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Stai leggendo: "Attenda in linea" di Quinto Moro

Primi di settembre. Le diciannove e quarantacinque di un martedì sera. I lampioni sulla strada principale ancora spenti col sole che abbandonava le strade. Una cintura di nubi aveva occupato il cielo tanto da anticipare il tramonto di una buona mezzora.

Giù al paese gli affari andavano a rilento per tutti. Pure i negozianti più ostinati ed ottimisti avevano preso a cambiare abitudini, abbassando le serrande più presto rispetto al passato. Tutti, tranne la fioraia che lasciava aperto fino all’ultimo raggio di sole perché ne godessero le piante sparse lungo il marciapiede, tra cassette e cassettine, e fioriere ammonticchiate e appese ai muri intorno alla saracinesca del negozio. Era quella la maggior nota di colore rimasta per la via, desertificata dall’onda lunga della pandemia che aveva spaventato i più, riducendo passeggiate e ciance sulla porta dei negozi.

Oltre al verde neon della fioraia sopravvivevano la giallonera insegna del cane a sei zampe e quella biancoblu fiera e ruspante dei carabinieri. Faceva quasi ridere l’insegna tirata a lucido della caserma, immemore dell’anno e più di vergogna da spenta per l’incuria del maresciallo uscente. Quello nuovo, baldo giovane alto e dinoccolato, ci teneva a far bella impressione: aveva fatto tagliare le siepi, ripulire il cortiletto sommerso da foglie e cacche di gatti randagi, e ripristinare l’insegna che ora spiccava da lontano nel silenzio irreale del paese.

C’era una donna. Falcate decise sul marciapiede sconnesso. Pantaloni neri e un maglioncino grigio di cotone. L’ampiezza e forma dei fianchi definiva l’età più dei lineamenti giovanili nascosti dalla mascherina chirurgica. Non c’era nessuno intorno ma preferiva tenerla indosso, così come gli occhiali a lenti scure nonostante lo spegnersi della sera e i lampioni morti.

La donna aveva camminato per seicento metri prima di avvistare l’insegna dei carabinieri. Vederla accesa le diede sollievo ma fermarsi davanti al cancello, in attesa che qualcuno aprisse, la metteva ancora a disagio. Il passo più difficile era stato fatto, e il nuovo aspetto della caserma rinnovava la fiducia della scelta, come se quell’insegna finalmente accesa avesse illuminato gli anfratti scuri di quelle giornate fatte d’urla e minacce a lungo nascoste.

Oltre il cancelletto riverniciato di fresco si poteva ammirare il portone bianco, brillante sotto il faretto a let che rischiarava l’interno del cortile. La donna suonò il campanello. Era la terza o quarta volta che ci andava. Non voleva contarle. Fingeva con se stessa che ognuna fosse la prima. A contarle, i vecchi dubbi si lasciavano rimpiazzare da quelli nuovi. Era servito farsi avanti e denunciare? Non aveva azzerato i rischi, ne aveva solo creati di nuovi e si chiedeva se il rischio di una tranquillità ad orologeria non fosse più accettabile del rischio post-denuncia.

Da qualche mese faceva le capitava di sognare i parchi giochi itineranti, un viaggio indietro nel tempo, all’infanzia di giostre e baracconi vaganti di paese in paese. Sognava il pungiball, con quella voce schernitrice e bambinesca che rideva della scarsa forza dei suoi pugni. Lei sognava di menare più forte, con la macchina che diceva frasi che al risveglio non riusciva a ricordare. C’erano tra le prese in giro pure ingoraggiamenti e stupore alla sua forza, inaspettata e improvvisa, ma lei non riusciva a gioirne fino in fondo. Le sarebbe piaciuto vedere dove si fermava l’indicatore di forza del pungiball, se davvero aveva fatto progressi da quando, ragazzina, si faceva maschiaccio sfidando i compagni di scuola. O quando tra le braccia di papà prendeva la rincorsa per colpire. Voleva misurare quella forza per essere sicura stesse crescendo. Voleva i numeri. Aveva due lavori, tre prestiti e due cisti ovariche. Una cicatrice d’appendicite, una di ernia, una maxillo-facciale. Quarant’anni e due prestiti.  Nei numeri stava la quantità di cose date e perse, negate e sopportate, e quelle che mancavano. Nel numero di squilli alla linea telefonica allacciata al citofono della caserma stava appeso il coraggio che le restava.

 

Il citofono gracchiò e finalmente si udì una voce.

“Attenda in linea”

“Si” disse la donna. Il racca-tacca-tlan-crrr-crrr-ta-tac dall’altra parte della linea lasciava immaginare un impiegato con troppi caffè in corpo, incapace di afferrare una cornetta senza farla sgusciare su e giù per tutto l’ufficio.

“Può passarmi il maresciallo?”

“Non c’è. Chi lo desidera?”

‘Stogazzo, avrebbe voluto rispondere. “Può passarmi qualcuno?”

“Può dire a me”

“Si, ecco” e giù di spiegazioni, mezze ripetute, mezze urlate.

“Aspetti, allora le passo il collega” racca-tacca-strump. Un cambio di voce, più posata, scazzata. “Sì, dica, di cosa ha bisogno”

“Ecco, io volevo segnalare che” e di nuovo daccapo.

La conversazione andò avanti a scatti, in una scala di rumori, e gradi, e uffici.

“Attenda in linea”

Ancora.

“Signora, è un’emergenza?”

Le frasi le uscivano di bocca smangiate, intervallate da piccole pause. “Lo conoscete. Già denunciato. Continua a telefonare, venire sotto casa. Urla. Minacce.”

“Va bene signora, torni a casa, ci dà l’indirizzo?”

“No. Non torno a casa. Aspetto qui, davanti alla caserma”

“Non può aspettare lì”

“Aspetto qui invece”

“Signora, cosa possiamo farle, se lei aspetta lì?”

Le venne in mente una risposta che preferì non dire. Non avrebbe permesso loro di immaginarla comoda e al sicuro a casa. Una casa che non era e non poteva essere sua per un milione di motivi. Non è casa tua, se non sei al sicuro.

“Aspetto qui” disse con tutta la fermezza di cui era capace “così sapete dove trovarmi.”

“Vabbé. Manderemo qualcuno.”

“Grazie.”

“Arrivederla.”

 

La donna aspettò dieci minuti. Poi altri dieci durante i quali il sole, abbassatosi sotto il tavolaccio di nubi a fare capolino da un brandello di cielo arancione, andò a chiudere il tramonto che tirava per le lunghe. Rischiarò la palazzina di fronte facendo brillare le finestre, accarezzò i fuori esposti sul marciapiede e finalmente svanì.

Dall’altro lato della strada, la fioraia cominciò a portar dentro i suoi vasi mentre la figlia, una bambina di sette o otto anni, si mise a salutare la donna impalata al cancelletto della caserma, insistendo finché quella non si decise a ricambiare.

 

Il tramonto aveva reso il paese un ritratto in seppia. La donna accese una sigaretta e la consumò. Un colpo di vento le infilzò le spalle. Starnutì e maledì gli sbirri.

“Tanto cosa possono fare?” disse sottovoce “diranno le solite cose e mi manderanno a casa. O non verranno nemmeno, come quell’altra volta.”

Il vento trascinò con sé il rombo di un’auto. Lei si voltò a guardare con gli occhi socchiusi. Era un’auto scura. Niente sirene sul tettuccio, né scritte sulle fiancate. La conosceva, quell’auto. Sapeva già chi c’era al volante.

La donna non si mosse. Alzò gli occhi all’insegna bianca e blu “Carabinieri”, persuasa che il tenue chiarore che l’avvolgeva potesse proteggerla. Poco più sù, in cima al palo, c’era la videocamera di sorveglianza. Stava per strada, illuminata, registrata, al sicuro come in una gabbia di Faraday.

Lui fermò l’auto e abbassò il finestrino. Non spense il motore. Era calmo. Aveva l’aspetto dell’uomo comune. Ordinato. Pulito. Era stata lei a lavare e stirare quei vestiti. Aveva scelto per lui lo shampoo antiforfora e il balsamo che rendeva i suoi capelli brillanti e setosi.

L’aria umida portò con sé le prime goccioline. Il cielo era chiuso e le nuvole si abbassavano rapide, sciogliendosi in propaggini affusolate come dita di strega a mandare un incantesimo di pioggia.

La donna non aveva portato l’ombrello. Stupida. Brandirne uno le avrebbe dato un contegno, ingrandito la sua figura, difesa dalla pioggia e forse da lui.

“Sali” disse l’uomo “torniamo a casa”

La pioggia cominciava a bagnarle i capelli, a tingere gli abiti d’un colore più scuro.

“Ti vuoi ammalare?” disse lui, sempre calmo. Sarebbe rimasto buono per un po’ se le avesse permesso di riaccompagnarla a casa. L’indomani mattina le avrebbe fatto trovare dei fiori sotto il portone di casa, con un qualche melenso messaggio di scuse, versi di canzoni o di poesie cercati su internet. In mattinata le avrebbe mandato dei messaggi di scuse, o barzellette e giochi di parole sciocchi, simpatici quanto bastava per rispondere con una faccina sorridente. Forse sarebbe arrivato un secondo mazzo di fiori a lavoro, o una rosa. Il telefono avrebbe cominciato a squillare a metà pomeriggio, i messaggi avrebbero cambiato tono e per le l’ora di cena sarebbero tornati punto e a capo.

Lei stava per staccare la schiena dal cancelletto. Diede un’ultima occhiata alla telecamera come a chiedere il permesso, una rassicurazione. Fece un passo ma la mano restava incagliata tra le sbarre del cancello. Le dita serrate e strette al ferro. Se avesse avuto abbastanza forza se lo sarebbe portata appresso, con tutta l’inferriata e le siepi, il cortile e la caserma tutta.

Ora pioveva. Lui continuava a tenere il finestrino abbassato e la pioggia che entrava lo fece spazientire. Scese dall’auto. Fissò la telecamera per un istante, con disprezzo. Non erano cazzi degli sbirri le faccende tra lui e la sua donna. Allungò la mano per afferrarle il polso e quando lei si ritrasse gli arti cominciarono a turbinare confusi. Non ci furono urla. Accadde tutto in silenzio.

 

Dall’altra parte della strada, l’insegna verde della fioraia s’era spenta. La bambina giocava ancora a premere la faccia contro gli slarghi della serranda, aprendo la bocca e tirando fuori la lingua per assaggiare la pioggia. Vide la pantomima sul marciapiede opposto, come una danza convulsa sotto la pioggia crescente. Il vento si portava via tutti i rumori. Vide il corpo della donna piegato su se stesso, accartocciato e rimpicciolito come una lattina svuotata. Il succo versato sul marciapiede.

 

Mentre lui caricava il corpo nel bagagliaio s’era scatenato il diluvio. Sul volto dell’uomo si mischiavano lacrime e pioggia. L’insegna accesa con la scritta “Carabinieri” rischiarava il cruscotto, le nocche livide e insanguinate sul volante come a chiedergli di fare la cosa giusta: bastava aspettare. Lei aveva chiamato gli sbirri, lui doveva solo stare lì. Avrebbero pensato che era stato lui a chiamarli? Chissà se quella carcassa di citofono distingueva fra voci d’uomo e di donna. Avrebbe finto d’essere là per un altro motivo. Potevano riconoscerlo. Avrebbero notato le sue mani sporche, e la possa sul marciapiede.

Guardò il fondo alla strada, poi negli specchietti. Non era stata colpa sua. Aveva gridato il nome di lei per svegliarla da quel sonno improvviso e inaspettato. Ma lei non l’aveva ascoltato. Non voleva mai ascoltarlo.

Un tuono ruppe gli ultimi argini dal fondo delle nuvole che presero a scaricare secchiate d’acqua. Spaventata dal tuono, l’auto fuggì.

Mezzora più tardi, quando la pattuglia passò davanti all’ingresso della caserma, la pioggia aveva sciacquato via tutto il sangue, dal marciapiede e dal cancelletto. L’appuntato alla guida e il brigadiere corrucciato sul sedile scambiarono sguardi e brontolii.

“Ti pareva, che c’hanno fatto venire per niente” disse l’appuntato.

“E’ sempre così” disse il brigadiere “prima chiamano e poi se ne vanno. Manco fossimo a loro disposizione. Ma noi questo facciamo”

Questo facciamo, pensò l’appuntato, arrivare tardi. “E se era urgente?”

“Se era urgente richiamano.”

 

Nessuno guardò le registrazioni di sorveglianza, sovrascritte dal sistema di sette giorni in sette giorni ed esaminate solo se qualche vandalo imbrattava i muri della caserma o rigava la fiancata di una volante parcheggiata. Nessuno stava a fissare quegli schermi giorno e notte, men che mai in un paesello tanto tranquillo.

Di lì a qualche settimana, il Maresciallo sviluppò una certa simpatia per la figlia della fioraia che di tanto in tanto lasciava sul cancelletto della caserma un mazzolino di fiori appassiti, quelli che la madre le permetteva di prendere prima di gettarli via.

Fine.

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