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Stai leggendo: "Il Cattivo" di Quinto Moro

 

1.

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Il ratto se ne stava rannicchiato sul davanzale e grattava sul vetro come un gatto arrabbiato col padrone. I vetri quadrettati del capannone industriale erano incrostati di fuliggine, con alone di trasparenza al centro.

Un lampo illuminò la finestra, proiettando all’interno la sagoma ingigantita del ratto furioso. L’uomo non se ne sarebbe accorto se non fosse saltata la corrente.

“Roba da non credere!” grugnì l’uomo “millenni d’evoluzione, secoli d’ascesa industriale e ancora manca la corrente per due gocce di pioggia e tre lampi isterici”. Indossava un camice bianco. O almeno quello che una volta era stato bianco, ora tracciato da sbavature di grigio e nero, di giallo e ruggine. Il bianco sopravviveva sulla schiena, presso la gobba illuminata dal lampo seguente. L’uomo era affezionato a quel camice bisunto, mai l’avrebbe lavato perché ogni macchia testimoniava dell’incessante lavoro delle sue mani e del suo ingegno. Alzò le braccia al cielo, iniziando a contare con le dita di entrambe le mani.

Uno, contò sugli indici, due, e gridò: “sia fatta la luce!”

Tre, contò in doppio gesto vittoria. E luce fu.

Le lampade di emergenza illuminarono il tugurio nello sfarfallio di un lume bronzeo. L’uomo si abbandonò ad una risata di trionfo, altissima e sguaiata.

“L’ingegno è l’unico antidoto all’incompetenza!” urlò spaventando le tortore assonnate e i topolini, figli orfani di mamma ratta oltre la finestra. “E l’ingegno” disse sottovoce “vi spazzerà via tutti.”

Davanti al banco da lavoro, affisse a un pannello di compensato, stavano le foto dei presidenti delle grandi nazioni del mondo, ritagliate da riviste patinate a colori e giornali stampati a petrolio. Sul bancone cacciaviti e pinze, rotoli di scotch, nastro gommato, nastro isolante, teflon, tubetti di colla, siringhe di silicone, telecomandi a pulsante singolo, telecomandi a pulsante doppio, tastiere per computer smembrate. Il pavimento era rivestito da tappeti di schemi elettronici, schizzi a penna rossa nera e blu su fogli a quadretti, istruzioni di apparecchiature scritte in inglese, tedesco, ideogrammi cinesi, coreani e giapponesi. Da un fil di ferro sospeso stavano stesi ad asciugare stracci imbevuti d’olio, macchiati di ruggine, puzzolenti di diluente nitro.

L’uomo aveva le mani chiazzate ed escoriate dai prodotti chimici, perché tante volte non si poteva lavorare coi guanti se si voleva esser precisi. Il suo lavoro richiedeva precisione, la sua missione spirito di sacrificio e tolleranza del dolore.

“Ci sarà tempo per le manicure, quando avrai fatto carriera” si diceva sottovoce. “Sissignore, un abito bianco, fatto su misura, e un intero laboratorio popolato da giovani menti ai miei ordini.”

La radio gracchiava le tristi notizie dal mondo e l’uomo scuoteva la testa, irritato dall’andare delle cose.

I tuoni fecero vibrare le pareti e l’intrico di scaffali gremiti di bottiglie e bottigliette, alambicchi, scatole e scatolette di cartone e plastica, molle, viti e chiodi. Visto di spalle, con una collana di fili a fargli da sciarpa e la cintura di chiavi e attrezzi che fuoriuscita dagli strappi del camice, l’uomo sembrava impastato con le cianfrusaglie che lo circondavano.

Dal soffitto pendevano lampade, catene e cavi, su alcuni dei quali stavano a loro volta appesi portafoto coi volti di ragazzi e ragazze giovani, gente comune. I portafoto erano fissati agli anelli di ferro per mezzo di graffette attorcigliate. Le facce roteavano, riflettendo i rinnovati lampi del temporale in quegli angoli dello stanzone raramente raggiunti dal lume delle lampade, come una pletora di spettatori curiosi misti a snob indifferenti e facce impaurite.

“Fate bene” diceva l’uomo “fate bene ad aver paura del Manciuriano.”

La radio stava gracchiando di tensioni in medio oriente, una litania lagnosa che andava avanti da che il Manciuriano era venuto al mondo. Ne aveva sentite di tutti i colori, dal caschetto d’infanzia al brizzolo grigio dei capelli che gli restavano. Aveva la pelata da frate, i capelli lunghi sulla nuca e le orecchie. Aveva preso l’abitudine di tingerli d’un nero corvino. Non sopportava che i capelli grigi gli ricordassero quanto fosse in ritardo sulla tabella di marcia dei suoi successi. Avrebbe portato con orgoglio i suoi capelli grigi qualora fosse stato capo d’altri, oltre che se stesso. Non voleva sentirsi vecchio, né voleva sembrarlo nel momento in cui i capi delle grandi famiglie della città fossero venute a bussare alla sua porta.

La radio parlava di alluvioni, argini rotti e vittime.

“Casini, casini, sempre casini” ripeteva facendo sfiaccolare la saldatrice e alternando con maestria la spazzola per pulire i giunti dalle scorie. Sudava come sotto il sole d’estate. La concentrazione era il miglior riscaldamento su cui potesse contare. Autoalimentato. Efficiente. Economico.

Si abbandonò sulla sedia girevole, sfilandosi gli occhialini da saldatura troppo stretti che gli aveva disegnato buffi e dolorosi cerchi intorno agli occhi. Cacciò una sigaretta dal taschino del camice e l’accese solo al terzo cerino. Fece lunghe tirate soffiando il fumo in alto, verso la gabbietta del suo pappagallo verdarancio, troppo stupido per imparare a ripetere le sue frasi preferite.

La radio gracchiava di morti e feriti. Di aiuti in ritardo. Liti in parlamento. Nuove leggi.

“E il Guardiano pensa di poter risolvere i grandi guai del mondo?” disse al pappagallo con voce impostata, come esercitandosi a parlare a una platea di grandi saggi. “No, il mondo non ha bisogno di boy scout mascherati, col loro pomposo atteggiamento, e quell’idea di legge stilizzata e irrealizzabile. C’è bisogno di un eroismo diverso, quello di chi ha il coraggio di fare quel che va fatto per bene. E chiamano me il cattivo. Me!” La sua voce perse ogni misurazione del tono e si fece più roca e squillante. “Sono più cattivo io del mondo marcio che si regge sul finto benessere? La gloria va a quei boy scout in tutina che vorrebbero salvare il mondo dai criminali. Sono loro i criminali! Così l’uomo della strada può pensare che ci sarà sempre qualcun altro a salvarlo, e che va tutto bene perché c’è qualcuno a proteggerlo. E danno a me del pazzo. Loro sono i pazzi. Loro, loro, loro!”

Il Manciuriano si accaniva sempre a ripetere quel loro con tutta l’enfasi di cui era capace, nella speranze che il suo pappagallo idiota imparasse almeno quella parola, ma si limitava a guardarlo istupidito. Il pappagallo fece un fischio gutturale e colto dalla rabbia il Manciuriano scosse la gabbietta. L’uccello s’aggrappò alle sbarre con le zampe e col becco, aspettando la fine della turbolenza.

La corrente tornò, le lampade principali si riaccesero illuminando il volto dell’uomo come un fulgore divino, calmandolo. Il pavimento era ora coperto dalle feci del pappagallo e dal mangime rosso e giallo, impastati con l’acqua schizzata dal piccolo abbeveratoio mal fissato alla gabbietta.

“Stupido pappagallo” grugnì, e lasciò cadere a terra la gabbia. Riprese la calma e i guanti da lavoro, la mascherina antischegge e le lenti da saldatura. Con la matita tracciò con precisione millimetrica le tacche sul tubo di ferro, accese poi lo smeriglio tagliando anelli perfetti, di dimensioni diverse, studiate sulla misura delle sue falangi. Gli anelli cascavano uno dopo l’altro nella bacinella d’acqua che li raffreddava all’istante. Li fissava poi con la morsa e limava le asperità interne ed esterne, lucidando il ferro con gran cura. Lavorava a quell’arma da tempo. Ne aveva realizzate tante, ma s’erano rivelate inefficaci contro il Guardiano.

“Non questa volta” ripeteva tra sé, memore dei fallimenti passati, d’ogni volta che il Guardiano l’aveva malmenato e messo in fuga. “Non questa volta. Detesto ricorrere a mezzi tanto rozzi, ma è l’eterno cruccio delle menti superiori doversi scontrare con la violenza fisica dei falsi eroi. Per quanto io continui a batterlo in astuzia, il Guardiano resta più veloce, alto, forte e robusto di me. Ma con questo guanto mi basterà una leggera pressione per lacerargli le carni e sbriciolarne le ossa. Non dovrò più preoccuparmi di finire stretto nella sua morsa. Sarà lui a dover sfuggire dalla mia! E tu, stupido pappagallo, quel giorno mi farai i complimenti, o stritolerò anche te.”

 

Il vecchio orologio a muro segnava ormai le quattro del mattino. Il guanto non era ancora pronto. Andava rifinito. Ancora due giorni, quattro al massimo.

Il caffè sul fornello elettrico era già stato scaldato tre volte, ed il Manciuriano l’aveva sempre lasciato freddare. Troppo indaffarato per concedersi una pausa. Ma stava sbadigliando, e la stanchezza era nemica della precisione. Abbandonò le chiappe sulla sedia, dando tregua agli occhi e alle dita stanche e rattrappite. Prese un sorso di caffè tiepido, seguendo con lo sguardo i fili di rame che aveva intrecciato tra le viti e chiodi fissate alla bacheca, piantate sulle fronti dei suoi nemici: giornalisti, politici, presentatori prezzolati. E poi notai, avvocati, questurini, sbirri di quartiere. Il caffè bruciato aveva il sapore del disprezzo che nutriva per tutti loro. Avrebbero avuto ciò che meritavano. Diede una rapida occhiata agli articoli di giornale ritagliati nella bacheca sopra il banco da lavoro. Nei ritagli si narrava delle sue passate imprese, successi appena sussurrati nei trafiletti secondari da pagina dieci in poi, nella cronaca cittadina e solo raramente in quella nazionale. Poche volte s’era conquistato le pagine dalla prima alla quinta, e se da un lato era conscio della necessità di far risuonare le sue gesta ed imporsi all’attenzione del Superconsiglio Criminale, sapeva anche che l’anonimato era l’unico modo per continuare la vita da cattivo. Era terribile vedere il frutto di tanto lavoro etichettato come opera dei soliti ignoti. Il Ministro della Giustizia, più di tutti, dava i titoli che più gli facevano esplodere rigurgiti di bile: dava sempre la colpa a “una banda di terroristi stranieri – a un gruppo di giovani ubriachi – ai vandali – ai fondamentalisti – a qualche pazzo – a codardi sostenitori dell’opposizione”

Era ingiusto, pensava il Manciuriano, doversi considerare un cattivo. Se si fosse deciso a rivendicare le sue azioni, mostrando a quello schifoso d’un Ministro e quegli incompetenti della polizia che c’era un preciso piano e un’unica mente dietro agli attentati, sarebbe divenuto celebre. Allora sì, sarebbe cominciata la vita del supercriminale braccato dagli sbirri. Bisognava aver pazienza. Non era tanto sciocco da pensare di potergli sfuggire a lungo. Fintanto che non si fosse alleato col Superconsiglio Criminale, i suoi mezzi restavano limitati. Prima di fare il grande salto doveva dimostrare il suo valore prima di tutto a se stesso, liberandosi del Guardiano, l’unico a conoscerlo per quello che era. Ma come ogni eroe che si rispetti, il Guardiano poteva dedicare a dargli la caccia solo quella metà di vita che era disposto a sacrificare. E non poteva essere tutta. Era questa, pensava il Manciuriano, la differenza fondamentale fra i cosiddetti buoni e i cattivi. Una differenza che rendeva bugiarde e intrise di pia consolazione le storie degli eroi di carta, così come i falsi eroi a contratto con la divisa di stato e i loro ministri. Un eroe è tale solo nello spazio tra una mascherata e l’altra. Un cattivo lo è sempre. Ai cattivi non serve l’identità segreta, perciò si poteva accettare di buon grado quell’etichetta sporca: la dedizione totale alla causa, questo accomunava i criminali, perciò li rispettava più di tutti gli altri. Gli sbirri smettevano la divisa per rituffarsi ogni giorno nelle loro vite mediocri. Una missione seguita per otto ore alla volta, con stipendio, assicurazione e pensione pagata. No, quella non era una missione. Affrontare il sistema, agire fuori dalla legge sapendo d’avere tutto da perdere in ogni caso, quella era una missione. I boss della mala con l’ossessione di avere sempre maggior potere, territorio e denaro, loro avevano una missione. E non erano più onesti loro, i grandi criminali, se con la corruzione dimostravano la corruttibilità dei potenti? Loro, che continuavano a prendersi cura degli ingabbiati, desiderosi di coccolarseli per tenerli dalla loro padre più di quanto non facesse lo Stato per portarli dalla sua. Come potevano branchi di boy scout a tempo impensierire uomini del genere? E potevano pensare d’impensierire lui, il Manciuriano che aveva distillato nitroglicerina seguendo manuali di chimica senza alcuna competenza specifica, rischiando di farsi saltare in aria durante la preparazione e il tragitto per l’attentato dinamitardo alla questura? Lui che aveva fatto avanti e indietro per giorni dai distributori di benzina del circondario per accumulare fusti da scaricare all’uscita dello stadio, avvolti in cordicelle infiammabili scaricate dal retro del furgone in corsa? Lui che aveva piazzato pentole a pressione in pieno giorno, alle marce sportive che sfilavano sulla via del municipio. Lui che aveva sfondato le vetrate di banche e gioiellerie solo per dar fuoco ai locali e annerire i gioielli. Che aveva dato fuoco alla discarica abusiva di pneumatici usati spargendo per il cielo quel fumo nero che s’era levato alto e visibile da tutti i paesi del circondario. Lui che viveva con una scorta di barattoli di fagioli e lenticchie, lattine di manzo in scatola e pagnotte di pane duro, scaldate sulla piastra del caffè e spruzzate con acqua di rubinetto per renderle più tenere. Lui che faceva una vita di rinunce perché ogni centesimo guadagnato o rubato fosse speso nei progetti futuri, non in banchetti o parate.

 

Il Manciuriano uscì dal covo mentre albeggiava, guardingo. Provò sollievo solo alla fermata dell’autobus, mescolato alla gente comune. Era orribile mescolarsi a loro. A dargli la nausea non era tanto quell’odore di asfissiante umanità fatta di sudore stantio frammisto a profumi da donna e dopobarba da discount, quanto il puzzo indifferente dei loro occhi vacui, da bestiame al macello. Le loro facce puzzavano. Le loro espressioni. I colori dei loro vestiti. Le borse di marca e sottomarca. Insopportabili. Ma anche lui aveva una borsa, piena tetrapak di succhi di frutta da un litro, pieni di benzina. Sarebbe stata cosa buona e giusta scatenare l’inferno lì, in mezzo a tutti, a costo di coprirsi d’ustioni e non sopravvivere, o peggio ancora farsi catturare. No. Farsi catturare non era la cosa peggiore che potesse capitargli, ma un simile gesto gli avrebbe inimicato l’opinione pubblica, la stessa che guardava con complice silenzio e sgomento agli attentati sparsi e scambiati per episodi isolati di qualche folle, o di zingari e vandali stranieri come suggerito dal Ministro della Giustizia. Il Manciuriano sapeva che in fondo la gente era dalla sua parte. Non si facevano le marce per chiedere di fermare gli attentati. Si facevano le marce per altri motivi, e se ne facevano sempre meno. Questa era la prova che il suo lavoro era giusto. Che le maggioranza silenziosa e scontenta stava dalla sua parte, e che erano in tanti a voler vedere quel mondo andare in pezzi. Erano solo troppo codardi per farlo da soli, e lui si sarebbe sacrificato per loro. Per un mondo nuovo e migliore bisognava bruciare quello vecchio, e per farlo ci volevano uomini pronti a fare la parte dei cattivi.

La gente accettava di veder bruciare le auto di lusso nei quartieri bene, le esplosioni delle auto della polizia e gli incendi ai portoni della questura e del municipio. I cittadini stavano in silenzio perché in cuor loro sapevano che era giusto lasciar marcire quel mondo costruito da altri e accettato a forza, in un silenzio che rosicchiava le loro carni dall’interno. Ma per continuare ad averli dalla sua parte, il Manciuriano doveva restare nell’ombra. La cattura esponeva al pubblico biasimo, col rischio per gli uomini di legge di farsi belli con la repressione del cattivo. Perciò bisognava rinunciare alla fama, sgobbare nell’ingratitudine. Tanto non ne avrebbero avuta anche se in fondo al cuore nero, quella gente che puzzava d’omertà e poca voglia di vivere lo sosteneva. Un giorno, forse, l’avrebbero celebrato come meritava.

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