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Stai leggendo: "Il bambino buio - Nerezza 4" di Quinto Moro

5. A casa di nonna
 

Il bimbo fece il giro della palazzina per due volte.

“Hai visto qualche finestra aperta?” chiese Mary.

Il bimbo scosse la testa.

“Luci accese?”

“No, nessuna”

“Giura”

Il bimbo incrociò davanti alla bocca i suoi tentatoli impregnati di catrame e notte. Il segno del giurin giurello. “Tutto buio. Tutto zitto.”

Mary aprì il cofano e tirò fuori le due lattine di gasolio che si tirava dietro da mesi. Le aveva riempite pensando a quel preciso momento. Aveva preferito il gasolio alla benzina per la diversa infiammabilità dei vapori. Cercare di dar fuoco a qualcosa con la benzina era il modo più rapido per finire trasformati in una fiaccola olimpica ambulante.

Mary aveva comprato quelle lattine di ritorno dalla denuncia di scomparsa di suo marito, il padre dell’obbrobrietto nero che l’accompagnava. Le aveva riempite senza confessare a se stessa il perché. C’era voluta la curiosità del bimbo a quella puzza, in una delle loro prime incursioni notturne, a svelarne l’utilità.

“Per bruciare casa di tua nonna” aveva risposto Mary.

“E quando ci andiamo?”

Lui non s’era minimamente scomposto, né l’aveva assillata di domande. Era solo curioso e impaziente, come se anche lui sapesse che era l’unica cosa da fare. Ora stavano lì, pronti a farlo sul serio.

“Sembra impossibile” disse Mary tra sé, ripetendoselo in mente più e più volte. Non sembrava possibile essere arrivati a quel punto. Poi pensò che non sembrava possibile farlo. La villetta era di cemento e mattoni, non avrebbe preso fuoco come le case nei film americani, fatte di legno. Se il fuoco non s’appiccava dall’interno, quella casa non si poteva bruciare per bene. Era stata ingenua. Ci voleva mestiere, come in tutte le cose. Tutti i piani e le fantasie di Mary negli anni e nei mesi passati, nelle notti tarde e i doposbornia mattutini si fecero stupidi. Il piano andava cambiato. Anzi, non c’era mai stato alcun piano, solo una fantasia tenuta nell’anfratto più nero del suo cuore tachicardico, nei vasetti di bile ammonticchiati tra le viscere a darle crampi che riusciva a spurgare solo rivedendo ogni pasto rimesso anzitempo alla tazza del cesso. Presto o tardi, i succhi gastrici avrebbero finito per ustionarle del tutto l’esofago. Presto o tardi, il suo fisico avrebbe ceduto alla mala dieta, all’eccesso di antidepressivi e alcool. Era probabile che la vecchia le sarebbe sopravvissuta, e benché il desiderio di infliggerle dolore fosse l’unico modo con cui attenuare il suo, non vedeva altra soluzione che ricaricare le taniche di gasolio, tornare a casa e deludere se stessa e il bimbo. A meno di farsi venire un’idea decente per bruciare quello schifo di casa con lo schifo di gente che ci abitava.

Il bimbo se ne stava lì, speranzoso di assistere allo spettacolo. Aspettava il via libera di Mary per il grande falò. Non era sicuro di come dovesse svolgersi il tutto, a lui sarebbe piaciuto riempire tanti palloncini di carburante e lanciarli su tutta la facciata.

“Non possiamo bruciare nulla” disse Mary.

“Come no?”

A Mary parve di distinguere l’espressione attonita, delusa e diffidente del bimbo. Non l’avrebbe convinto con spiegazioni razionali.

“Ricordi cosa ti ho detto di lei?”

“Che è una fottuta strega miserabile”

“Linguaggio!”

“Ma hai detto così”

“Ho detto così perché è così. Ma non devi ripeterlo”

“Ma mi hai chiesto tu…”

“Stà zitto un minuto. È una strega, sì, e ha trasformato la sua casa in cemento e mattoni che non bruceranno”

“E dove abitiamo non è di cemento e mattoni?”

“Sì”

“Ma la nostra cucina ha gli sportelli di legno, e le porte di legno, le lenzuola, i tappeti, le sedie. Quelli non possono essere fatti di cemento, giusto? Allora dentro si può bruciare”

Mary fece una smorfia a metà tra il sì e il non so. “La porta è chiusa, non possiamo entrare. E le finestre sono tutte aperte”

“Ci hai ripensato!” l’accusò il bimbo “ti stavi arrabbiando con me, ma sei tu che non vuoi farlo. Hai paura vero? Sei una vigliacca”

Mary scattò senza rendersene conto. Si ritrovò la mano grondante di nerezza e il braccio coperto di schizzi. Gli aveva mollato una sberla, o qualcosa che sarebbe stata una sberla per un bimbo normale. Nel suo caso era stato come attraversare un ectoplasma. Lui non si era scomposto, sembrava solo furente. La nerezza gli si agitava sul corpo come in un milione di vibrisse.

“Senti, non si può fare. Bisognerebbe entrare in casa, e non possiamo. Io non potrei entrare, perché mi riconoscerebbe, e le taniche sono troppo pesanti per te. Non si può fare.”

Le scuse erano una più penosa dell’altra.

“Dopo tutta la strada che abbiamo fatto”

“Non importa”

“Cosa vuol dire non importa? Abbiamo fatto un patto. Vuoi che cerco un’altra canzone alla radio?”

“Voglio che torni al tuo posto e smetti di assillarmi”

Mary rimise le lattine di gasolio nel bagagliaio. Frugò nel vano della ruota di scorta e scolò le ultime gocce della bottiglia che ci aveva nascosto.

“Ecco dove li nascondevi!”

Il bimbo pendeva come un blob catramoso dallo sportello del portabagagli. Aveva visto i fumetti. Mary li afferrò e glieli porse.

“Prendili. Torniamo a casa”

Il bimbo li afferrò famelico, saltando giù per assicurarsi che non ne fossero rimasti altri nel bagagliaio. Si dimenticò di quel ch’erano venuti a fare per circa un minuto. Mentre Mary si rimetteva al volante, lui sfogliava avidamente. Mary non immaginava che lui stesse cercando la soluzione in quelle pagine. Era una così bella casa da bruciare: un loggiatino con la tettoia spiovente, i terrazzini al piano di sopra, le finestre a volta, e un comignolo a campanile che sembrava illuminato dal cielo, come se una stella cometa vi si fosse posata sopra.

“Si può fare!” strillò il bimbo schizzando fuori dall’auto “aspettami qui, con il motore acceso come i rapinatori. Ho capito come entrare, faccio in frettissima e poi scappiamo di corsa!”

Mary cercò di trattenerlo ma il bimbo era già schizzato fuori dall’auto. “Cosa vuoi fare?”

“Tranquilla mamy, l’ho visto in un film!”

Mary fu sul punto di rincorrerlo ma non l’avrebbe mai acchiappato, la notte l’aveva inghiottito. Mentre il torpore dell’alcol invadeva le membra s’ingannava col pensiero che il bastardello non sarebbe più tornato, scomparso per sempre, svanito nella notte. Pensò d’averlo solo immaginato, insieme con tutti i tormenti degli ultimi anni. Aveva sonno. Mary si appiattì sul sedile, sbadigliò, ma non riuscì a chiudere gli occhi. Abbassò il finestrino del passeggerò e guardò la sagoma della casa. Mary voleva dormire, ma accese il motore, come le aveva detto quel viscido spettro.

 

Il bimbo aveva raggiunto il muro della casa. Tastò la parete presso il loggiato d’ingresso e pigiò ben bene i palmi sul muro. Il vischio che lo rivestiva era abbastanza colloso da reggere il peso del suo piccolo corpo. Aveva già fatto esperimenti per casa e Mary s’era infuriata per le pareti impiastricciata sino al soffitto. Mary non capiva come ci riuscisse e lui era troppo eccitato da quel superpotere per rivelarlo.

Il bimbo premette il torace contro il muro e allungò le braccia. Sentì la parete aderire e con un saltello si spinse un po’ più in su. La parte difficile era staccarsi da terra, saldare bene le ginocchia e i malleoli. Doveva coordinare braccia e gambe, aderire al muro come una lucertola. Non poteva fermarsi per non scivolare indietro. Stava andando bene. Aveva già raggiunto il terrazzino. Le persiane al primo piano erano chiuse. Doveva salire ancora. La parte difficile fu il cornicione, ma sentiva la nerezza spandersi da lui come un milione di pedicelli che lo tenevano aderente alla parete. Raggiunse il tetto in pochi minuti. In piedi sul cornicione si prese un momento per alzare le braccia in segno di trionfo, sperando che Mary potesse vederlo e sentirsi orgogliosa di lui.

 

Mary non vedeva nulla. Nemmeno voleva vedere. Dunque non vide il bimbo arrampicarsi sul comignolo, né il comignolo sparire nella notte.

 

All’interno, la canna fumaria era sporca la fuliggine indeboliva le qualità collose della nerezza ma, con presenza di spirito, il bimbo fece forza con braccia e gambe per scivolare pian piano vero il basso. Allo slargo della canna fumaria lasciò la presa e atterrò con una capriola. Era così sudato che la sua nerezza si stava spargendo per tutto il pavimento. Tese l’orecchio ad ascoltare se la nonna si fosse svegliata. Silenzio.

Il bimbo si alzò cercando di scremare gli strati di fuliggine appiccicati alla sua nerezza, poi si concentrò sul piano d’azione. Aprì il forno, infilò la testa dentro, fece un gran marasma levando griglie e pannelli, qualunque cosa di amovibile, senza preoccuparsi del baccano. Trovò il tubo del gas sotto il pannello più basso del forno. Rovistò tra i cassetti in cerca di un coltello e fece due taglietti sul tubo, poi rimase ad ascoltare il gas fuoriuscire, sniffando l’odore da mal di testa. Continuò a rovistare qua e là, trovò una bomboletta di insetticida e la ficcò nel microonde programmato a potenza massima. Bastava spingere il bottone e correre fuori. Cercò l’uscita. Il mazzo di chiavi era infilato nella toppa. Ruotò lentamente la chiave una, due, tre volte. La porta era aperta. Bastava accendere il forno e scappare, ma non poteva correre via lasciandosi dietro la porta aperta. La nonna avrebbe potuto salvarsi. Fece un mezzo giro di chiave. Non aveva mai visto sua nonna in faccia. Era curioso. Esplorò il piano inferiore con passo felpato poi salì al secondo, dove c’erano tre porte. Una era aperta, quella del gabinetto. In un’altra si scorgeva un letto vuoto. La terza, l’ultima, era chiusa.

La casa era immersa nel buio ma il bimbo riusciva a distinguere tutti i dettagli. L’oscurità gli era amica ed ai suoi occhi la notte tracciava dettagli e contorni come un disegno in acquaforte. Posò l’orecchio contro la porta chiusa e sentì un brontolio irregolare, come quello di un gatto che fa le fusa. Aprì e il suono si fece subito più roco, graffiato, sinistro. La stanza era grande ma l’invadenza dei mobili la rimpiccioliva. C’era un enorme armadio intarsiato e bizzarre cassettiere e scaffali coperti di ninnoli: erano fatti di vetro e porcellana, riflettevano anche il minimo riflesso di luce e sembrava un piccolo esercito di folletti incacchiati pronti a saltare alla gola di qualunque intruso.

Il bimbo avanzò lentamente, fissando le statuette come aspettandosi di vederle confabulare e aggredirlo. C’erano orsi, elefanti, topi e cani. Bestie di vetro e cristallo. Madonnine cristiane e donnine nude con rubini per capezzoli ed occhi di smeraldo. Sembravano sporgersi sul bordo degli scaffali per sbirciare, come intuissero la sua presenza. Il bimbo pigiò forte le braccia sulla fronte, a tappare gli occhi in un turbinio di nerezza. Non si sarebbe lasciato distrarre. Se la nonna era una strega quelli dovevano essere i suoi schiavi, simulacri intrappolati da sigilli incantati, demoni miniaturizzati a sua guardia e protezione. Ma non potevano vederlo. E se potevano, aveva abbastanza nerezza per incatenarli tutti sotto ettolitri di oscurità.

Il letto a baldacchino riempiva la quasi totalità della stanza, solo uno stretto spazio per muoversi intorno. Una sagoma bitorzoluta e irregolare riempiva il letto, come se qualcuno avesse gettato sul materasso mucchi su mucchi di vestiti e cianfrusaglie. Il bimbo si fermò ad osservare quella che sembrava una schiena. Cercò di pulirsi gli occhi dall’oscurità per distinguere i colori. Indietreggiò chiudendosi la bocca col palmo della mano destra, la sinistra tesa come una spada per difendersi. Orrore! La nonna era un ammasso di bubboni, il torace rigonfio di bolle incastonate nella pelle del collo, come perle traslucide che brillavano di luce propria. Il gozzo era una bolla gorgogliante frasi smozzicate che si spargevano in una flatulenza cinerea, di tabacco e polmoni marci. Parlottava e ruttava nel sonno. Vene varicose pulsanti s’ingrossavano lungo il mento e fino alla bocca tumefatta. I denti storti sembravano cicche infilzate sulle gengive violacee.

Sul comodino, un’acquasantiera con l’effigie di Santa Rita da Cascia traboccava di mozziconi di sigarette, gomme da masticare e cannoli siciliani mordicchiati e muffiti. L’immagine di Santa Rita lo intimidì per un momento, gettandogli nel cuore il sospetto di qualche incantesimo di protezione che avrebbe rinsaldato il tubo del gas o impedito al forno a microonde di esplodere. Fece per correr via ma un gorgoglio più profondo degli altri ed uno scuotersi del letto lo pietrificò.

Il volto della vecchia era posticcio e plastico dalla fronte agli zigomi, come la maschera del Fantasma dell’Opera. Il bimbo sentì la sua nerezza farsi di ghiaccio e poi sciogliersi, come avesse perso il controllo della vescica. La bocca della nonna si apriva e chiudeva, assaporando l’aria nel sogno di masticare qualcosa. Le sopracciglia erano inesistenti, disegnate in semicerchi dalle cui estremità partivano sfregi, solchi d’aratro cicatrizzati da cremose scie al puzzo di aloe vera. Dal frastaglio ai lati del viso una vertigine di capelli univa ai ricci vaporosi propaggini lamellari, fungine, e bargigli muschiati. Sul collo aveva tatuati volti famosi di banconote fuori corso, screziati in scie d’oro ed escrescenze di brillanti e moschettoni cui s’appendevano a due a due catenelle d’oro e d’argento.

L’amalgama sintetica e carnosa del viso si aprì emanando un puzzo di carne frollata e tabacco, mentre dal gargarozzo riverberavano suoni via via più nitidi che uscivano dalle labbra a canotto. Era sveglia, e si muoveva verso di lui!

Il volto della vecchia si attorcigliò. Gli occhi spalancati bianchi, gialli e neri, illuminarono la stanza. Il bimbo si ritrovò a gattonare all’indietro, strascicando schiena e chiappe sul tappeto di poliestere, i cui riccioli sembravano spine che gli infilzavano mani e piedi per immobilizzarlo. La bocca della nonna si spalancò in uno sbadiglio arricchito da fili di bava e larve di mosca sboccianti, ed ecco lo sciame cercatore librarsi per la stanza in cerca d’intrusi! Le mosche volavano a cavallo dei ninnoli di porcellana sugli scaffali a muro, istigandoli alla carica. Il bimbo li vide tintinnare e rovesciarsi gli uni addosso agli altri, sul comò, sul pavimento, e sulle spalle della vecchia.

La nonna era peggio di come Mary gliel’aveva descritta, col viso deformato dalle bugie e le carni impastate di bigiotteria. Il materasso espelleva le bizzarre forme del corpo bovino che s’ingigantiva. La nerezza proruppe dal corpo del bimbo terrorizzato, come viscere sparse da un’esplosione di terrore tra pareti e mobili. Il bimbo sentì i fili invisibili animarsi e comandarlo a fare ciò che le gambe non riuscivano: scappare.

Un latrato da iena ridens riempì la stanza mentre la nonna si ergeva squarciando l’oscurità coi riflessi taglienti del gioiellame che le pendeva dal collo e dalle braccia. Il tintinnio aveva un che di natalizio, ritmato, come di cimbali squassati su di una pozza d’acqua. Il suono spargeva un cattivo odore, mentre le forme e gli intarsi dei gioielli si accendevano allo schiocco di un accendino e poi al brillio sulla capocchia di una sigaretta. La stanza si riempì di fumo che tolse al bimbo ogni respiro. Lui corse giù per le scale, stordito. Andò a sbattere sulla porta d’ingresso, annaspando sul mazzo di chiavi. La serratura era incappata. In cima alle scale, il lumicino della sigaretta pulsava con la forza di faro tra gli scogli, rischiarando d’arancio la carta da parati. La risata di iena si arricchiva di sommessi muggiti e strilli da scrofa sgozzata. I suoni cadevano come sassi di ghiaccio che s’infrangevano al rintocco dei suoi talloni giù per le scale, appestando l’aria. Il bimbo fuggì nella cucina invasa dal gas, che al confronto col puzzo spanto dalla nonna era un odore dolce e piacevole. Ormai era in trappola. La nonna si avvicinava con la sigaretta accesa. Sarebbero saltati per aria insieme.

E invece no. La nonna fece sparire la sigaretta al primo sentore di gas – sembrava l’avesse inghiottita in un boccone – e subito aprì la finestra mentre imprecava e malediceva, o così sembrava da quei suoi grugniti. Mentre gli volgeva le spalle, il bimbo allungò la mano sul display del microonde che iniziò a sfrigolare, prese la rincorsa e rimbalzando sul divano volò fuori dalla finestra. Ruzzolò sugli sterpi del cortile, il tonfo attutito dai pedicelli di vischio che subito guizzarono per rimetterlo in piedi. Corse a perdifiato verso l’auto di Mary, tuffandosi dentro dal finestrino aperto e strillando: “parti mamma! Parti!”

La notte si tramutò in un’alba rossa. L’auto partì con uno stridio di pneumatici soffocato dall’esplosione.

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