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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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17. 

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Barigado Segundo, domenica 9 maggio 1982

 

Quando mise la testa fuori di casa Ennio fu contrariato da tutto quel sole. La sera prima aveva sperato che piovesse, invece il cielo era terso e il paese soleggiato come si conveniva ad un giorno di festa. Erano le otto del mattino, e benché la chiesa fosse vicina poco più di cento passi, la mamma insisteva per incamminarsi presto.

Ennio era stato ingiustamente svegliato alle sei per i mirabolanti preparativi pretesi dalla mamma, consistenti in un bagno caldo con abbondanza di schiuma e una vestizione dell’abito accompagnata da una solennità esasperata. Niente colazione per evitare il rischio di briciole o macchie sul vestito, e per non rovinare i denti spazzolati come prima di una visita dal dentista. La fame aveva iniziato a mordere lo stomaco di Ennio già sulla soglia di casa, ed era peggiorata ad ogni passo verso la chiesa.

Le strade di Barigadu erano gremite. Somigliava a tutto tranne che ad un paese attraversato dai lutti, c’era anzi un clima di festa che andava al di là dell’imminente celebrazione religiosa. Oltre alle famiglie che accompagnavano i bambini in chiesa c’era una quantità di facce e corpi ai bordi delle strade che non s’era mai vista, come se tutti volessero assaporare l’aria buona, l’aria nuova di un posto mondato da tutti i mali.

Ai pannelli di lamiera usati per i manifesti elettorali, l’amministrazione comunale aveva affisso l’annuncio di chiusura temporanea del cimitero, ufficialmente per manutenzione. Ufficiosamente, commentavano i signori e le signore ben vestite davanti a quei cartelli, per lasciare il tempo alla carogna del Signor Flavio di smettere di puzzare e appestare i dintorni della cappella cimiteriale. Ennio si scoprì a fissare i commentatori con odio, facendo una selezione mentale di tutte le parolacce che conosceva, accumulandole nel suo stomaco vuoto e brontolante. Quando la mamma gli diede uno strattone per scuoterlo dalla scena al bimbo partì un sonoro rutto, da adulto. I commentatori di carogne lo guardarono di traverso, la mamma si vergognò di lui per un momento, poi si sciolse concedendogli la grazia di una colazione al bar di Piazza IV Novembre, a patto di usare ogni precauzione concepibile per preservare la santità del suo abito elegante. Scelse lei per lui, un cornetto rigorosamente senza marmellata, spazzolato con cura per rimuovere ogni traccia di zucchero a velo. Masticandolo, Ennio fissava la foto di Gilles Villeneuve sul cartello a cavalletto che faceva capolino dall’ingresso del bar, sotto la rastrelliera dei giornali. Era l’ingrandimento in bianco e nero di un articolo di giornale con una foto sgranata che ritraeva il pilota della Ferrari senza casco, i capelli spettinati, il volto corrucciato. La scritta a caratteri cubitali diceva che Gilles era morto il giorno prima, durante le qualifiche. Quella domenica pomeriggio non avrebbe corso la gara. Non avrebbe corso mai più.

 

La funzione domenicale andò avanti tra le solite litanie, imbellettate dall’abbondanza di nastrini e fiori sull’altare e il pienone delle grandi feste. Ennio visse il tutto con meno trasporto del poco che già dedicava alle sedute obbligatorie di salamelecchi al dio cristiano. Al momento clou della cerimonia, mentre si metteva in fila per ricevere il Corpo di Cristo col resto dei comunandi, tra gli osanna del coro, Ennio incrociò lo sguardo di suo padre. Era sobrio da qualche giorno, più di quanto lo fosse mai stato, data la sua attitudine all’invito facile nelle bevute al bar, oltreché alle ricche gozzoviglie del dopolavoro. Era completamente sobrio da quando aveva sfogato le sue frustrazioni sulle costole del Signor Flavio, da quando aveva grugnito addosso al vecchio insieme al papà di Giuanna. Il papà di Giuanna non era venuto in chiesa. Molti genitori avevano lui e la moglie alle comunioni, ma era da qualche giorno che non si facevano vedere. Per una coincidenza, l’anno precedente Ennio era stato seduto non lontano dai genitori di Giuanna mentre la figlia riceveva la prima comunione. Ricordò dell’invidia di Fatima al vestito che faceva sembrare l’amica una sposina, e le aveva chiesto di prestarglielo quando fosse toccata a lei.

Privo d’impazienza, ciondolando a piccoli passi verso il prete e le suore munite di piattino salva briciole, Ennio sporse la testa di lato per vedere come procedeva la fila. La chiesa era tutto un lampeggio di fotografie. Il grattare continuo del fotografo sulla leva di avanzamento del rullino segnava la cadenza dei turni. Ennio fece tra sé un gioco, misurando il tempo che trascorreva tra un passo e l’altro con gli scatti. Il flash balenava sempre all’annunciazione del “Corpo” e il grattare della levetta accompagnava il suono del “Cristo”. Gli venne in mente che quelle di comunioni, battesimi, cresime e matrimoni erano foto eterne e tutte uguali, che fossero dei nonni, degli zii o dei genitori. Negli scarni album di famiglia non c’erano foto d’altro tipo.

Ennio cominciò a sudare, e si accorse che l’idea di farsi fotografare l’angosciava. Immaginava Giuanna uscire dal cesso di casa del fotografo per rubare le foto di tutti i bambini, ritagliare le teste lungo i bordi e ricostruire l’albero della morte.

C’era una buona decina di bambine e bambini prima Ennio. Il prossimo era il caposquadra del trio di aspiranti cannonieri di Serie A che l’aveva preso a calci qualche settimana prima. Lo squadrista si fece imboccare l’ostia, zampettò veloce e andò ad inginocchiarsi con le mani giunte sul volto. Conoscendo il personaggio, quell’immagine di contrizione aveva un che di ridicolo, quasi comico, tanto che Ennio smise di pensare a Giuanna e si tranquillizzò. Lui aveva deciso di prendere l’ostia tra le mani, l’idea di farsi imboccare dal prete gli faceva schifo, così come l’idea di stare andando a diventare uguale agli altri. Ennio non aveva prestato troppa attenzione al sermone precedente la comunione ma una frase gli aveva pizzicato le orecchie. Il prete aveva annunciato solennemente l’uniformità spirituale dei comunandi davanti a Dio e ai santi. Questa era la comunione: l’uniformarsi delle anime messe sullo stesso piano davanti a Nostro Signore Gesù Cristo, e la cosa ad Ennio non andava affatto bene. Prese a grattarsi le nocche, capendo in quel momento perché il prurito alle mani si associasse alla voglia di prendere a schiaffi qualcuno. Gli occhi di tutto il gregge erano volti al pastore e ai nuovi agnellini. Tutti ben vestiti. Le donne che non portavano il lutto erano truccate e ingioiellate. Le facce di tutti erano placide e inflaccidite da moderati sorrisi d’approvazione. Entrare nel gregge. Don Pietro aveva detto anche questo.

Era arrivato il suo turno. Ennio adocchiò il fotografo, il dito in punta di scatto, un cecchino pronto ad immortalarlo per sempre nella degustazione del Corpo di Cristo. Quando il prete riconobbe il bambino esitò un momento nella formula, poi gli fece un sorriso severo e depositò l’ostia tra le mani. Mentre Ennio prendeva la comunione i suoi occhi abbagliati dal flash guizzarono a destra, dove scorse la mamma commossa e il papà che annuiva condiscendente. Ennio chinò lo sguardo sul piattino dorato che la suora reggeva prudentemente sotto il suo mento e guardò la poltiglia depositarvisi come una medusa spiaggiata. Ci fu un attenuarsi dei suoni intorno alla scena. Con mirabile tempismo, il fotografo aveva immortalato anche quel momento. Alla suora che reggeva il piattino prese un colpo e per poco non fece cadere la sacra poltiglia, mentre l’altra – quella alla destra del prete – afferrò Ennio per il bavero della giacca con fare da rissaiola consumata, pronta a mollargliene uno sul muso. Il volto del prete fu attraversato in pochi istanti da tutte le fasi di accettazione del dolore. Una sgranata d’occhi – negazione; una contrattura del labbro inferiore – rabbia; lo sciogliersi delle sopracciglia fin quasi a toccare gli zigomi – depressione; un’alzata d’occhi al cielo – accettazione. La madre di Ennio si portò la mano alla bocca con orrore, voltandosi a piagnucolare tra le braccia di altre due donne. Il bambino vide l’odio negli occhi del padre e capì d’aver fatto la cosa giusta, anche se non l’aveva programmata.

Due anziani sconosciuti – un uomo e una donna, novelli giustizieri della dignità cristiana – presero Ennio per le braccia e lo trascinarono di peso in sagrestia. A salvare la giornata fu la prontezza della direttrice del coro che fece partire un bel canto, a coprire il chiacchiericcio e l’indignazione generale.

 

I discorsi su quanto accaduto in chiesa non tennero banco più di tanto, giusto un poco verso gli antipasti. Al passaggio della casseruola traboccante di ravioli l’argomento era già virato su argomenti più frivoli. Dopotutto la vera star di giornata, la più attesa, era il maiale arrosto, e non mancò d’intrattenere gli invitati. Ennio aveva ottenuto di stare in camera sua mentre i parenti, tra un piatto e una barzelletta sporca, restituivano un po’ di normalità a quella giornata storta. I genitori non l’avevano picchiato. Il prete s’era dimostrato indulgente rimandando i discorsi a momenti più calmi. Pretese che i negativi delle foto di Ennio gli venissero consegnati per essere distrutte, il fotografo annuì con rispetto, Ennio avrebbe voluto dire un bel grazie ma l’aria era troppo pesante per fare o dire qualsiasi cosa. A fine cerimonia fu anche dispensato dalla foto di gruppo col resto dei comunandi. La comunione sarebbe slittata all’anno successivo, ma Ennio era certo che non l’avrebbe fatta mai più.

Chiuso in cameretta, Ennio si mise a frugare tra i vestiti di Fatima. Avevano sempre detestato il modo in cui la mamma divideva gli spazi dell’armadio e dei cassetti, litigando e facendosi i dispetti, mettendo sottosopra le rispettive cose per far passare l’altro per disordinato. Lui non sopportava di ritrovarsi sempre addosso i capelli della sorella, quando metteva una maglietta o un calzino, a volte persino sul cuscino. Era sicuro che a volte lei se li strappasse apposta per farglieli trovare.  “Spero che un giorno diventi calva” le diceva. Lo era diventata alla fine.

Ennio prese uno dei maglioni di sua sorella, cercando qualche capello da mettere da parte. Fantasticava di trovarne abbastanza da comporre una parrucca che nascondesse i capelli mal tagliati, sempre che i carabinieri avessero restituito la testa alla famiglia. Ennio adagiò il maglioncino giallo sul letto, poi prese quello rosso, appallottolato in modo strano, ché era stato usato per avvolgere la Polaroid. Dunque Fatima non l’aveva con sé alla diga, ecco perché Giuanna aveva detto di volerla indietro. Il solo pensare che fosse appartenuta a Giuanna lo schifava e gettò la macchina sul pavimento per allontanarla da sé. La guardò con disgusto, non c’era più traccia dell’invidia e della meraviglia di quando l’aveva trovata al fiume.

Allarmata dal rumore, nonna Iside entrò per chiedere se fosse tutto a posto. Ennio le rispose in malo modo, sperando che come tutti gli altri fosse schifata dal suo comportamento e lo lasciasse in pace, ma l’espressione bonaria della nonna lo fece sentire subito in colpa. Nonna Iside chiuse la porta e si guardò intorno. Si ostinava a non portare gli occhiali nonostante la sua vista stesse peggiorando, e ci mise un po’ a notare nel disordine i maglioncini di Fatima. Non fece domande, si limitò a risistemarli con gli occhi lucidi, poi inciampò nella Polaroid sul pavimento. Ennio la raccolse e gliela mostrò.

“Era di Giuanna” disse. Il solo pronunciarne il nome gli dava la nausea.

“Dovremmo riportarla ai genitori. Adesso è un ricordo. Vuoi venire a riportargliela?”

“Adesso?”

“Sì, adesso. Passeggiare ti farà bene”

Ennio fece spallucce. L’idea non lo faceva impazzire ma accettò per il solo fatto di non sentirsi addosso uno sguardo accusatore o deluso. Per quanto suo padre dicesse che nonna Iside era una sclerotica, una rimbambita, dalla scomparsa di Fatima era stata l’unica a non dargli il tormento. La nonna mise la Polaroid nella borsa e insieme uscirono mentre il resto dei parenti continuava a far girare vassoi con pasticcini e bicchierini di limoncello e mirto.

Ennio conosceva la strada per casa di Giuanna, ma c’era entrato solo qualche volta. Il posto non gli era mai piaciuto anche se non avrebbe saputo dire perché. Era una casetta caruccia e ben tenuta, col giardino in ordine, le aiuole zeppe di fiori coloratissimi a cui la mamma di Giuanna teneva più d’ogni altra cosa al mondo, e che in primavera attiravano sciami di api ronzanti, così come le due piante di arance sempre rigogliose e cariche di frutti. Sul vialetto di ghiaia colorata, verde e rossa, c’erano vasi e statuine di terracotta. Aveva l’aspetto di una casa appena costruita, verniciata di fresco, perché il Signor Nanni ci teneva al colpo d’occhio dalla strada, così che i vicini e i passanti ne fossero invidiosi. A differenza delle altre case di Barigadu aveva un pronunciato tetto a spiovente come le baite di montagna, e restava un poco isolata dalle altre, con la collina sullo sfondo e il sole sempre in faccia.

“E’ da un sacco che non sento Signora Luisa” disse la nonna. Luisa era la madre di Giuanna, una donna alta e decisamente la più magra che Ennio avesse mai visto. Aveva gambe e braccia sottilissime, come pure le dita delle mani, e una chioma di capelli lunghi lisci che risplendevano nonostante il nero corvino.

“Da quando Giuanna è scomparsa il Signor Nanni beve tanto”

“Lo so” disse Ennio. Il fatto che fosse stato accusato d’averlo picchiato non rendeva il prossimo incontro così desiderabile. L’equivoco si era risolto, smaltita la sbornia l’uomo era stato rilasciato e gli aspiranti calciatori che avevano scambiato Ennio per un pallone se l’erano cavata con una ramanzina.

“Signora Luisa non sta uscendo più di casa da quando sono successe tutte queste cose”

“La Polaroid è la sua” disse Ennio.

“Che cosa?”

“La macchina fotografica”

“Come mai ce l’avevi tu?”

Ennio si fermò senza che la nonna se ne accorgesse subito. La Polaroid, pensò, era la prova tangibile della sua colpa. Se dopo esser stato alla diga la prima volta avesse raccontato tutto, magari mostrando la macchina fotografica e le foto ai suoi genitori, forse le cose sarebbero andate diversamente. Magari i grandi si sarebbero parlati tra loro, avrebbero messo lui e Fatima in castigo per settimane impedendogli di tornare alla diga, e Fatima sarebbe stata ancora viva. Ennio si mise a piangere con gran vergogna di sé, della sua stupidità, dei suoi segreti e delle sue stesse lacrime. La convinzione d’essere stato coraggioso, a cui si era aggrappato negli ultimi giorni, era crollata come una bugia pietosa. Un imbecille, questo era stato.

Mentre la nonna l’abbracciava per calmarne il pianto, Ennio fu sul punto di raccontare tutto. Poi la nonna gli chiese se per caso non avesse rubato la Polaroid. Gli disse di non preoccuparsi, che avrebbe inventato lei una scusa. Il pianto s’interruppe, Ennio asciugò gli occhi, prese la mano alla nonna e tornò a camminare spedito verso casa di Giuanna. Se avesse raccontato la verità non gli avrebbe creduto, ora meno che mai: se l’aveva immaginato ladro ogni altra cosa sarebbe sembrata una bugia per nascondere il furto. Della nonna poteva fidarsi, meglio lasciarle credere alla spiegazione che s’era data da sola. Lei non avrebbe fatto la spia, e lui avrebbe continuato a tenere i suoi segreti.

 

Il sole s’era nascosto. La giornata era calda e soleggiata ma il vento alto spingeva nuvoloni a gran velocità che andavano e venivano a spegnere i colori per le strade. All’imbocco del vialetto in salita Ennio e la nonna scorsero la casa di Giuanna. Il cancelletto era aperto a metà. Iside suonò il campanello e non fece troppi complimenti ad attraversare la soglia quando la padrona di casa si fece attendere. I passi sul selciato erano attutiti, come se la ghiaia fosse stata appena stesa sulla terra smossa di fresco. Ennio lasciò la mano della nonna e si fermò a metà del vialetto. C’era odore di terra umida. La facciata della casa non era splendida come al solito, aveva un che di sporco. Dai davanzali delle finestre si allungavano aloni scuri. Quando Iside bussò, il rumore delle nocche sulla porta non restituì il suono solito, come avesse bussato contro un muro pieno.

“Non devono esserci” disse nonna Iside avvicinandosi per sbirciare da una delle finestre. Ennio cominciò a sentire freddo, aveva la schiena e il collo sudati. Il tappetino sulla soglia di casa era zuppo. Un rigagnolo d’acqua filtrava muto da sotto la porta. Ennio vide la nonna chinarsi sul davanzale della finestra per guardare da vicino, tastando coi polpastrelli l’acqua che trasudava dall’infisso, poi la sentì chiamare il nome di Luisa, schiacciando la faccia contro il vetro.

“Deve sentirsi male” disse la nonna affrettandosi all’uscio. Non era chiuso a chiave ma fece fatica ad aprire perché dietro la porta s’era formato un ammasso di rifiuti e stoffe infangate. La Signora Luisa se ne stava rannicchiata su una poltrona, pallida e tremante di freddo. I vestiti e i capelli erano bagnati, come tutti i mobili del soggiorno, il divano, i tappeti, le sedie. Il pavimento era coperto di soprammobili e stoviglie, sporchi ma intatti, come i tovaglioli e i vestiti ammonticchiati in ordine sparso. L’aria densa d’umidità odorava di stagno.

Preoccupata per lo stato della Signora Luisa, la nonna non sembrò preoccupata per l’aspetto pietoso della casa. “Vai a chiamare il signor Nanni” ordinò la nonna.

Ennio non si mosse. Guardava le pareti madide, la tinteggiatura rigonfia e scrostata. Da qualche crepa scendevano ancora rivoli d’acqua. Il soffitto era chiazzato e sgocciolante. I mobili della cucina apparivano gonfi e luridi. Ennio si portò una mano al collo, sulle ferite dei denti della sùrbile rimarginate da poco e ancora dolenti. Si pizzicò con violenza e per un momento si piegò in due. Riuscì a non gridare ma gli lacrimarono gli occhi. Era sicuro: non stava sognando.

“Ennio, muoviti!” insisté la nonna. Ma Ennio fece con calma, stando attendo a dove metteva i piedi. Fece il giro della casa a piccoli passi. Nel cucinino, i mobili erano gonfi, il truciolare zuppo spingeva le laccature in fuori, ad arricciarsi. Dal lampadario pendeva uno strofinaccio bagnato, le lampadine erano esplose. Il cesto dell’immondizia aveva traboccato ed ora sembrava più pulito dentro che fuori.

Le foto alle pareti lungo il corridoio erano storte, i colori sbiaditi e i volti cancellati. Il vaso dell’anturio rosso traboccava d’acqua, le foglie ammosciate sul mobile della credenza. A cavallo tra il corridoio e l’ingresso di una camera da letto c’era qualcosa di grosso, più grosso di quanto Ennio lo ricordasse: il Signor Nanni steso a pancia in su, la camicia di flanella sbottonata sull’addome rigonfio oltre misura. Non era un uomo magro ma non era nemmeno mai stato tanto grasso. Non fosse stato per la camicia non l’avrebbe riconosciuto. Il volto e il collo edematosi gli davano un aspetto da pianta grassa. La pelle grigiastra era chiazzata di verde e spruzzata di sfumature violacee, come lividi privi del giallore caratteristico e ravvivati solo dal rossore dei capillari rotti. Il torace era gibboso e si stendeva in modo uniforme al gonfiore abnorme della pancia. Il Signor Nanni aveva gli occhi sgranati nonostante il gonfiore delle borse sopra e sotto. Un fremito gli muoveva il gargarozzo e dalla bocca aperta si poteva scorgere la punta della lingua sul labbro inferiore.

Ad Ennio parve di scorgere il moto di un respiro su quell’addome ingigantito. Il bambino provò a chiamarlo con un sussurro e la bocca dell’uomo esplose in profluvio d’acqua sporca, facendo sgonfiare il corpo sin quasi a svuotarlo del tutto, con la pelle del torace ridotta a straccio steso su una gabbia vuota. Il rumore da scarico del cesso fu accompagnato dall’urlo di prostrazione della Signora Luisa, accompagnata a metà corridoio da nonna Iside. Le ginocchia della donna si piegarono e la nonna dovette piegarsi insieme a lei, stringendosela al petto come una bambina.

“Luisa” chiese Iside carezzandole la testa madida “Luisa, cos’è successo?”

“Giuanna” rispose lei. “Giuanna.”

 

>>> continua

 

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