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Stai leggendo: "Miasma" di Quinto Moro

3.

Dio che bello. Non uscivo di casa da giorni. Mi sembra di sentire le farfalle nello stomaco. Non sono innamorato. Probabilmente sono vermi, smaniosi che il mio ventre esploda per trasformarsi in uno stadio su cui fare la ola e banchettare.

Cosa accadrà al mio conto in banca? Non che ci sia molto da perdere, ma cosa dirà la burocrazia al riguardo? Dovrei autodenunciarmi, chiedere un certificato di morte? Che obblighi ha un morto, e quali diritti, oltre alla sepoltura? E se fosse più un dovere? Mi obbligheranno ad andare sotto terra? L’alternativa sarebbe vedermi decomporre e marcire. Preferirei qualcosa di più definitivo. Dovrei farmi esplodere la testa o staccarla dal resto del corpo come da tradizione zombi? Basterebbe per dire addio a questo residuo di coscienza? Resta sempre la cremazione. Non molto allettante.

Dovrei riconsiderare la pazzia. Le allucinazioni. Forse ho immaginato la vecchia, o almeno le sue parole. Ha detto ciò che speravo di sentire: non volevo essere l’unico a subire il fetore, ma attraversando il viale affollato coi finestrini aperti dovrei attirare la stessa attenzione di un camion dell’immondizia. Nessuno sembra notarmi. Sono solo un altro automobilista nel traffico. Non puzzo dunque abbastanza? Avanti, datemi un po’ del vostro disgusto. Voltatevi in cerca del tanfo, nascondete naso e bocca dietro mani, braccia, fazzoletti. Schifatevi un po’. Non lasciatemi solo col miasma.

Una ragazza si è voltata arricciando il naso al mio passaggio. Un po’ poco per una conferma. Al semaforo mi sporgo a guardare il tizio nell’auto accanto. Tira dalla sigaretta con tanta foga che gli occhi sembrano schizzargli dalle orbite. La sua cera non sembra migliore della mia. Quando mi nota tira su il finestrino si gira dall’altra parte.

 

Il mio medico di famiglia è una donna sulla settantina. Doveva andare in pensione, dicevano. Non ha più amore per il mestiere. I pazienti devono implorare per farsi visitare. Ormai preferisce stare alla scrivania, ascoltare i sintomi e prescrivere i soliti farmaci. Non ha un computer. Scrive ancora le ricette a mano. Le capita di scrivere le ricette senza nemmeno guardare in faccia i pazienti. Fa questa pantomima da anni. Pensare che una volta tutti volevano avere lei come medico. Da giovane era brava, quasi un prodigio. Laurea precoce, prima del suo corso eccetera. Aveva salvato la vita a qualcuno appena iniziata la professione e le storie su di lei s’erano gonfiate negli anni. Ma è stato tanto tempo fa.

Io ci sono sempre andato poco. Ero in buona salute, prima d’essere morto almeno. La sala d’attesa dell’ambulatorio è fredda. Sedie di plastica bianca vecchie e sporche, occupate da pazienti vecchi e sporchi. Sentirei la loro puzza, se la mia non fosse più forte.

L’attesa sembra durare giorni. Settimane. Come fossi già stato qui prima, prima di iniziare a puzzare così. Al mio turno striscio nella stanzetta delle visite. Non è cambiata di una virgola in vent’anni: lo stesso armadietto con gli sportelli a vetri e le stesse scatole di medicine, lo stesso lettino, le stesse sedie di plastica per i pazienti, uguali a quelle della sala d’attesa.

La scrivania della dottoressa ha la solita pila di manuali medici, il portapenne, il prisma di vetro con una miniatura di scheletro umano. Ricordo di averci giocato da piccolo. Mi chiedevo come avessero fatto entrare lo scheletrino dentro il prisma, poi m’ero convinto che fosse un prezioso reperto archeologico, la prova che i lillipuziani di Gulliver fossero davvero esistiti, e quello era rimasto intrappolato come un insetto giurassico nell’ambra. La dottoressa mi aveva lasciato tenere il prisma mentre stavo disteso a culo nudo per un’iniezione. Avevo anche cercato di rubarlo con gran scandalo di mia madre, la dottoressa invece mi chiese se preferivo portarlo via o ritrovarlo per l’iniezione successiva, solo allora provai vergogna, lo posai sulla scrivania e chiesi scusa. Sì, era brava quand’era giovane. Ora non sembra meno cadavere di quanto non lo sia io.

Quando mi siedo il tanfo esplode, come se il mio corpo fosse un putrido mantice. La dottoressa non sembra farci caso. Alza un sopracciglio. Ha occhiaie profonde, occhi penetranti. Nonostante il calo di reputazione, è lucida e attenta. Prendo fiato per parlare ma lei inizia a scrivere sul suo taccuino. Aspetto che abbia finito, fissando lo scheletrino sotto vetro, più piccolo di quanto ricordassi. Vorrei tenerlo in mano un’ultima volta.

La dottoressa stacca un foglio, fa un respiro, poi riattacca a scrivere. Non riesco ad essere seccato. Se sono davvero morto ho tutta l’eternità, o il tempo che resta al mio addome prima di esplodere, in quel caso poi saranno cazzi di chi dovrà ripulire le mie frattaglie dalla scrivania e dal pavimento. Posso aspettare i comodi della dottoressa, vorrei spiegarle tutto con calma, ma quando ha finito con la terza paginetta mi tende i fogli con uno sguardo di sottecchi.

La sua voce elenca ciò che i miei occhi cercano di estrarre dagli scarabocchi. Il sapone speciale solo la mattina, dice. Dovrò fare una schiumetta densa con le mani e sciacquare il corpo con quella. La crema tre volte a settimana, un giorno sì e uno no, massaggiando a lungo perché la pelle l’assorba, evitando abrasioni e stando attento a non far staccare gli strati più superficiali d’epidermide. Il collirio eviterà agli occhi di rinsecchire. Lo sciroppo dovrebbe attenuare il sapore di marcio e preservare i tessuti molli. Niente più spazzolino, dice, o le gengive verranno via. Sono ancora giovane, dice, perciò i denti dovrebbero tenere per anni, forse decenni, e li dovrò pulire con un fazzoletto, almeno finché non mi passerà il vizio di mangiare.

Due pastiglie di non ho capito cosa dopo ogni pasto. Ridurre i pasti, gradualmente, sino ad eliminarli del tutto, vita sociale permettendo. Mangiare fintanto che l’abitudine o la necessità lo richiedono. Dopo ogni pasto un massaggio allo stomaco. Due cucchiai di sciroppo al giorno per una settimana a partire da oggi, ridurrà il gonfiore addominale. I gas saranno rilasciati gradualmente. Se il gonfiore non si attenua entro il quinto giorno prolungare lo sciroppo di un’altra settimana, e così via fino a una normalizzazione dell’addome. Resterà comunque gonfio, dice, come una pancetta da birra, la gente non ci farà caso. Dovrà bere tanta acqua, per tenere i tessuti idratati, specie quando mi sarò disabituato a mangiare.

Quindici minuti di aerosol due volte al giorno per i primi tre mesi, a meno che non mi abitui a smettere di respirare prima. Devo esercitarmi a muovere l’addome e il torace, simulando i respiri. Ci si abitua entro il primo anno, dice. Per i polmoni, purtroppo, non si può far molto.

Io la fisso. Lei mi fissa. Fa un cenno alla porta, congedandomi. Continua a comportarti come un vivo, dice. Là fuori ce ne sono tanti altri come noi, cadaveri navigati così abituati alla recita che nemmeno ricordano più d’essere morti. Aiutano a mantenere l’illusione. Mi accorgerò di più stranezze d’ora in poi, dice, l’importante è far finta di niente. Se ti si stacca un pezzo di faccia o un orecchio, raccoglilo, come fosse un mazzo di chiavi o una moneta. Nessuno ci farà caso, perché anche i vivi fanno così. Quando notano qualcosa di strano, le persone si guardano intorno in cerca di conferme, e se non ne trovano ci passano sopra, finché non se ne dimenticano. Dice che anche io facevo così, solo che non me ne rendevo conto. Si impara da piccoli e via via rientra tutto nella routine. In questo periodo, dice, tornerò a notare queste cose, per poi dimenticarmene di nuovo.

Prima di uscire le chiedo cosa può essere stato. Lei non sembra capire. La morte, dico, come sarà avvenuta? Lei mi fissa, con pazienza. Capisco che devo essere io a rispondere. Rimango sulla soglia per due buoni minuti riflettendo su cosa mi abbia ucciso. Poi ci arrivo: non ha più importanza.

 

"Oooh, that smell – can’t you smell that smell?

That smell – the smell of death surrounds you!"

(That Smell, by Lynyrd Skynyrd)

[Oh, quella puzza - non riesci a sentire quella puzza? - La puzza di morte ti circonda]

Fine.
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