Stai leggendo: "Nerezza" di Quinto Moro
1.
Antico, no. Vetusto, quasi. Fuori tempo massimo, ecco. Così era un regalo simile. Nell’era che aveva reso vetuste le macchine da scrivere, così appariva un calamaio. Fuori tempo massimo. Nel giro di tre lustri il costo delle penne a sfera era quintuplicato. Le stampanti facevano il grosso del lavoro, tenuto in vita solo dalle smanie dei burocrati che più lentamente si affrancavano dai supporti cartacei. Il servizio postale era crollato. Digitale, telematico, virtuale. Messaggerie elettroniche, social network. I pixel avevano rimpiazzato l’inchiostro, e i pixel non andavano ricaricati. Non si consumavano. E non macchiavano i fogli o le dita. I pixel erano un fiume infinito e illimitato, la bulimia del flusso di coscienza egoriferito, la semplicità suprema, il facile e veloce senza sforzo né coordinazione occhio-mano-mente richiesto da una calligrafia, sbiadita manifestazione di coscienza. E perciò, regalare un calamaio non pareva più che un mero pensiero consumistico mascherato d’un finto romanticismo per il passato. Romanticismo che Robert poteva anche scoprirsi a provare di tanto in tanto, con la sua libreria di prime edizioni in copertina cartonata, dischi in vinile dalle copertine consumate e un cassetto pieno di matite e penne, per lo più consumate, tracce di un passato che regrediva allo stato di paccottiglia.
Da ragazzino aveva collezionato penne a sfera, ma il calamaio era stato un regalo di compleanno, o natalizio. Non ricordava chi gliel’avesse regalato, cercò di fare mente locale senza convinzione. Erano le undici di sera e Robert giaceva nell’abbraccio caldo e sfiancante del vino, nel torpore che prometteva di accompagnarlo al sonno e tradiva ogni minuto il tuffo nell’oblio, torturandolo con pensieri inutili, rivelazioni falsamente sagaci sullo stato dell’esistenza miste a ricordi, scazzo e risentimento. Verso sé stesso, verso tutto e tutti. Stappare una bottiglia per diluire i ricordi freschi della giornata era diventata un’abitudine al rientro dal lavoro, sempre più snervante, sempre più infettato dalla negatività dei colleghi e lamenti dei superiori, dai loro malumori e caratteracci e squallori. Più di tutto, il vino serviva ad accendere l’indulgenza verso sé stesso, a prendere le distanze non più tanto da loro, quanto dalla similitudine di chiacchiere e vedute che sempre più si trovava a condividere con crescente nausea.
Il Robert bambino voleva fare l’inventore, ma il Robert ragazzo né l’adulto avevano mai inventato niente. Quando varcava la soglia di casa avrebbe voluto tornare indietro a studiare neuroscienze applicate, inventare una rete da stendere sulla porta come una zanzariera laser, in grado di tener fuori dalla soglia tutte la stanchezza e le parole futili. Una schermatura spirituale, un filtro anti stronzate. Ma per un’idea del genere avrebbe dovuto concepire quello stato d’irritazione e vecchiezza inflitto dagli anni. Nell’arroganza della giovinezza non si sarebbe mai immaginato così afflitto e fiacco, e cos’era stato crescere se non un lento processo di uscita dalla pasta delle mutevoli e infinite probabilità, dalle forme di un futuro lievitante modellabile in ogni forma, e che con la cottura del tempo s’era solo indurito come tutti gli altri, spingendolo fuori dal caldo abbraccio dell’amalgama dei sogni, come un soldatino di legno spinto in su nella cottura del pane, rimasto infine incastrato in cima alla crosta in una posa scomoda, lo sposino in cima ad una torta nuziale privato di consorte e dolci condimenti. Cos’erano stati gli anni passati se non uno strutturarsi dei vuoti, bolle d’aria piccole e grandi. Un pezzo di pane vecchio destinato solo a nutrire le muffe.
Robert rise di sé. Avrei dovuto fare il panettiere, pensò. Vuotò il secondo bicchiere di vino fissando il cassetto da cui il calamaio era spuntato tra cartacce, portafogli consumati – ne aveva una collezione – e guanti invernali – altra collezione. E poi un mazzo di foto legate con l’elastico. Una scatola di profilattici scaduti – quant’era curioso che avessero una scadenza e quanto triste che i suoi lo fossero. Al calamaio s’accompagnava un astuccio di cuoio, con un set di punte da pennino di varie forme e grandezze, tutte immacolate, mai usate. L’aveva preso per ciò che era, un oggetto simpatico, più elegante della media degli scarsi regali che gli erano stati fatti nel corso degli anni, sempre meno interessanti da che s’era allontanato dall’infanzia. Fantasticò di affidare i sofismi alcolici a quell’inchiostro e all’unica carta che riuscì a trovare, una pagina a righe ingiallita dal tempo, strappata dal centro di un vecchio quaderno. Robert svitò il tappo dalla boccetta d’inchiostro e si trovò bloccato. Era mancino.
Che benedizione era stata l’arrivo delle stampanti per lui che s’era sempre trovato in crisi con le dozzinali penne a sfera da supermercato, nei passati decenni sbavati d’inchiostro. Aveva sempre detestato quella voglia nera sul fianco della mano, e i fogli con la grafia sporcata. L’inchiostro vivo di un calamaio, per la sua stupida mano sinistra, era ingestibile. Quale idiota poteva pensare fosse un buon regalo? Nessuno che lo conosceva tanto bene da notare che fosse mancino. O qualcuno che pensava l’avrebbe tenuto in bella mostra sulla scrivania senza mai usarlo. Rimase col pennino tra le dita a fissare la pagina vuota. I nauseabondi pensieri malinconici l’avrebbero solo spinto ad una nausea più forte, già sentiva sfumare la compiaciuta saggezza venuta dall’alcool in un più consono guazzetto di autocommiserazione, nero come l’inchiostro che lo guardava dal calamaio aperto. Robert vuotò il terzo bicchiere di vino, assaporando meglio, sulla lingua, sciacquandosi lentamente gengive e stranito dal retrogusto che gli saliva dalle narici, accompagnato da un fruscio, il rumore d’un lontanissimo ruscello, l’odore di bruciato: aveva dimenticato la cena era sul fuoco. Scattò in piedi, stropicciò gli occhi e nuotò con le braccia al vuoto per assestare l’equilibrio fiaccato dalla spremuta d’uva fermentata. In cucina l’accolse un puzzo di plastica e terra bruciata. Aveva posato il pentolino in malo modo, decentrato sul fornello. Il manico di plastica nera s’era squagliato e colato giù. Robert aprì d’istinto il coperchio lasciando sprigionare il puzzo di patate bruciate. Rovesciò tutto sul lavandino in una nuvola di vapore e fuliggine accompagnate da una bestemmia. L’odore di bruciato spazzò via i fumi dell’alcol, rischiarò la mente quel tanto che bastava per fargli ingurgitare un pezzo di pane e mezzo litro d’acqua nella speranza di diluire l’alcool nello stomaco.
Passò la mezzora successiva a scrostare la plastica dai fornelli e le patate dalla pentola, senza successo. Ingoiò una fetta di scamorza accompagnata ad un ultimo bicchiere di vino, spalancò la finestra del cucinino e tornò in soggiorno dove l’attendeva il calamaio in frantumi, l’aveva rovesciato scattando in piedi per il tardivo salvataggio della cena. L’inchiostro s’era spanto in una macchia sorprendentemente ampia, percorrendo gli interstizi tra le mattonelle che l’avevano assorbito trasformandosi in una cornice nera perfetta, una rete da pesca gigante sul pavimento beige. L’inchiostro era completamente asciutto, il che era strano, impossibile, ma Robert era troppo stanco ed esasperato per badarci. Si limitò a raccogliere i cocci più grossi del calamaio e li posò sul quaderno vuoto ancora aperto. La carta avrebbe fatto il resto. Sedette sulla poltrona e allungò la mano verso un libro che se ne stava là da mesi con un’orecchietta a due quarti della lunghezza, ma non ricordava praticamente niente dei capitoli precedenti. Si mise a leggere sperando che nomi e situazioni gli ricordassero qualcosa, ma niente.
Il picchiettio alla finestra era tipico delle prime piogge settembrine, i tocchi fini e leggeri di quelle goccioline che sporcano quasi senza bagnare, asciugandosi l’istante stesso in cui toccano il vetro. Le frasi sulla pagina si accavallavano e alla quarta rilettura dello stesso paragrafo senza capirci nulla, Robert rinunciò. Tornò in cucinino, chiuse la finestra rimasta inutilmente aperta, l’odore di bruciato danzava ancora come una palla di puzza invisibile. Rimase lì inebetito, a fissare la notte scura e senza stelle. Le gocce sul vetro coprivano i lumi della tangenziale poco sotto la collina di casa sua, e tagliavano il chiarore fluttuante sul paesello in una cupola d’arancio sfocato. Le gocce sui vetri erano nere, viscose come olio per motori. Robert schiuse di nuovo la finestra e tese la mano senza sentire pioggia. Annusò l’aria esterna, secca, senza tracce di quel buon odore di terra ed erba umide che sempre s’accompagnava alle piogge. Niente luna e niente stelle, eppure il cielo non sembrava coperto e chiuso ma terso e limpido, profondo e spazioso, vuoto, nero. La nerezza premeva sulle luci del paesello attenuandone la corazza pallida, infiltrandosi come crepe su una cupola, mandando radici d’ebano verso i lampioni strozzati uno ad uno. Robert osservò il fenomeno in un misto di curiosità e sgomento, il cerchio alla testa gli ricordò del vino, ne aveva bevuto troppo, o s’era forse addormentato col libro in mano e stava annegando nel dormiveglia. Il libro era sì nella sua mano, aperto e ciondolante, con la pagina macchiata dalle dita unte da quel vischio nero spruzzato sulla finestra. Robert si diede un pizzicotto e una sberla, sporcandosi la guancia. Maledisse la pioggia, la finestra, i fornelli, la puzza, il libro e la sua idiozia. Andò in bagno a lavarsi la faccia e gli ci volle una buona mezzora per ripulirla dalla nerezza. Era l’inchiostro rimasto sulle dita dai frammenti del calamaio, o dal passaggio della mano sulle piastrelle che aveva percepito come asciutte, sbagliando. Quanto aveva bevuto? Tornò in cucina, bevve mezzo litro d’acqua, mangiò altro pane, poi lavò i denti e maledisse lo spazzolino, dimentico delle noie e dolori dei suoi premolari ballerini. Certo non gli faceva bene sciacquarsi la bocca con l’acqua torbida che usciva dal rubinetto. Il dannato pozzo andava intubato con gli anelli di cemento, rimandava da anni, e di tanto in tanto qualche pezzo della parete scavata a nuda terra franava insozzando l’acqua. Si bagnò comunque la testa sotto la doccia, respirando per snebbiare la mente.
In cucina, la finestra era rimasta aperta e il paesello là fuori era scomparso. Il chiarore dei lampioni lungo la tangenziale si offuscava a vista d’occhio. Non tirava un filo di vento, e si chiese se l’odore di bruciato non fosse più soltanto nella sua cucina. Forse da qualche parte c’era un incendio e l’aria umida carica di fuliggini e ceneri stava inghiottendo la vallata. Chiuse la finestra e decise che era troppo stanco e brillo per ragionare. Voleva dormire, e caracollando verso il divano in soggiorno –era abituato a dormirci bene da che s’era separato dalla moglie – inciampò su una mattonella: s’era spostata, ceduta alla pressione del suo piede e messa di traverso, sporgendo come una pinna di squalo. La cornice nera d’inchiostro sembrava aver consumato i contorni. Robert si chinò per sistemarla ma la mattonella cadde giù, sotto il pavimento. Non c’era una cantina, né un’intercapedine, né casa sua aveva le fondamenta sopraelevate di certe case coloniche in stile nordamericano, con tre o quattro gradini sul patio e il pavimento a cinquanta centimetri dal suolo, tana di procioni, ratti e muffe. Casa sua era costruita sulla nuda terra d’una collina alluvionale. Che le frane del pozzo avessero camminato verso la casa? Gli era stato detto che il pozzo era troppo vicino e che un giorno i cedimenti avrebbero potuto crepare i muri portanti, aprendo spaccature qua e là, o facendo cedere pezzi di pavimento, e il prezzo dell’immobile. Non sembrava possibile un cedimento simile, non nel mezzo del soggiorno.
Robert fissò il riquadro nero e vuoto sul pavimento dando nuovamente la colpa all’alcool, ma già non ne sentiva più l’effetto. Il vino con cui si coccolava nelle ritrovate notti da single non era quella merda da supermercato infarcita di solfiti e mal di testa che comprava sua moglie – presto ex. Robert era un po' svanito e fiacco, ma i sensi all’erta per quella stranezza compensavano: c’era un buco nel suo soggiorno, un vuoto perfettamente quadrato e nero impenetrabile alla luce del lampadario. Infilò la mano. Sotto non c’era nulla, e il vuoto sembrava privo di contorni, come se pure le piastrelle intorno fossero sospese. Infilò il braccio, giù fino alla spalla, ritraendosi quando il pavimento sotto le ginocchia parve incrinarsi. Scattò in piedi e indietreggiò sino al divano, corse fuori a controllare il pozzo e sollevò il coperchio senza cogliere l’idiozia del gesto. Non c’era nessuna breccia nel giardino che dal posso fosse camminata sino al fianco della casa. Controllare il pozzo non avrebbe cambiato nulla, si aspettava forse di vedere un cedimento, la parete verso la casa annerita da un vuoto enorme e improvvisto. Il pozzo era troppo buio per scorgerne il fondo o le pareti, non pioveva da un mese, e qualche pioggerella estiva non aveva certo nutrito la falda acquifera. Lasciò cadere un sasso in attesa del tonfo che non arrivò, né col primo, né col secondo e terzo sasso. Sedette sulla fanghiglia ai piedi del pozzo, madido di sudore e pioggia, cercando la tangenziale inghiottita dal buio. C’era stato sicuramente un blackout. Le vecchie linee del paese non erano fatte per reggere l’esplosione dei condizionatori nelle notti afose. Quella non lo era, ma la teoria restava valida.
Sarà saltata una centralina, si disse Robert, bastano due gocce d’acqua e salta sempre tutto. Dalla tangenziale mancava il via vai dei fari delle auto, anomalo anche per un posto dalla scarsa vita notturna come quello. Un luogo tranquillo. Il sogno di ogni famigliola felice, ma non della sua futura ex moglie. L’avvocato non aveva più richiamato. Quant’erano lunghi i tempi tecnici per chiudere la faccenda? Aveva scritto un appunto da qualche parte. C’era una scadenza. Che giorno era? Sbadigliò, voleva dormire. Sarebbe stata una notte perfetta per addormentarsi lì, nel tepore di fine estate, svegliandosi col sole e la vallata accesa dal tramonto in un rigurgito di speranza, se quell’oscurità irreale non gli avesse messo tanta angoscia.
Tornò dentro casa fradicio da capo a piedi. Allo specchio, la sua faccia, la sua maglietta, erano annerite da rivoli di pioggia nera. Pantaloni e scarpe sembravano usciti da un pantano di torba. Robert bestemmiò ad ogni passo verso il bagno, infilandosi nella vasca ancora vestito. Rimasto nudo, l’ammasso dei vestiti sembrava un mocio di catrame. Gli ci volle mezzora di spazzolate e frizioni sempre più nervose per sentirsi pulito, raschiando la pelle con ogni genere di spugna e straccio. Anche nel mucchio di schiuma accumulata sul piatto doccia, i vestiti luridi spiccavano neri come ossidiana.
Robert andò a stendersi nudo, ascoltando l’acqua che sgorgava nella vasca. Si riscosse con la sensazione d’aver dormito a lungo, e quando mise i piedi per terra immaginò l’intera casa allagata. Un micro sogno da dormiveglia, un picco di panico e senso di caduta. Il pavimento era asciutto, la vasca piena a metà. Chiuse il rubinetto fissando l’acqua nera, i vestiti avevano più che liberato la sozzura, sembravano dissolti nella nerezza della sporcizia. Robert si rivestì, avendo cura di scegliere indumenti bianchi, un vecchio pigiama di flanella, logoro sul colletto e i polsini, ma dava l’idea di pulito. Si guardò allo specchio, poi cambiò le lenzuola azzurre con quelle bianche, e si addormentò di nuovo con la luce accesa.
>>> continua