disarmato.

La neve era densa e impastata nell’aria, ma il vento apriva squarci tra una sferzata e l’altra. Clara avanzò con la P38 in mano, verso le familiari uniformi del Reich, chine a turno su sagome che s’inginocchiavano e cadevano tra un rintocco e l’altro. Gridò qualcosa e tutti si accorsero di lei. Non distingueva i volti. Qualcuno le si fece incontro, gridando, prendendo dalla mano del compagno qualcosa che tese verso di lei, annaspando nella bufera. E lei, scrollate le spalle per liberarsi dal peso della pelliccia, nell’esile involucro della vestaglia infangata, saltò indietro, sulla schiena di quel corpo appena calpestato. Il petto le si scaldò con l’eco dell’ultimo tuono. La neve sulla nuca era fredda. Clara tirò su la testa, troppo pesante per guardare in su. La sentì ricadere indietro e non riuscì più a sollevarla. Vide le sagome degli uomini intorno a sé i come torrioni scuri della Foresta Nera. I fiocchi di neve le schermarono gli occhi in un velo di ghiaccio, e non vide più.

 

Fine.

 

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