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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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2. 

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Barigadu Primo, 28 novembre 1923

 

Ilsa Tatage stava legata sul portapacchi posteriore del calesse. Le mani legate dietro la schiena, come pure le caviglie. La fune stretta al bacino la teneva inchiodata al tavolone perché non cascasse giù, mentre il calesse la sballottava. La bocca era stata imbottita con un tovagliolo sporco, dal sapore acre. Per quanto la donna cercasse di sputarlo, la mandibola era tesa alla massima apertura e incapace di reazione. La carnagione altrimenti chiara – un tratto raro da quelle parti – era livida per lo sforzo. Lei continuava a dibattersi e a mandare quelle sue urla soffocate nella stoffa, posseduta da una quantità di forza che lei stessa non sapeva di avere.

Il calesse trainato dal mulo era seguito da un carabiniere a dorso d’asino. Un asino a dorso d’asino, riuscì a pensare Ilsa con gli occhi accusatori, gonfi per lo sforzo. Avrebbe voluto urlare l’insulto, ma tutto quello che riusciva a produrre era un rumore gutturale soffocato, simile agli sforzi di un parto. Ilsa non aveva mai partorito e il sopraggiungere di quel pensiero così improvviso fece spegnere per un istante la sua foga in un singhiozzo di tristezza.

Quando imboccarono la via principale di Barigadu i brigadieri si fecero il segno della croce. Anche sotto il sole il luogo sembrava tetro e popolato di spiriti. Il paesino era ormai deserto da due anni e tanto era bastato perché la vegetazione si riprendesse gran parte delle strade, fatte di terra battuta e lastricato di pietra in parte dissestato, deformato da ciuffi di sterpi, scavato dalle piogge e dagli operai del comune. L’amministrazione comunale aveva ordinato il recupero d’una parte dei sanpietrini e delle pietre piatte dalle piazze del vecchio municipio e della chiesa, così da conservare un pezzo del vecchio paese in quello nuovo.

Molte case erano state smontate del tutto o quasi, col recupero delle tegole e delle travi dai soffitti, così come gli infissi e i mobili. Di gran parte del paese non restavano che muri e ricordi, e presto sarebbero stati inghiottiti entrambi.

Solo le famiglie più abbienti che s’erano potute permettere di ricostruire le case padronali ex novo, avevano lasciato le vecchie case intatte, curandosi di mettere le sbarre alle finestre perché i ladri non le saccheggiassero. S’erano raccomandate con la caserma perché i brigadieri facessero il giro di ronda fino all’ultimo giorno. Di lì a qualche settimana Barigadu – già cambiato nelle carte comunali in Barigadu Primo – sarebbe stato del tutto sommerso. Barigadu Segundo era stato costruito due chilometri a sud ovest ma solo un terzo della popolazione vi si era trasferito. Il paese era più piccolo di quello vecchio ma si prevedeva sarebbe cresciuto, poiché era diventato subito la casa delle famiglie con bambini, mentre le vedove di guerra s’erano mosse nei villaggi vicini, a fare le serve, le levatrici, le sarte, le contadine.

Ilsa Tatage era anche lei una vedova, ma non per la legge. Il suo promesso sposo era morto il 25 di ottobre del ’17, a Caporetto. Se non altro, si consolava Ilsa, era morto all’inizio della battaglia e non scappando come gli altri. Ilsa era vissuta in Austria per sette anni della sua vita, i soli che riuscisse a ricordare prima d’aver incontrato il suo Luigi a Bolzano, il 20 maggio del 1915. La sua infanzia era un confuso via vai tra città e scuole, il padre mercante d’arte e carabattole aveva tenuto in gran conto la sua istruzione e la sua formazione artistica, ma la sua morte per tubercolosi aveva gettato la famiglia sul lastrico. Di tutti i posti che Ilsa aveva visto non ricordava che gli odori. Aveva sentito tante lingue straniere senza impararne nessuna, ed aveva detestato Barigadu sin dal primo giorno.

Ilsa e Luigi s’erano conosciuti all’alba della Grande Guerra e s’erano persi prima di vederne il tramonto. Come donna istruita aveva ispirato presto le antipatie del paesello, e il suo accento straniero era costante motivo di scherno.

“Dicono che sa leggere, ma non sa neanche parlare” era il commento che senza ritegno s’era sentita fare alle spalle, mentre comprava il pane, ogni giorno. Su come pagasse quel pane c’erano teorie poco fantasiose e ancor meno rispettose. Ilsa aveva sperato di diventare insegnante ma non c’erano maestre donne in quella parte del mondo. Si era mantenuta come ritrattista di miniature, anche se dalla morte dell’amato Luigi non ne aveva realizzati dieci, ché in un paesino come quello non c’era gente facoltosa interessata a quei ninnoli, e l’apparizione di committenti facoltosi – per lo più medici – sulla soglia di casa sua aveva alimentato le malelingue.

Sul perché Ilsa fosse rimasta a Barigadu non avrebbe saputo dirlo lei stessa. La notizia del lutto l’aveva gettata in una frustrazione e uno smarrimento che non sembravano appartenere alle altre vedove le quali, una volta messo l’abito nero, sembravano continuare con la loro vita come prima, chi marcendo dentro e fuori, chi facendo la moglie di riserva, chi persino più felice di prima. Anche la più sozza delle puttane di Barigadu Primo otteneva più rispetto di Ilsa Tatage, i cui modi da straniera, mai del tutto scomparsi, le avevano procurato con gli anni le stigmate della pazza. Ed Ilsa era in effetti impazzita quando la follia dell’ingegner Omodeo investì la sua vita nei primi giorni del lutto.

La costruzione di una diga di sbarramento sul Tirso avrebbe creato un grande lago artificiale e ingigantito il fiume tanto da sommergere il paese. Perché proprio lei tra tutte le donne di Barigadu – prive d’istruzione ma non di volontà – si fosse tanto indignata e intestardita contro la diga non se lo spiegava neanche lei. Ilsa più di tutte avrebbe dovuto comprendere la macchina del progresso, ma non lo fece. Sommergere un paese e ricostruirlo daccapo le sembrava folle, e l’idea di abbandonare casa sua – che il comune diceva invece appartenere allo Stato, da che il suo promesso sposo era morto senza eredi – ancora più folle. Se lei era pazza, cos’erano tutti gli altri?

Ilsa non aveva nemmeno creduto fino in fondo alla storia della diga, l’aveva presa come un inganno del Comune per farle sgomberare casa. Persino quando aveva visto le prime famiglie traslocare aveva pensato ad una messinscena. Quando poi aveva visto i primi scavi e quanto enormi fossero le basi dei contrafforti, aveva perso l’uso della parola per due mesi, e l’aveva riacquistata solo per insultare le donne che – per scarsità di uomini decimati dalla Grande Guerra – vedeva lavorare al cantiere.

I carabinieri l’avevano arrestata due volte per ingiuria, ma il maresciallo l’aveva fatta liberare dopo aver giaciuto con lei. Nei cinque anni occorsi alla costruzione della diga di Santa Chiara, Ilsa Tatage era stata sopportata dalla popolazione solo per l’ingerenza del maresciallo. I propositi di un eventuale matrimonio tramontarono quel mattino di novembre del 1923, quando sottratta all’uomo la Beretta d’ordinanza, Ilsa s’era presentata al cantiere di buon mattino, sparando sulle impalcature e terrorizzando gli operai. Il maresciallo l’aveva fatta arrestare e legare, dando ordine che fosse riportata a casa in attesa di decisioni.

Smontando dal calesse e dall’asino, i carabinieri presero Ilsa per i piedi e per le braccia. Aveva ancora forze per divincolarsi ma la vista di casa l’aveva calmata, nonostante la mostruosità dei muraglioni di pietra che si ergevano ad obliare il cielo tutt’intorno. La sua casa era una di quelle più prossime alla diga, e guardando dalla finestra le sembrava di stare in un’enorme fortezza a cielo aperto.

L’arredamento dell’abitazione era spartano, non c’erano porte a chiusura delle stanze. Il letto matrimoniale era visibile sin dall’uscio, ma i carabinieri adagiarono la donna sul tavolo della cucina. La chiusero dentro  senza liberarle mani e piedi, né toglierle quel lurido fazzoletto dalla bocca, ché tanto li avrebbe sommersi di insulti. Incastrarono una tavola tra la maniglia e lo stipite esterno della porta, così che la donna non potesse uscire. Sarebbero tornati a slegarla più tardi, quando il maresciallo avesse deciso cosa fare di lei.

“Arrivederci signora Tatage” disse il brigadiere a dorso d’asino. Ilsa pensò che la cosa peggiore non era stare legata, imbavagliata e chiusa dentro. Era che in tutti quegli anni nessuno al paese avesse imparato a pronunciare correttamente il suo cognome. Lo pronunciavano tutti all’italiana, nel tono più rozzo possibile. Si pronuncia tàt-eidj, grugnì Ilsa attraverso il suo bavaglio, madida e livida, con gli occhi rigonfi pronti a schizzare fuori dalle orbite.

 

>>> continua

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