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Stai leggendo: "Carte fresca in salsa tartara" di Quinto Moro

Parte 2: Lui

Da quanto non si tagliava le unghie? Due o tre settimane. Le aveva inciso la pelle, macchiandosi i polpastrelli di sangue. Li aveva sentiti inumidirsi mentre allentava la stretta sul collo della madre di suo figlio. Gaia maledetta. Assassina. Puttana.
La gravità era cresciuta di colpo, sbattendolo a terra, lungo disteso accanto alla donna che in un momento lontano nel tempo aveva amato. Per molto poco. Per uno schizzo di passione, e mai più. L’abitudine della presenza, della convivenza forzata non aveva migliorato le cose. Non erano fatti per durare. Non per restare insieme come nei film tediosi che a lei piacevano tanto.
La prima cosa che gli venne in mente fu una scena immaginaria di te stesso, in un marciapiede, tra i tavolini di plastica di un bar da quattro soldi, mentre su due piedi raccontava l’accaduto a qualche conoscente che lo guardava dal basso verso l’alto, accoccolato su una sedia di plastica e titillando il collo sudato di una bionda, sorseggiando tra un baffo bianco e l’altro. Nell’aria Suono di risate e rutti. Odore di malto e posacenere sporchi. Sigarette a credito e debito. Barzellette sporche e risultati sportivi.
L’orgoglio di diventar papà aveva pareggiato solo l’odio per la puttana che l’aveva inchiodato all’impareggiabile orgoglio. Non avrebbe mai voluto farle del male. Se solo fosse sparita dalla sua vita così com’era venuta nel chiasso della discoteca, ebbra ed effimera come una lussuria onirica. L’avrebbe ricordata con affetto dieci o vent’anni più tardi, quando accasato con una non più bella o desiderabile di lei, l’ardente passione gli sarebbe tornata in mente. Se di lui si fosse mai scritta la biografia di gioventù, Gaia doveva essere l’amore perduto, la ragazza da spiaggia, l’autostoppista che ti riempie il cuore e ti svuota i coglioni. Un giorno o una notte da ricordare con malinconia. Non la fine dei sogni. Non la gabbia di una vita di merda, di un figlio da guardare come una bestia estranea finché non sarà abbastanza cresciuto da giudicarti.
Ora lui ansimava forte, impegnato a farsi carico di tutto il respiro che aveva tolto a lei. Lei nient’affatto spogliata del significato del suo nome, ancora gaia nello sguardo vitreo al cielo, pacifica come chi non ha più niente da temere. Sorridente, la stronza. Occhi e bocca dischiusi in una smorfia, le labbra arrossate oltre il rossetto da un rivolo di bava e sangue come una rasoiata ad aprir la guancia sino all’orecchio.
Lui non ebbe paura di ciò che aveva fatto sinché lo scampanellio non venne a ridestarlo dal torpore e dallo straniamento. S’era girato dall’altra parte, il mondo, e per un istante era bastato a dargli sollievo. C’era spazio per l’innocenza sino a quello scampanellio. Accusò quel che restava di Gaia, che era tutta colpa sua. La tirò a sé, cercando di scuoterla dal sonno che le aveva dato. Poi di nuovo il campanello, come nei polizieschi di serie b, con la polizia piovuta dal cielo, evocata da vicini spioni e zelanti con l’orecchio alle pareti. Eppure non c’era stato tanto chiasso. Le aveva urlato contro? La furia era montata così rapida e ancor più rapida la morte, sorprendente e pacificatrice.
Il campanello smise d’agitarsi. Lui sentì per l’esofago il sapore della salsa tartara. La nausea gli tolse le forze ma non quello che aveva nello stomaco. Non era come nei film, dove la gente normale vomita ad ogni omicidio preterintenzionale. Questo era omicidio volontario. Gli avrebbero concesso le attenuanti del caso?
Bussarono alla porta, ma il diavolo dietro era impaziente e la chiave girava già nella toppa. La biondina oltre l’uscio, avvolta in un abnorme maglione a collo alto gli sorrise dubbiosa. Lui era stravolto e sudato, lei imbarazzata.
“Ho interrotto qualcosa? Posso tornare più tardi. Mary aveva detto di riportarlo alle dieci”
Lui si guardò intorno in cerca dell’orologio a parete. Le dieci. Riportare chi? La biondina era curva, le spalle storte, tirate giù dal peso di una saccoccia rigida e violetta trapuntata di margheritine bianche e gialle.
Lui iniziò ad urlare mentre la biondina faceva segni col dito davanti alle labbra e al naso, per non svegliare il bambino. Ma il bambino s’era già svegliato e s’era messo a urlare all’unisono col padre. Poi la babysitter biondina aveva visto la sagoma della mamma stesa immobile sul pavimento e s’era messa ad urlare pure lei.

 Fine.

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