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Stai leggendo: "Il bambino buio - Nerezza 4" di Quinto Moro

6. Lontano lontano
 

Mary fermò la macchina quand’era ormai giorno. Aveva guidato senza direzione, consumando pensieri e gasolio, in silenzio, ascoltando il motore e il ronfare del bambino addormentato sul sedile. Vuotò una tanica di gasolio per fare il pieno e continuò a guidare fino a sera, quando vuotò pure la seconda. Anche volendo, non sarebbe riuscita a tornare a casa entro lunedì mattina.

Comprò snack e bibite a un distributore automatico. Non aveva molti soldi in tasca ma bastarono per un motel lungo la strada. Il bimbo era stanco e sonnecchiante e Mary fu costretta a prenderlo in braccio. La nerezza colava copiosa come mai prima d’ora, lasciò una lunga scia sino al letto. Anche Mary cadde addormentata ed esausta.

L’indomani mattina Mary aprì gli occhi sulla tendina di plastica ingiallita che oscurava la finestra, indolenzita e frastornata. Si girò sul fianco per cercare il bimbo e scattò in piedi, indietreggiando spalle al muro. Il bimbo se ne stava sul letto, fuori dalle coperte completamente impregnate di nerezza che dipingeva una pozza scura. Mary distinse i contorni pallidi e rosati sul volto e le braccia del bimbo. Si avvicinò cauta, esplorando i rivoli di vischio sulla moquette, immobili come inchiostro esploso dalla sacca di una seppia arenata sulla spiaggia, dall’odore e viscosità simili. Il corpo del bimbo era diventato visibile, chiaro e traslucido, con la pelle cerulea e sporca di scie nerastre. Mary gli si avvicinò come lo stesse guardando per la prima volta.

Il bimbo si mosse, rotolandosi su se stesso per poi mettersi a sedere con uno sbadiglio. Anche lui ci mise un po’ a rendersi conto che nelle sue mani e braccia c’era qualcosa di diverso: la nerezza s’era diradata rivelando la pelle glabra e diafana.

“Cosa mi è successo?”

Il bimbo incontrò lo sguardo corrucciato di Mary ma non attese risposta, saltò in piedi girando su se stesso, come se ruotando e torcendosi potesse esaminare pure la schiena. Era ancora appiccicoso, sul corpo aveva chiazze simili alla schiuma del caffellatte rinsecchita in una scodella vuota. Scese dal letto nell’inzuppo di nerezza e moquette, cadde all’indietro, gambe all’aria, ma la smania era tanta che non sentì alcun dolore. Prese a gattonare, annaspando nel viscido fino a riguadagnare i continenti asciutti tra le macchie scure della moquette, e continuò così fino alla stanzetta da bagno dove scalò il lavandino, incurante delle schienate che dava ogni volta che la pelle unta gl’impediva una presa salda. Alla fine riuscì ad accoccolarsi sul lavandino e fissare per la prima volta la sua faccia, i grandi occhi sgranati, bianchi intorno e neri al centro. Il naso era piccolo. La bocca fissa in una “o” di muto stupore. La testa era rimasta nera, ma capì che si trattava di capelli, tutti appiccicati alla testa. Ne distingueva le scie sulla fronte e gli zigomi, fin sulle spalle. Non erano mai stati tagliati, ed era naturale visto che nemmeno sapeva di averne.

Il bimbo riuscì a mettersi in piedi sul lavandino, girando la testa di lato ma senza perdere contatto col se stesso nello specchio. Esplorava la forma delle guance, delle orecchie, del collo sotto il mento, accertandosi che al tocco corrispondesse il riflesso nello specchio.

Quando Mary apparve alle sue spalle, il bimbo si voltò con un tale scatto da perdere l’equilibrio e caderle in braccio. Mary lo mise giù guardandolo con un misto di stupore, inquietudine e affetto. Gli fece un cenno col mento.

“Entra nella doccia”

Il bimbo si accorse solo allora d’essere completamente nudo. Rise di sé e rise ancora più forte mentre il getto d’acqua gli pizzicava la pelle col freddo, col caldo e il punteggiare delle gocce. Un’invasione di sensazioni aveva preso il posto di quell’unico vello d’ovatta viscosa. Sotto l’acqua le ultime scie nere scappavano dalla pelle per correre a rifugiarsi nell’oscurità loro amica, nello scolo della doccia e poi giù sino alle fogne.

Mary gli rovesciò sulla testa un campioncino di shampoo e mettendosi le mani sui capelli mimò il gesto di scompigliarli. Lui non capì, poi imitò il gesto e al crescere della schiuma gli si accese una nuova allegria, finché gli scappò un urlo.

“Devi chiudere gli occhi, la schiuma pizzica”

“Ah!” fece lui come giunto alla comprensione di un grande mistero “come nella pubblicità, giusto?”

Mary annuì.

“Devo andare in giro nudo adesso?”

“Ti comprerò dei vestiti”

“Ma non hai soldi per quello!”

“Farò un’eccezione”

“Poi devi andare a lavoro?”

“Oggi no. Ormai è tardi e siamo lontani da casa”

“Quando ci torniamo?”

Mary fissò il vuoto, in cerca di risposta a quella domanda.

 

Mary ordinò la colazione in camera, un lusso che non aveva potuto né voluto mai permettersi. Bevve solo un irish coffee e lasciò brioches e succo d’arancia al bimbo. Attraversò la strada e andò a telefonare. Non voleva farlo dal motel. Aveva bisogno d’aria fresca, di guardarsi intorno, fissare quelle macchine che andavano e venivano dal parcheggio e sulla strada, di tutti i colori e in direzioni diverse, come le idee affollate nella sua testa stanca.

C’era il rumore caratteristico di certe strade di passaggio, senza il perenne ingorgo né silenzi troppo lunghi. Vento e motori si davano il cambio a riempire le corsie e l’aria. Si vedevano colline e per lo più pianura. Niente alberi, né sole. C’era qualcosa di diversò, pensò, tra stare all’ombra senza sole e guadagnare l’ombra di un albero in una giornata assolata. Delle due cose, preferiva la seconda.

La cabina telefonica era fuori servizio. Stavano scomparendo ormai. Mary rimase comunque con la cornetta in mano, scrivendosi in testa ciò che avrebbe detto al telefono. Quando uscì dalla cabina vide le tendine della sua stanza muoversi. Il bambino la spiava. Aveva paura d’essere abbandonato? E lei, l’avrebbe mai fatto? Ci aveva pensato più di una volta, e non ci sarebbe stato momento migliore dopo quanto era successo quella notte. Il bimbo non conosceva nemmeno il proprio nome. Non gliene aveva mai dato uno. Aveva dato nomi tra i più fantasiosi ai cani e ai gatti della sua infanzia. A lui no. Mary si ritrovò piegata su se stessa a singhiozzare, soffocando le lacrime nel terrore di vederle tramutate in nero inchiostro. Quando riprese la calma e fu di nuovo nella camera del motel il bambino la guardava di sottecchi, avvolto nel lenzuolo – aveva appena scoperto il freddo. Mary frugò nella borsa e ne cacciò un’agendina vecchia di due anni.

“Vediamo che Santo è oggi. San Evaristo. Direi di no. Ieri? Crispino. Dio che nomi...”

Il bimbo la fissava con aria interrogativa. “Posso avere un nome?”

“Da oggi in poi si. E’ il tuo compleanno”

“Ho un compleanno?”

“Tutti ne hanno uno. Oggi è il tuo. Come vuoi chiamarti?”

“Posso scegliermelo io?”

“Perché no”

“Buio!” esclamò il bimbo.

“Ma Buio non è un nome”

“Adesso sì”

“Di sicuro non esiste San Buio. Ma sai che ti dico? Si fottano i santi e queste tradizioni cristiane, non ci hanno mai portato niente di buono. Potrei chiamarti Buio San, come i giapponesi”

“Mi piacciono i giapponesi!”

“Ma se non ne hai mai visto uno”

“Mi piacciono i loro cartoni animati”

“Facciamo una prova. Nasconditi in bagno. Adesso ti chiamo. Buio San?”

“Eccomi mamma!”

Mary si irrigidì. “Vieni qui Buio San”

Il bimbo obbedì. “Ti sei arrabbiata perché ti ho chiamata mamma?”

“Non fa niente. Adesso siediti. Devo vestirti in qualche modo”

Mary lo fece sedere sul letto e gli confezionò un vestito alla bell’e meglio, strappando con le dita e con i denti le federe dei cuscini. Il bimbo però tremava.

“Hai freddo? Ti servono delle scarpe, e qualcosa di pesante” nell’armadio trovò una coperta marrone, la infilzò con la sua limetta per le unghie e a fatica ricavò un buco. Fece infilare al bimbo la testa e lo fece girare su se stesso. “Adesso sembri proprio un pistolero”

Il bimbo era dubbioso. “Tex Willer non si veste così”

“Tex Willer non è l’unico pistolero del mondo. Il pistolero più bravo del mondo vestiva come te”

“Con pezzi di lenzuola?”

“No, con un poncho”

“Cos’è un poncho?”

“Una specie di coperta con un buco per la testa”

“Ah. Questo è un poncho”

“Ti manca solo il cappello e il sigaro”

“Posso iniziare a fumare?”

“Scordatelo. Non ho soldi da spendere in tabacco per te”

“Nonna fumava sai? Stava fumando quando l’ho vista. Faceva una puzza schifosa”

“Sì, è sempre stata una schifosa” Mary si pentì subito d’averlo detto. “Adesso ce ne andiamo”

“Andiamo a vedere com’è bruciata la casa di nonna?”

“No, è pericoloso”

“Il fuoco si sarà spento, o ci saranno ancora i pompieri?”

“Non dicevo per questo. Potrebbero sempre pensare che siamo stati noi”

“Non siamo stati noi. Sono stato io!” esclamò trionfante.

Mary s’irrigidì. L’aspetto del bimbo era cambiato, ma era la stessa creatura che gli aveva tolto il sonno e che ora aveva tolto la vita alla dannata suocera. Chissà come aveva fatto esplodere la casa, facendo in cinque minuti ciò che lei non aveva avuto il coraggio di fare in dieci anni. “Come ci sei riuscito?”

“Segreto professionale” fece lui dandosi un tono serio “ma non sono più sicuro di riuscirci” soggiunse guardandosi le mani.

“A fare cosa?”

“Non te lo dico” il bimbo scosse la testa energicamente. Pensava all’arrampicata sul muro, che forse non sarebbe più riuscito a fare senza l’appiccicume della sua la nerezza. Ci teneva a conservare il segreto, perciò cambiò discorso. “Se oggi è il mio compleanno non mi spetta un regalo?”

Mary lo guardò di sottecchi. Sì, quello era lo stesso bambino, eppure non lo era. “Vedremo. C’è qualcosa che vorresti?”

Il bimbo ci pensò a lungo. Non aveva mai chiesto niente.

“Posso avere un animale?”

“Neanche per sogno”

“Perché?”

“Gli animali sono impegnativi, ci vuole una casa per tenerli e noi non ne abbiamo una”

Mary realizzò in quel momento che non avevano un posto dove andare. E che aveva deciso di non tornare al vecchio appartamento. Fece salire il bimbo in macchina e andò alla reception a pagare. Mary aprì il portafogli e vide la commessa riporre i suoi documenti sul banco. Il telefono squillò e quella si lasciò distrarre quanto bastava perché Mary afferrasse i documenti e fuggisse lasciando la stecca. [SPIEGARE: lasciare la stecca, non pagare]

Mentre si allontanavano a tutta velocità dal motel, il bimbo era silenzioso. Mary si sentiva giudicava, come lui sapesse che si trattava di una fuga senza pagare. Le dispiaceva, ma ogni paranoia svanì quando capì che lui aveva in mente tutt’altro.

“E se fosse un animale piccolo che non vuole spazio? Tipo un ragno”

“Un ragno?”

“Sì, un ragno. Radioattivo però.”

 

***

Mary non sarebbe tornata a casa. Avrebbe cambiato lavoro. Chiamò una ex collega perché si occupasse di spedirle le poche cose che voleva salvare dal suo appartamento, e le fece vendere il resto – mobili, cianfrusaglie ed elettrodomestici – a un mercatino dell’usato. Non era tutta roba sua, certo non il mobilio, gli infissi, i lampadari e buona parte dell’impianto elettrico strappato dalle pareti. Ma poiché il padrone di casa prendeva l’affitto in nero, era difficile che andasse a denunciarla. Senza contare che era un vero stronzo e si meritava il peggio, e vigliacco com’era non avrebbe rischiato di infastidire quelli del mercatino – che per metà erano ricettatori – né la stessa Mary dopo che la casa della di lei suocera era saltata per aria.

In capo a una settimana, Mary aveva in tasca più contanti di quanti ne avesse mai visti. Era comunque poca roba, ma la sua collega era stata onesta. Rimpianse di non averci mai fatto amicizia sino in fondo, era una tipa precisa e disinteressata. Forse l’avrebbe richiamata per offrirle un caffè, ma tagliare tutti i ponti era la cosa migliore per sé e per Buio San. Gli sbirri erano venuti a cercarla a lavoro pochi giorni dopo la morte della suocera, ufficialmente deceduta in un incidente domestico. Dalle cronache regionali non sembravano esserci sospetti su di lei né su chiunque altro. Se della casa era rimasto ben poco, della suocera ancora meno. Rise amaramente per le stronzate che avrebbe detto il prete al funerale. Per un istante pensò pure di andarci, ma portarsi dietro Buio San – esaltato che la sua impresa fosse finita in tv e sui giornali, e curioso da matti all’idea di un funerale – non era certo una buona idea.

Nella settimana seguita al “grande botto” come lo chiamava il bimbo, Mary si era abituata all’idea di far da madre a Buio San più che nei precedenti otto anni. La stupì come la privazione della nerezza avesse restituito al bimbo la paura del buio, benché restasse affascinato da tutto ciò che era mostruoso e orrido, inclusa l’ossessione per la scuola. Mary doveva pensarci su, benché l’anno scolastico fosse già iniziato. S’era infatti a novembre, ancora in tempo per buttarlo nella mischia di una classe elementare.

Mary avrebbe deciso quella come mille altre cose che l’assillavano. Dal canto suo Buio San era ben felice di vedere il mondo pure di giorno – cosa cui non era abituato – stando appresso alla sua mamma, attardandosi ad appiccicare faccia e mani ad ogni vetrina a tema Halloween.

Mary gli prese un’abatjour a forma di ragno che s’illuminava di verde. Buio San prese l’abitudine di addormentarsi con una mano sul comodino, nella speranza d’essere morso e riconquistare qualche superpotere.
 

Fine(?)

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