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Stai leggendo: "Attendi in linea - la storia dietro la storia" di Quinto Moro

 

Volevo aprire con la didascalia di "Le mani sulla città" di Francesco Rosi, film del 1963 che sembra girato nell'Italia di ieri-oggi-domani, come se fossimo in un fottuto loop.

La frase del film recita:

"i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari,

è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce"

Nel caso di questo racconto l'aspetto immaginario è più limitato perché d'invenzione ce n'è poca. Non l'avrei mai scritto se, nello spazio dei pochi minuti in cui l'ho immaginato non avessi visto l'idea che si faceva realtà sotto i miei occhi e nelle mie orecchie.

Sono uscito dal lavoro presto. Quando gli affari vanno male e lo scoramento prende il sopravvento si preferisce tirar giù la serranda, così da accorciare un poco il tedio di giornata. Si chiude un quarto d’ora, o venti minuti prima.

Dove lavoro, dall’altro lato della strada c’è un piccolo supermercato. Volevo prendere qualcosa di fresco per cena. Sono andato a lasciare gli occhiali in macchina, per evitare di ritrovarmi con le lenti appannate durante la spesa – per via della mascherina. Se non avessi allungato tragitto e tempo di quei due minuti per quest’operazione non l’avrei vista: era una ragazza, non avrà avuto più di trent’anni, ma chi può saperlo, se guardi il mondo in pixel a sedici bit. Si poteva dedurre l’età dall’abbigliamento e dalla pettinatura. Ho notato il passo deciso. Mi ha stupito vederla fermarsi davanti alla caserma dei Carabinieri.

Di solito nessuno va a suonare in caserma dopo le sei del pomeriggio. Alle sei gli sbirri chiudono il turno e tornano alle loro case. Resta di turno il comando di zona che copre un numero indefinito di comuni del circondario. Quando si suona il campanello si viene reindirizzati al centralino che, dopo un’attesa variabile, passa al comando di zona. A quel punto, se va bene – cioè, se va così male da richiedere tanta attenzione – dovrebbero mandare una volante.

Ho immaginato istantaneamente la storia: quanti motivi può avere una donna di rivolgersi alla caserma? Ho immaginato un inseguitore, un fidanzato o un marito violento. Mi sono chiesto quanta paura, disperazione e coraggio fossero necessari per rivolgersi alle cosiddette autorità. Che insulto a quella necessità, che al neon acceso sull’insegna di una caserma non ci si altro che il vuoto di forze mal distribuite e talvolta maldisposte all’intervento.

Così ho istantaneamente immaginato una donna braccata che moriva sulla soglia della caserma, perché quell’autorità che doveva farsi garante della sicurezza sua e di tutti gli altri cittadini, non era là a proteggerla. Per dolo o inefficienza, per caso o mancanza di uomini, o di fondi. Certe caserme sono presidi a tempo, e tante volte pochi uomini deve coprire superfici di territorio superiori alle possibilità effettive.

Fatto sta che quando ho incrociato questa ragazza stavo andando al supermercato dall’altro lato della strada, ma era già chiuso. Tornando indietro, le uniche macchine in giro per tutto il paese sembravano essersi date appuntamento in quel preciso momento. Nei secondi di attesa per attraversare la strada ho carpito quel tot di parole che mi ha dato il magone per il resto della serata, facendomi sentire lo Ian Malcolm della situazione a cui secca avere sempre ragione.

Ho sentito distintamente parte della conversazione dall’interfono, che gracchia forte perciò da una parte e dall’altra si deve urlare per farsi sentire.

Il Caramba al tele-citofono: “Signora è un’emergenza?”
E lei: 
“E’ già stato denunciato” - “Continua a telefonarmi” - “Minacce”

Questo è quello che ho carpito in quei pochi secondi.

Perché una donna dovrebbe andare in caserma pure quando sa che non ci troverà nessuno?Perché dovrebbe andarci? A quella stessa caserma in cui sei-sette anni fa un tizio stava massacrando di botte la moglie dentro una macchina, e i Carabinieri avvisati per telefono, presenti nell’edificio, non si degnarono di uscire perché il soggetto era già noto alle Forze dell’Ordine e non era una novità. Quella stessa caserma in cui avvisati dalla presenza di individui sospetti, dall’altra parte del telefono risposero “non le possiamo risolvere il problema” e quella notte stesso due autovetture furono bruciate. Quella stessa caserma in cui si chiedeva d’intervenire per una violazione di domicilio, in cui si entrava col telefono che testimoniava in viva voce gli schiamazzi, e nessuno si degnava d’intervenire, né subito, né dopo una, due, dieci ore, manco per sapere cosa fosse accaduto. Quella stessa caserma in cui sapevano chi aveva spaccato la testa a un vecchio, ma nessuno mise la faccia per andare a testimoniare in tribunale, affidando alla sola memoria dell’anziano – fiaccata dal trauma e dai tempi siderali della giustizia nostrana – la responsabilità dell’accusa.

Perciò la retorica di fine anno del Presidente della Repubblica di turno che si cosparge il capo di cenere inchinandosi alle mirabolanti gesta delle Forze dell’Ordine mi fa sempre pizzicare il naso.

 

Volevo scrivere un racconto diverso, di coraggio, su una donna che andava a denunciare gli abusi dopo una vita di silenzi, e davanti a quella caserma ci moriva. Il suo corpo appeso alle sbarre a testimoniare la ribellione, l’estremo tentativo, quasi una conquista di libertà. Ma carpire quelle parole, vere, dette da una ragazza sola a quel citofono, mi ha spento ogni fantasia. Perché la realtà riesce ad essere più stronza e squallida della fantasia. La realtà è il vuoto, il silenzio, il tardivo o mancato ascolto, il tardivo o mancato intervento per necessità o per dolo, e in un caso e nell’altro è comunque colpa. Colpa impunita che si somma a colpa impunita.

A volte resta solo la nuda cronaca e non resta altro che raccontare le cose per come accadono. A volte si fa un piacere alla vergogna mettendole addosso un vestito di finta speranza, prendendo spunto dalla realtà per storie più edificanti. Ma per quello c'è già la Disney.

Bisogna levare tutto alla vergogna, lasciarla nuda, schifosa per quello che è. Non la si deve imbellettare con qualche lieto fine che non ci rende più vigili, solo più complici di quella merda cui assistiamo pensando che tutto si sistema, tutto si risolve, anche se noi non facciamo niente. Ci penseranno gli amici, i famigliari, i giudici, i carabinieri.

A volte invece, ci pensa la pioggia.

 

 

 

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