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Stai leggendo: "Miasma" di Quinto Moro

2. 

Mi sono risvegliato sul pavimento, fra strati di piumoni e coperte che non ho ancora gettato via. Ma ora non posso farlo. E’ un autunno mite, ma la notte si gela e l’inverno si avvicina. Fuori piove, l’odore umido di pioggia e foglie morte su cemento e asfalto bagnato per un poco mi danno sollievo sollievo. Poi mi rituffo nella mia che non so più se è opera di ricerca o demolizione. Sono a pezzi. Sto perdendo la cognizione del tempo. Svuota, sciacqua, pulisci, lucida, getta via e ricomincia daccapo. Cassetto dopo cassetto, mobile dopo mobile, stanza dopo stanza. E’ la mia nuova routine.

La notte mi sveglio come se dita ossute mi stringessero il collo e ferri da calza mi stiano trapassando il naso, fin dentro il cranio, ai centri del dolore e dell’olfatto. Sono stato dall’otorino. Mi ha spiato dentro al naso con quelle sue pinze divaricanti. Ha detto di cambiare alimentazione per un po’. Che gli odori che sento potrebbero dipendere da cattiva digestione. Niente è cambiato, nemmeno dopo una settimana a base di gallette di riso e acqua.

Non è il mio stomaco. Non è il mio intestino. Anche se sto ingrassando. Non capisco come sia possibile, con la dieta che sto facendo. Nella mia mente si affollano immagini di bambini africani. Il ventre gonfio, anche se i volti sono segnati e scheletrici. Ci sono nomi per quelle sindromi e malattie. Dovrei informarmi.

La spiegazione più semplice è che stia impazzendo. Se non lo sono già, lo sarò presto.

Passo il weekend a restituire alla casa una parvenza di normalità. Metto le poche cose che mi sono rimaste nei mobili. Spruzzo insetticidi e deodoranti dentro e fuori ogni cubicolo di casa. Faccio quattro docce al giorno, da venti o trenta minuti l’una, il che non sta giovando alla mia pelle.

La casa è pulita. Ormai è sempre pulita, ogni giorno e ad ogni ora. Una malattia. Non c’è altra spiegazione. I miei seni nasali stanno marcendo e quell’otorino del cazzo è l’ennesimo scarto rimbambito della sanità pubblica. O forse è una questione cerebrale, il mio cervello non riesce più ad interpretare gli odori, come quei vecchi televisori a cui s’incasinava la sintonia del colore. Così dev’essere successo allo spettro olfattivo del mio cervello, come una vista a colori invertiti. Il cioccolato mi puzza di carogna. Il latte non ha odore. La roba in scatola odora di zolfo, come scoreggia di morto accesa per scherzo da un bambino con un accendino.

Respirerò solo con la bocca per un po’, strizzandomi il naso in una di quelle mollette che si usano in piscina. Ho paura ad andare da uno psichiatra. Ho paura di cosa mi direbbe.

 

La molletta per il naso ha funzionato solo i primi due giorni. Gusto e olfatto sono collegati, e a respirare con la bocca comincio a sentire la puzza, assaporarla. Con la nausea non riesco quasi più a mangiare nulla. Il cibo che mangio sembra decomposto. Non importa quanto bello o fresco sia. Ho ordinato gli ultimi due passi a casa. Ieri pizza a pranzo e a cena. Oggi cinese e sushi. Mando giù litri su litri di acqua. Le bibite hanno lo stesso odore e sapore immondo di tutto il resto. Solo l’acqua sembra sciacquare dal palato e la lingua sapori e odori. Continuo a tenere la molletta sul naso. Stanotte non ho dormito. L’aria appestata rosicchia dal mio cervello ogni spiraglio di riposo. Sono sfinito. Sono sfinito e i vicini rompono di coglioni. Suonano al citofono. Non ho voglia di rispondere. E allora urlano, dal marciapiede alle finestre di casa che continuo a tenere aperte. Anche con la pioggia.

Quando la pioggia passa e un po’ di sole si affaccia in queste giornate sempre più grigie – sento strillare la vicina della casa all’angolo. Quella che ha un intero canile stipato nel cortiletto e porta il branco a cacare per i marciapiedi come se il comune le avesse chiesto una mano di vernice marrone da tenere fresca tutti i giorni. Si lamenta per dove ho parcheggiato la macchina. Non la sposto da giorni. È troppo vicina al suo cancello, così sembra strillare. Non ho voglia di uscire di casa. Non vado a lavoro. Sono in malattia.

Quando il medico del lavoro verrà a trovarmi scriverà sulla sua cartelletta il quarto atto del “Malato Immaginario”.

La mia malattia è l’overdose dei sensi. Come quando stavo a casa dei miei, quell’estate in cui il cane dei vicini abbaiava ininterrottamente sotto la mia finestra. Abbaiava per ore. Non solo non mi faceva dormire. I miei nervi erano a pezzi, i pochi minuti di silenzio, l’attesa tra un abbaio e l’altro era quasi peggiore degli stessi latrati.

L’overdose di un singolo senso è possibile. Succede quando una concentrazione sensoriale spazza via tutto il resto. Come l’insonnia per un cane che abbaia otto ore al giorno, o quella per l’allergia al tessuto delle lenzuola in cui dormi, quando la pelle ti si arroventa e il tatto diventa insopportabile, il tatto dell’intera estensione d’epidermide del tuo corpo. Ho già sperimentato queste sensazioni, ora sembra il turno dell’olfatto e, da quando ho cercato di negarmi il senso, anche del gusto. Nessuna overdose era mai stata così intensa e duratura.

 

Quando la vicina torna alla carica e strilla che non può aprire le finestre per la puzza che viene da casa mia, sono quasi felice. Mi affaccio e la saluto gioviale mentre quella mi manda affanculo. Grazie, vaffanculo anche a te. Almeno non lo sto immaginando. Poi mi chiedo come faccia a sentire altri odori, circondata dai suoi cani scagazzanti. Le stanno intorno in cerchio e quattro su sette stanno sganciando il carico. Uno sì e uno no, come fossero addestrati a farlo così.

Mi lascio prendere dalla speranza. La puzza era vera, lo è sempre stata. La sentono tutti. La vicina è ancora lì che sbraita. Dice che è puzza di morto. Che ho ammazzato qualcuno. Uno dei suoi cani che è sparito, dice. L’avessi fatto non mi sarei fermato a uno. Né ai soli cani. Non l’avrei lasciata vivere senza i suoi adorati spara merda.

Spiacente di deluderla. Non ho ucciso nessuno. Non ho una ex fidanzata o ex moglie uccisa e nascosta nell’armadio. A meno di tirare nuovamente in ballo la questione pazzia, in tal caso mi dovrei armare di martello e scalpello per frugare dentro i muri e sotto il pavimento, perché se qui c’è un cadavere non è a vista.

Levo la molletta dal naso. La puzza è insopportabile. Vorrei dare di stomaco ma non riesco. M’infilo sotto la doccia. Devo andare dal medico. Ho rimandato troppo a lungo. Ho il ventre gonfio, a macchie bianche e blu. La pelle degli avambracci è grigia, emaciata, punteggiata di bitorzoli. La spugna si porta via abbondanti strati di pelle. L’orribile grigiore svanisce, rianimato da un livore troppo intenso per darmi sollievo.

Ma è chiaro. Lo era già da un pezzo. Sono io. E’ mia la puzza. Lo specchio mi rimanda occhi e zigomi scavati. Sono sulla via della decomposizione. Eppure respiro, vedo, sento rumori e miasmi.

Morto dunque. Senza accorgermene. Non ho visto tunnel né angeli. Non credo a queste stronzate ma per un attimo immagino un branco di angeli appollaiati sul tetto della palazzina accanto, che cianciano in attesa del trapasso della vecchia cinofila. Un angioletto di primo pelo, sentendo la mia puzza chiederebbe agli altri perché non venire a prendere me, che sono già bello che marcito, invece di aspettare la vecchia. Quello più navigato gli risponderebbe: “perché non ci crede, perciò resta qui a marcire”.

Non ci credo, ma nel dubbio sparo un dito medio dalla finestra. Angeli del cazzo. Poi sento di nuovo le urla della vecchia oltraggiata dal gestaccio. Non farti venire un infarto strega. Scendo giù e sposto la macchina dal vialetto proprio come volevi tu. Porto la mia puzza lontano da qui, proprio come volevi tu. Ma solo per un po’. Il tempo di chiedere al mio medico perché cazzo sto ancora in piedi.

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