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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

 

10. Il potere della vergogna

 

I resti di Paimon, superbo dèmone oratore e ingannatore di folle, conduttore e cabarettista infernale, erano sparsi e mescolati a quelli di altri dèmoni, spiritelli e oggetti di scena. Del satiro suo valletto erano rimasti i cosciotti di capra fumanti, da cui si levava un invitante profumino. La spina dorsale del satiro, afflosciata come una proboscide d’osso, era l’unica cosa che restava della sua parte superiore. Il palco era volato via, sbrindellato in schegge di legno e osso. Buona parte dei dèmoni maggiori in prima fila erano smembrati, quelli minori sugli spalti anteriori della platea inceneriti. Satana stesso era finito sotto le macerie mentre Lilith era rimasta del tutto scuoiata, la sua pelle fatta a brandelli e volata via come un vestito in una tempesta nucleare. Persino l’enorme il cubo di LeMarchand era rotolato indietro, verso il fondo della platea, inghiottendo la cubista Salomé che, rimasta incolume, ora sbirciava la scena dagli intarsi dorati delle incisioni comunicanti con l’esterno, come dietro al separè di un confessionale.

La scena era apocalittica. Uno squarcio, dieci volte più grande di quello aperto da Satana all’arrivo di Jesù, faceva ora da vòlta a quel che restava del teatro. I festeggiamenti della Pasqua Infernale potevano dirsi conclusi. I dèmoni maggiori strisciavano macilenti, recuperando un poco di baldanza e litigiosità mentre cercavano di distinguere, gli uni per gli altri, quali frattaglie e pezzi appartenevano ai rispettivi corpi, litigandoseli e lanciandoseli come bimbi dispettosi, infastiditi dal fulgore celeste che ustionava loro i peli ispidi e le pelli inadatte alla luce solare.

Cori caprini riverberavano attraverso cerchi diafani affacciati nell’apertura infra-dimensionale fra Inferno e Paradiso, come lembi opposti in un piegamento di tempo e spazio. Satana conosceva quei cori, i latrati della Voce dello Spirito Santo, irritanti e stridenti alle sue povere orecchie. Bestemmiò di cuore nel vano tentativo di zittirli.

“Non hai il diritto di fare questo” tuonò il Principe delle Tenebre al cielo.

“Io posso fare tutto” disse la voce. Non la Voce. Erano distinte per quanto simili e vicine nei due terzi della Trinità. Era una voce che non sentiva da quando s’era fatto cacciare dal Paradiso. Era Lui. Qualcosa di mosse nel cuore di satana. Una scheggia di legno, o forse un trombo. La lingua s’era asciugata e incollata al palato, le file di denti incastrate, sigillate come una cerniera lampo. Fece per prendere una boccata d’aria e solo allora si rese conto che la pelle gli era stata sigillata, chiusa in un’unica massa. Le labbra scomparse. Sorrise comunque, dentro di sé. Satana conficcò gli artigli ad incidere la pelle, afferrandosi cranio e mascella per riconquistare la parvenza d’una bocca. Si sentì lusingato da quello scherzetto. Significava che il Vecchio non aveva nessuna voglia di discutere. Peggio per Lui.

“Come ho detto a Tuo figlio, ci dovrai sterminare se vuoi scaricare qui la Tua merda.” Satana aveva perso la baldanza e la supponenza d’ogni giorno – più che mai amplificata nell’estasi della caciara pasquale. Il tono era pacato e fermo, ma c’era qualcosa che nessun dèmone, tra i sopravvissuti macilenti che gli strisciavano intorno cercando di ricomporsi, aveva mai sentito: un tono mite. Qualcuno avrebbe osato dire rispettoso, se non addirittura deferente.

“Questo posto è mio” disse la voce.

“Usucapione¹” disse secco Satana “e averlo creato non lo rende tuo più di quanto la vita di un figlio non appartenga al padre. Avrai sentito dire che le cose appartengono a chi le desidera di più. Non lo volevi questo posto. Io sì.”

“Non sono qui per portartelo via. Assolve una sua funzione, ed è di questo che si tratta. Le regole vanno rispettate. Le anime destinate all’Inferno, qui devono stare.”

Dalla breccia celeste apparvero di nuovo le anime prima respinte, non più sullo sfondo alle spalle di Jesù – ch’era impossibile scorgere nel pur enorme squarcio – ma ammassate, strizzate e compenetrate insieme, pendenti nella forma globulare di un lampadario a goccia pronto a far piovere la sua orda barbarica sulle lande infernali. C’erano nella calca bellicosi preti e soldati già ansiosi di spargere il Verbo per tutto l’Inferno, di convertire i dèmoni nella speranza di purificarsi e ascendere al Paradiso con pieno diritto e rinnovato splendore. I soldati lucidavano gli spettri dei loro fucili. I governanti formavano comitati di partito, alcuni per depositare richieste ufficiali di riesame della loro condizione di anime ingiustamente dannate, altri già aspiravano a riformare l’Inferno e litigavano su quali dannati meritassero questo e quel girone. Gli ignavi a sinistra, i violenti a destra, ciascuna folla agitando i suoi simboli cristiani, slogan papali da un lato, immaginette e santini dall’altra. Satana ebbe un conato di vomito.

“Avete fatto voi le regole” disse Satana ricacciandosi in gola un rigurgito di bile “e quanto ai controlli di frontiera, è gente vostra. Respingere i vostri fedeli è nostro diritto. Magari dovevi pensarci prima che Tuo figlio facesse breccia nei cuori di questi stronzi. Tu rivendichi gli standard per il Paradiso e io quelli dell’Inferno. È l’unico potere che ho, e Tu sai quanto mi costi ammetterlo. Se non posso esercitare questo piccolo, schifoso potere, non mi resta che chiudere e lavarmene le mani. Ho già chiuso l’Inferno in passato, posso farlo di nuovo². Magari definitivamente.”

“Tu che la sai tanto lunga” disse la voce “spiegami perché ho fatto figli chiacchieroni e convinti di saperne sempre più di me.”

“Perché sei un fallito” disse Satana.

“Tu non hai mai costruito niente” sentenziò la voce. Non v’era traccia d’ira al momento, risuonava monocorde, annoiata. Quello sfoggio di potere, lo squarcio e la devastazione, dimostravano quanta poca voglia avesse il Vecchio di affrontare quel discorso. “Vuoi continuare ad abusare della mia pazienza?”

“Ne abuso quanto cazzo mi pare e piace” rispose Satana, annoiato a sua volta. La noia passò nei successivi venti minuti, passati a vomitare larve di mosca.

“Linguaggio.”

“Fanculo.” Altre dodici ore di larve, vespe e ratti. Ogni volta che Satana si accingeva a riprendere fiato per un nuovo insulto i conati riprendevano. Dalla decima ora in poi, dalle sue viscere si srotolarono chilometri di trimuligioni³, come se ne avesse un’infinita scorta di gomitoli messi da parte per quel giorno. Mentre i vermi gli risalivano sulle caviglie e le ginocchia, Satana sembrava il condimento al centro di un rivoltante piatto di spaghetti rosa e marroni. Era troppo anche per il suo gusto dell’orrido, e quando la punizione fu finita Satana diede di stomaco spontaneamente, con quel che restava delle sue interiora. Certo non era felice che i dèmoni maggiori, ormai ricomposti e prudentemente appollaiati margini delle rovine del teatro, assistessero a quell’umiliazione, ma gli aveva dato tempo di riflettere sulla situazione.

Il Grande Vecchio non aveva fretta. La faccenda poteva durare tutta l’eternità. Per duemila anni aveva atteso, invano, che il Figlio rimettesse a posto i casini combinati dai suoi epigoni e dalle sue troppe chiese. Se il Vecchio s’era scomodato, non era per farsi sbattere la porta in faccia. Eppure non sembrava nemmeno intenzionato a forzare la mano a Satana. Se tanto a lungo s’era disinteressato degli equilibri del Paradiso, non c’era da temere che volesse caricarsi sulle spalle pure tutti gli affari dell’Inferno. Dopotutto, se al Vecchio non fosse servito, Satana non avrebbe avuto il suo regno. Ma lo stallo poteva continuare per secoli, col solo risultato di veder ingrassare le orde cristiane, mentre dalla breccia sino ai più reconditi e profondi angoli dell’Inferno, sarebbero giunte le voci e le immagini dell’evento. Quanti filosofi e scienziati miscredenti rischiava di perdere l’Inferno? Quanti artisti e poeti vissuti nell’eccesso e nella baldoria – la miglior corte che Satana potesse desiderare – e morti senza mai far del male a nessuno, rifiutati dal Paradiso e raccattati nei più disparati gironi, sarebbero stati rigiudicati? Il Vecchio non si sarebbe scomodato solo per scaricargli in testa la feccia del Paradiso, no, avrebbe preteso uno scambio d’anime di proporzioni bibliche, una riorganizzazione generale. L’Inferno avrebbe perso la gente migliore per ritrovarsi con un’orda di squallidi bifolchi.

“Io” disse Satana con tutta la calma e dignità di cui era capace “io che sono l’antitesi della Tua volontà, non posso accettare le Tue decisioni, né posso rovesciarle. Ma se cedo perderò il comando e qualche altro dèmone maggiore si prenderà il mio trono. Immagino che per Te non faccia differenza, uno schifoso arcidiavolo o l’altro che differenza potrà mai fare. Ma se mi metti in questa situazione non mi lasci altra scelta.”

“Stupiscimi” disse la voce.

Satana si guardò intorno. I piccoli schermi infernali erano tutti alzati ad immortalare la scena epocale, tra le braccia tese dei più curiosi e coraggiosi tra i dèmoni minori, rimasti appollaiati all’esterno del teatro. Ogni diabolico dispositivo era puntato su di lui. Poteva essere l’ultimo grande spettacolo di Satana, di certo il più importante degli ultimi duemila anni. Il Principe delle Tenebre proseguì nella sua pausa catartica, cercando di guardare dritto in camera ad ogni singolo dispositivo, così che anche la più disgraziata anima dell’Inferno potesse sentirsi toccata e partecipe.

“Io” sussurrò e prese fiato. Sospirò. Si lisciò le corna. Si strizzò il pacco. Guardò al cielo spremendo una lacrimuccia di bile e arsenico. “Io abdico!”

Ci fu un’ondata di mugugni tra la folla, riscossa finalmente dal torpore della luce celeste che aveva tenuto tutti quanti in silenzio. Mammon e Belzebù – leccapiedi da eoni aspiranti a rimpiazzare lor signore Satana – si scambiarono un’occhiata d’intesa e le loro corna ebbero un’erezione. Lilith, che s’era rimessa qualche brandello di pelle addosso, senza tuttavia ricomporre la sua grottesca figura, guardò Satana con un misto di stupore e disprezzo. Già si guardava intorno in cerca del prossimo dèmone alfa.

“Ed è mio diritto” riprese Satana “scegliere chi mi dovrà succedere.”

“Padrone!” invocò Abraxas con la bocca piena. Era strisciato ai piedi del sovrano, ghiotto com’era dei vermi che ancora gli si dimenavano tra le caviglie. “Padrone, siete un genio! Un colpo degno di Floyd Jones!⁴ Conserverete il vostro prestigio, imbattuto contro gli invasori celesti, e chi vi succederà avrà l’infamia della resa. Questa è classe mio Principe!”

Abraxas non aveva finito di leccare i piedi a Satana – con annessi vermi – che s’era già scatenato un subbuglio di dèmoni affamati di potere, gorgoglianti minacce, proclami e promesse per reclamare il trono.

“Come intendi gestire la cosa?” disse la voce, affatto sorpresa.

“Gestire?” fece Satana divertito dalla rissa. S’era creato il solito capannello di scommettitori, mentre volavano ossa e palle di fuoco da tutte le parti. Satana agitò la mano per chiedere da bere, una torma di spiritelli si adoperò per recuperare un otre e accontentare il re uscente. Satana attraversò quel che restava del palco con passi strascicati, raccolse il cosciotto affumicato del satiro e sedette su uno sgabello. Accese un fuocherello e arrostì meglio la carne che nel frattempo s’era freddata. Prima di addentare cercò nel marasma del satiro che forse s’era ricomposto, forse no. Diede un morso e bevve un sorso di vino e sangue.

“Inutile temporeggiare” disse la voce.

“Lascia che si divertano” disse Satana “non hai tutta l’eternità? Questo è un momento epocale, voglio che se lo godano. Dipendesse da me manderei tutto in diretta mondiale.”

La voce non rispose. Attendeva paziente lo svolgersi dei litigi tra i dèmoni. Ben motivati, Mammon e Belzebù avevano sottomesso con la forza o con le moine già molti dèmoni maggiori, e Lilith s’era accordata per uno scambio di favori lascivi con Belzebù.

“Stupidi coglioni” mormorò Satana tra sé “avranno capito cosa vuol dire abdicare? Non decidono loro chi prende il mio posto.”

“Sempre che tu abbia davvero intenzione di abdicare” disse calma la voce “vuoi che passi l’eternità mentre loro litigano? È uno stratagemma mediocre.”

“Una cosa come Dormammu e il Dottor Strange? Per lui ha funzionato” ridacchiò Satana con la bocca piena “per il Dottore intendo, solo che dal mio punto di vista sei Tu l’invasore⁵. Lascia stare, non credo sia il Tuo genere di film e neanche il mio a dire il vero. È merda divertente ma se proprio vuoi saperlo io mi arrapo di più sui vecchi classici come Dies Irae⁶, vuoi che lo guardiamo insieme nell’attesa? Dovrei avere una pellicola originale da qualche parte, in Paradiso vi ci dovreste impiccare con quella roba. Non capisco perché si dica che io a metto le cose in testa agli uomini, quando sono loro ad avere le idee migliori e quelle peggiori. Parlando di idee, sai qual è la cosa più bella dell’essere me?” chiese Satana.

La voce non rispose.

“Per quanto Tu sia onnipotente” disse Satana picchiettandosi la testa “non sei mai riuscito ad entrare qui dentro.”

“Non ne ho bisogno. Nessuna tua macchinazione può sorprendermi. Scegli il tuo erede, nessun demonio potrà andare contro la Mia volontà.”

“E che ne dici invece di un’innocente?” disse Satana. Vuotò il calice a mezz’aria e il succo ambrato si ingrandì in una bolla che esplose in un sonoro plop! facendo apparire una piccola e grottesca creatura: la macerazione cutanea era diffusa sul corpo gonfio e pallido, un corpo al tempo stesso acerbo e marcescente, in cui spiccava la mancanza del seno sinistro.

“Ciao Lucia” disse Satana. La ragazzina aprì la bocca per sorridere, la mascella le cascava di lato e al posto dei denti spuntavano le gengive rosate e gonfie. Dai capelli neri l’acqua gocciolava al contrario, risalendo le punte e le ciocche come perline sino alla fronte, dove un alone di notte brillante, un misto di fumo nero e fiamme prendeva forma di un diadema ispido, puntuto come denti di cane e fanoni di balena giunti ad imitare la mitra di un cardinale⁷. “Lucia Delgado, ti cedo il comando dell’Inferno, le sue chiavi, il dominio su tutto ciò che finora è stato mio.”

Dallo squarcio celeste cadde un silenzio palpabile, una nebbia gelata. Di sotto, un’onda d’urto di stupore aveva paralizzato i dèmoni per due secondi, prima di farli esplodere in cori di bestemmie, d’indignazione e versacci in una cacofonia assoluta.

Una voce, simile eppur diversa da quella che s’era finora confrontata con Satana si fece strada tra i tumulti, trasfigurando fluttuante a sfidare il deposto Principe delle Tenebre.

“Bel colpo di teatro” disse Jesù sprezzante.

“Papà Tuo ha perso la lingua?” disse Satana altrettanto pungente.

“Uno e Trino.”

“Per come la vedo io, Papà Tuo è tornato al silenzio che più gli si addice, e t’ha tirato fuori dal ripostiglio per sistemare i casini che hai lasciato in giro.”

“Raccontatela come vuoi” disse Jesù.

“Si, pure te” rispose Satana “tanto non è più con me che devi parlare.”

“Lei dovrebbe stare in Paradiso” disse Jesù.

“E da quando?” chiese Lucia Delgado “sono qui da centoquarantasette anni. Questa è casa mia.”

“Sono stati fatti degli errori” disse Jesù con la sua voce più calda, genuflettendosi e mettendole una mano sulla spalla “ma adesso ripareremo a tutto.”

“Potresti cominciare da quello” disse Lucia puntando il dito allo squarcio sulla vòlta. Dall’Inferno si levò un tenue chiacchiericcio di ammirazione. Satana teneva la testa china e le braccia intrecciate, soffocando una risata.

“Era il tuo nome” disse Lucia puntando il dito contro Jesù “il Tuo, che invocavano i miei carnefici. Adesso vieni a dirmi che merito il Paradiso, e perché? Perché sono una vittima? Adesso basta questo per conquistarsi un posto in Paradiso? Mi avevano scartata alle selezioni e spedita alle Malebolge, con le puttane. Adesso vieni qui a dire che vuoi rimettere le cose a posto, e mi risarcirai mettendomi a capo del Paradiso? Certo che no. Anzi, solo per varcare quella soglia dovrò rinunciare a governare l’Inferno, ma che risarcimento sarebbe perdere ciò che ho appena conquistato.”

“Avresti la pace” disse Jesù un po' offeso.

“Tientela” rispose Lucia “non l’ho mai conosciuta, né in vita né in morte. Il tempo abitua a tutto, anche al tormento. Il peggiore è quello del silenzio. Chi ha mai pianto Lucia Delgado? Non una vergine martire – non certo una vergine, e non per colpa mia. Né una martire, né una santa. Solo l’oblio e il silenzio di una storia mai raccontata, senza il conforto di preghiere e celebrazioni postume. Ma qui, nello sporco Inferno, si è raccontata la mia storia, sono stata celebrata e ricordata.”

“Per ridere di te” disse Jesù.

“Mi applaudivano come un’attrice in una parte tragica, ma era degli autori del copione che i dèmoni ridevano.”

“E’ tutto un inganno” disse Jesù “credi che Satana ti lascerebbe governare?”

“Probabilmente mi chiederà di sposarlo” disse Lucia “per riconquistare il trono. Potrei anche dirgli di sì. Tanto cosa potrà farmi di peggio, peggio di mio padre o del Tuo prete? Satana sarà pure un farabutto, un mentitore, ma l’unico inganno che non gli si può accusare è quello delle false speranze, che per sua natura non può offrire. Mentre per Voi che di speranza vi ammantate, quante ne avete tradite? Se non per colpa diretta nel tradimento, per averne ispirate invano, per l’illusione che un patto tra Voi e noi ci fosse per mezzo della fede, che pure io avevo da quella bambina che per così poco sono stata. E allora niente patti, veri o inventati. Nessuna fede. È già stata tradita quella di chi abita all’Inferno per i motivi sbagliati. E non ci interessa quella dei farabutti che adesso volete rinnegare per ripulire la coscienza del Paradiso.”

Novantadue minuti di applausi. Dalla platea ripopolata d’ogni genere di creatura demoniaca, e perfino da qualche angolo dello squarcio celeste, dove le anime indegne aspettavano il trasloco.

“E con questo” disse Satana mettendo la mano sulla spalla di Lucia “ti sei giocata il diritto di andare in Paradiso.” Lucia fece spallucce.

L’Inferno fu attraversato da una folata di vento infra-dimensionale, dalla luce alle tenebre, come se il Grande Vecchio in persona avesse sospirato. Il sospiro di chi sapeva sin dall’inizio come sarebbe finita.

“Tutto questo non toglie che abbiamo una situazione da risolvere” disse Jesù.

“Abbiamo?” chiese Lucia in tono assente, prima di chiudersi in un lungo silenzio.

 

Del chiasso che seguì, le chiacchiere di Jesù, lunghe, cantilenanti, intrise di paradisiaco fulgore, promesse e non troppo velate minacce, Lucia Delgado non sentì nulla. I dèmoni avevano preso a far caciara per sovrastare coi loro bestemmioni e ruggiti le prediche celesti, affatto dispiaciuti del silenzio della nuova sovrana, interpretato dai più come un invito al caos. Satana era tornato a sedere sullo sgabello a mangiare e bere, noncurante, in apparente sintonia con la sua promessa sposa. Le anime indegne e i satanassi si lanciavano di tutto: dal basso partivano frattaglie ed escrementi, dall’alto piovevano volantini con slogan religiosi, santini, rosari e statuette della Madonna – fatte esplodere a mezz’aria dai frombolieri più bellicosi.

Lo sguardo perso di Lucia attraversava il pandemonio, gli occhi emaciati e contornati di viola, gonfi, bucavano luce e tenebre, stiracchiati. Meditava in silenzio, sui cinquecento e passa anni trascorsi all’Inferno, affatto tremendi in confronto ai travagli della sua breve vita. Non le dispiaceva il chiarore che emanava dalla breccia celeste, ma la semisfera aveva un che di grottesco e malato, come una sacca purulenta pronta a esplodere riversando la sua sozzura di sotto. Distaccata dal chiasso della rissa, Lucia osservava i propri resti immortalati nello squallido marciume della morte, le braccia bianche segnate da vene bluastre cosparse di lividi eterni e inguaribili. Così esposta ai dèmoni dell’Inferno e agli indegni del Paradiso, il gelido magone di vergogna covato in vita e morte non era più soltanto suo. Quanta vergogna le avevano causato le colpe altrui, e quante colpe avevano quelli che la vergogna non sapevano provare. Chi non conosceva la vergogna poteva giudicare la colpa? E chi era senza colpa come misurava il proprio giudizio? Lucia alzò gli occhi e in silenzio chiese al cielo: può un dio provare vergogna? Guardami e provaci.

 

Un crescendo di cori caprini e voci bianche irruppe a sovrastare il pandemonio. Un tuono, il suo eco e il silenzio. Uno schiocco acquatico, gentile all’inizio e sgraziato nel crescendo. Un mulinello, un gorgo risucchiante anime e luce restrinse la breccia come una contrazione improvvisa di muscoli rettali.

Satana, col suo cosciotto di satiro ormai scarnificato e lindo si alzò con la bocca piena, estasiato dallo spettacolo. “E’ fatta” disse incredulo.

“Non cantare vittoria Satana” ruggì Jesù mentre cercava di lottare contro il risucchio “di nuovo verrò nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il Mio regno non avrà fi…”

La breccia si chiuse con uno botto secco.

“A quanto pare” disse Lucia “non è questo il giorno.”

“Già” convenne Satana “e chissà i casini che combineranno i suoi nel frattempo.”

Fine.

 

1: acquisizione di una proprietà basato sul possesso continuato, pacifico e pubblico di un bene altrui per un determinato periodo di tempo.

2: nella serie a fumetti “Sandman”, Lucifero chiude e svuota l’Inferno consegnandone le chiavi a Orfeo.

3: verme marino usato nella pesca.

4: riferimento al romanzo “E Jones creò il mondo” di Philip K. Dick, al finale in particolare al finale.

5: riferimento al finale del film “Doctor Strange” del 2016, in cui il dèmone invasore Dormammu cerca di portare la Dimensione Oscura sulla Terra mentre il Dottore cerca di intrappolarlo in un loop temporale.

6: Dies irae (1943) diretto da Carl Theodor Dreyer. Da vedere.

7: la mitra è l’ampio e appuntito copricapo tipico dei cardinali e dei papi.

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