top of page

Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

​​

18. Epilogo 

​​

Barigadu Segundo, 15 giugno 1982

 

Ultimo giorno di scuola. La mamma non l’aveva accompagnato alla fermata dello scuolabus ed Ennio aveva guardato i compagni salire col piglio giocoso di chi si preparava a una scampagnata, tutti senza grembiule.

Ennio non aveva voglia di salutare nessuno, e nessuno aveva voglia di salutare lui dal momento che tanto i bambini quanto certi adulti avevano preso ad additarlo come iettatore. Ennio era stato uno degli ultimi a vedere Giuanna e Fatima prima che scomparissero; Ennio aveva fatto arrestare ingiustamente il Signor Nanni; Ennio aveva riportato la testa di sua sorella in un barattolo; era stato l’ultimo a parlare col Signor Flavio prima che morisse; aveva sputato l’ostia in chiesa rovinando la comunione a tutti; era presente al ritrovamento dei genitori di Giuanna, uno morto e l’altra impazzita.

Nonostante tutto, Ennio aveva riguadagnato i suoi privilegi di bambino e anche di più. Una settimana dopo l’altra le maglie della sorveglianza s’erano allentate, e chissà che i parenti non lo lasciassero tanto libero per evitarlo. Poteva uscire per strada e tornare al tramonto senza che nessuno venisse a cercarlo, né i ritardi gli venivano rimproverati come un tempo. Non era mai stato così solo, e non gli dispiaceva.

Quella mattina si era svegliato presto, meditando fino all’ultimo sul da farsi. Non era sicuro di trovare il coraggio per saltare la scuola, ma guardare i suoi compagni dall’altro lato della strada gli fece svanire ogni dubbio. Attese la partenza dello scuolabus rannicchiato dietro i cassonetti dell’immondizia. Rimase in dubbio sino all’ultimo se buttare la Polaroid tra i rifiuti o seguire il piano originale, quello su cui aveva fantasticato per settimane. Dopo quanto successo a casa di Giuanna, la Polaroid era rimasta nella borsa di nonna Iside del tutto dimentica dell’aggeggio. Ennio era tornato a nasconderla in fondo a uno dei cassetti che la mamma aveva liberato dai vestiti di Fatima. Tutte le cose appartenute alla bambina, i quaderni, i disegni e i pupazzi sulla scrivania, i libri di fiabe sulle mensole e persino il letto erano stati portati via. La cameretta non era mai stata tanto spaziosa ed ogni mattina, alzandosi con lo sguardo al tappeto dov’era stato il letto di sua sorella, Ennio provava rimorso per tutte le volte che aveva sognato una stanza tutta per sé, senza bambole e oggetti da femmina.

Alla vigilia dell’estate nessuno parlava più di Fatima né di Giuanna. Non si erano tenuti nemmeno i funerali, anche perché Giuanna, ufficialmente, era soltanto scomparsa. Il silenzio sugli eventi della primavera 1982 venne coperto dal chiacchiericcio della vita di tutti i giorni, diventando una di quelle cose per cui la gente di paese usava frasi come “non farmene parlare” e “tanto lo sanno tutti”, lasciando morire lì il discorso.

Della casa di Giuanna non restava che un rudere fatiscente. I periti del comune l’avevano dichiarata inagibile per via delle fondamenta instabili. Due lunghe fratture s’erano aperte sulla facciata, rompendo gli incassi delle finestre.

La Signora Luisa era stata portata in un istituto di igiene mentale, non essendo più in grado di abitarci da sola e provvedere a se stessa. I carabinieri dissero che il Signor Nanni era annegato nella vasca da bagno. Tra i pettegolezzi che ne seguirono, nessuno citava lo stato post-alluvionale in cui versavano gli interni della casa. La gente cominciò a dire che era sempre stata una catapecchia con un po’ di vernice fresca sulla facciata.

Zaino in spalla verso la diga di Santa Chiara, Ennio sentiva l’ansia crescere per ciò che avrebbe potuto trovare. Quando vide il profilo bianco della diga e quello blu notte del fiume cominciò a sudare e rallentare il passo, sentendosi svuotato d’ogni forza e coraggio.

La giornata era calda, il sole già alto cominciava a picchiare. Moriva di sete, ma la sola idea di bere nei pressi della diga gli faceva pensare alla morte per affogamento, al ventre gibboso e tumefatto del Signor Nanni che si svuotava zampillando dalla bocca livida.

Ennio si era mentalmente preparato ad affrontare Giuanna, fantasticando come solo i bambini sanno fare, di battaglie all’arma bianca e gesti di coraggio. Ennio aveva portato con sé uno spelucchino da cucina, ne aveva avvolto la lama in un pezzetto di carta per non tagliarsi e l’aveva infilato nel calzino destro. Il fastidio che gli dava ad ogni passo era compensato dal po’ di coraggio che ne riceveva in cambio. Nello zaino, incollata ad una pagina del diario, c’era la foto in bianco e nero di Gilles Villeneuve. Aveva preso a guardarla spesso, immaginando di parlarci. Non voleva scrivere un diario segreto – una cosa da femmine – ma chiedeva mentalmente a Gilles consiglio, principalmente su come non aver paura. Chi meglio di lui?

Superata la casa del capocentrale della diga il cuore cominciò a battergli più forte. Vide degli operai su una strada di servizio e la vista bastò a tranquillizzarlo. Non gli importava che potessero segnalare un bambino da solo nella zona. Non aveva paura di cos’avrebbero potuto fare o dire gli adulti, né passanti, né parenti, né carabinieri. Le cose che gli avevano sempre fatto paura erano scese di livello: le blatte, i compiti in classe a sorpresa, i rimproveri della mamma, i calci dei suoi peggiori compagni di scuola. Niente per cui si potesse morire, morire davvero, annegati o divorati da streghe e loro apprendiste stronze.

Ennio scavalcò il guardrail, attraversò la strada e s’infilò nel sentiero di servizio, tenendo d’occhio gli operai. L’importante era che non gli impedissero di arrivare dove voleva, sul sentiero del muraglione. Camminò abbassandosi, per una volta felice d’essere ancora così basso per la sua età. Sulla sinistra c’era la distesa blu notte del fiume arginato dalla diga, a destra lo strapiombo a valle con le strutture della centrale elettrica. Aveva sentito dire che in capo a qualche anno la centrale sarebbe stata sommersa, che la diga non sarebbe stata più una diga ma soltanto un grosso muro in mezzo al fiume. Presto ci sarebbe stata acqua ovunque. Ennio guardò la vallata a sud per quei giorni a venire, per conservare l’immagine di quel posto prima che cambiasse per sempre. Guardare il vuoto dello strapiombo era meno spaventoso che guardare il fiume. Gli sembrava di sentire la diga vibrare sotto di sé per il risucchio delle acque che precipitavano a tutta forza verso le turbine degli alternatori. Ennio provò a ripensare alla lezione su come funzionava la diga: ingranaggi, pistoni, tubature, pulegge, generatori. Si trovava in cima a un grande tempio tecnologico dove – forse – la stregoneria non poteva toccarlo. E in ogni caso, la superficie dell’acqua era lontana, tanto bastava a sentirsi sicuri.

Ennio mise giù lo zaino, tirò fuori la Polaroid e la posizionò a terra con cura, come un pallone sul dischetto del rigore. Si guardò intorno in cerca di un sasso abbastanza grande, trovò un mattone rosso sbeccato, piuttosto pesante. Ennio sedette a gambe larghe, la Polaroid nello spazio tra i piedi. Sfilò il coltello dalla caviglia e lo posò con cura, pronto all’uso. Alzò il mattone sulla testa e lo fece ricadere sulla Polaroid con tutte le sue forze. Ripeté l’operazione cinque volte, finché la macchina non fu del tutto sfasciata e appiattita. Dopo aver ammirato l’opera di distruzione Ennio si alzò col coltello in mano. Guardando il fiume sotto di sé prese lunghe boccate d’aria, scacciando la paura ad ogni espiro, fino a non sentirne più. Allora disse: “Vaffanculo Giuanna.”

​

Fine (?)

 

©© Copyright
© Il Cantastorie Stonato - Racconti online by Quinto Moro
bottom of page