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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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1.

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Barigadu Segundo, 30 marzo 1982

 

Le urla si sentivano sino al bar. Uscivano dalla finestrella della caserma dei carabinieri e attraversavano il vuoto tondeggiante di Piazza IV Novembre, fino agli scanni con seduta impagliata consunti e sfilacciati che ospitavano i culi flaccidi degli ubriaconi. Dei tre uomini, i due che stavano sorseggiando la birra l’allontanarono dalle labbra in segno di rispetto, come bloccati nell’accingersi ad un brindisi.

“Se continua così l’arrestano” disse il più giovane e grasso dei tre, con una folta testa di capelli ricci e un monociglio che gli donava un’aria scimmiesca.

“Cosa vuoi che gli facciano” disse il più vecchio e pelato, più magro e più secco degli altri due. Aveva un volto cadente e pallido come pasta fresca, tranne sul collo dove la pelle era tirata da un più lucente e rosato tipo di grinze, di ferite rimarginate, che mascheravano un poco i segni della vecchiaia.

“Poveraccio” soggiunse l’ultimo, che stava sullo scanno centrale ed era una la perfetta via di mezzo per età e stazza rispetto agli altri due. “Comunque Nanni c’ha ragione ad incacchiarsi. Quelli non stanno facendo niente”

Quelli erano i carabinieri, rispettati con tanto di inchini e riverenze al passaggio di fronte, scherniti e insultati appena voltavano le spalle. Nanni era il padre di Giuanna, la bambina scomparsa.

Le urla non avevano contraddittorio, venivano da un sol uomo. I tre ubriaconi l’avevano visto entrare rosso in volto, paonazzo come loro erano solo da ubriachi. Le domande urlate si ripetevano senza risposta, gli insulti senza reazione. Il tono delle urla però era cambiato nel corso della tirata, dalla pura furia al biasimo e si stavano sciogliendo in disperazione. Erano passe tre settimane da quando Giuanna era scomparsa.

“Tutto questo casino per una femmina poi” disse il più giovane “manco avesse perso l’unico erede”

“Stai zitto” gli rispose il vecchio.

“Un figlio è un figlio” disse saggiamente quello di mezzo “anche se è una femmina. Vero Signor Flavio?”

Il vecchio annuì.

“Tanto lo sanno tutti chi è stato” riprese il giovane.

“Perché non vai a dirglielo tu allora?” lo rimbeccò l’anziano.

“Certo che ci vado, appena Nanni esce vado e glielo dico”

“Tu non vai da nessuna parte” disse il vecchio “finisciti la birra e fai da bravo”

“E’ stata l’accabadora” disse a voce alta il giovanotto, come a voler raggiungere Nanni e i caramba dentro l’edificio, ma era un urlo poco convinto, certo non abbastanza forte da sovrastare le grida che rimbombavano tra le mura della caserma. La voce raggiunse però l’interno del bar, da cui qualcun altro fece giungere uno: “stai zitto”.

“A Barigadu non c’è mai stata l’accabadora” disse il tizio sullo scanno centrale, finalmente deciso a ingollare l’ultimo sorso di birra prima che si scaldasse del tutto.

“Si che c’è stata” insisté il giovane “me l’ha raccontato mia nonna”

“Tua nonna era sclerotica” disse il vecchio “sclerotica a ultimo punto[in gergo: in modo irrecuperabile, N.d.A.]

“Al massimo poteva farla tua nonna l’accabadora, per quanto era cattiva” disse il tizio al centro. Il giovane fece per alzarsi di scatto e difendere l’onore della nonna morta ma barcollò non appena le sue chiappe furono staccate dallo scanno, tanto che dovette appoggiarsi al muro. Il giovane ricadde a sedere, puntò il dito e prese fiato per ringhiare una minaccia ma s’interruppe perché sì, sua nonna non era famosa per essere stata una donna di particolare gentilezza.

“La sùrbile non si prendeva solo i maschi?” chiese il tipo di mezzo.

“Prima delle ultime erano tutti maschi” disse il vecchio, pensoso “o almeno mi sembra”

“Voi l’avete conosciuta, eh Signor Flavio?”

Il vecchio s’irrigidì, grattandosi la pelle grinzosa del collo, a disagio. “Mio babbo l’ha conosciuta negli anni Venti, quando lavorava nel cantiere della diga, e quella andava al cantiere per insultare le donne che ci lavoravano.”

“Ci lavoravano pure le donne?” chiese il tipo di mezzo.

“Macché” fece il giovane.

“Invece sì” confermò il vecchio Flavio “perché all’inizio non c’erano abbastanza uomini per colpa della guerra. Stavamo costruendo la diga più grande del mondo, non si era mai vista una cosa del genere. Io c’ero il giorno dell’inaugurazione, ero ancora un giovanotto. Mi ricordo di aver visto il Re sul battello nella diga piena, e mentre guardavo lui c’era una donna che gridava.”

“Bei tempi quelli del Re” disse il giovane.

“E stai zitto tzaraccu, cosa vuoi saperne tu?” [tzaraccu, in sardo: servo, servile, in tono dispregiativo. N.d.A.] “e fammi finire che ti sto raccontando una cosa vera. La stria, la strega, io non l’ho vista bene, ma mi ricordo le urla. Urlava, urlava… anche se non mi ricordo le parole esatte. Però chi era più vicino me le ha ripetute. Qualcuno disse che non poteva essere lei perché era invecchiata troppo, non era passato neanche un anno da quando la diedero per morta, ma la gente era più superstiziosa allora e col tempo tutti erano diventati sicuri, anche quelli che non erano presenti. La stria ci aveva maledetto tutti, che avremmo visto sparire la nostra genìa. La dovevano impiccare quel giorno, proprio lì sulla diga, davanti a tutti, così non sarebbe successo niente. Tutti quei bambini sarebbero ancora vivi, e adesso nella piazzetta ci sarebbero i loro figli e nipoti a ridere e a giocare con Giuanna, invece degli strilli di quel poveraccio.”

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>>> continua

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