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Stai leggendo: "Nerezza" di Quinto Moro

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2.

 

L’orologio a parete segnava le due di notte. Ticchettava rumoroso e sgradevole come sempre. A svegliare Robert era stato il temporale: un tuono violento, quel suono di montagna spezzata e franata su sé stessa, lo strascico di una forte pioggia e forse una grandinata. Quando si mise in piedi, bianco e lindo come un fantasma, non sentì altri rumori che il suo respiro. Anche l’orologio taceva e si trovò a fissarlo: quella patacca non aveva la lancetta dei secondi eppure aveva sempre fatto casino, ed ora zittissimo. Qualcosa ticchettava alla finestra. Goccioline di pioggia, niente che facesse pensare a un temporale, che forse s’era sfogato mentre ancora dormiva o l’aveva sognato. I vetri erano d’un nero diverso dal solito, come verniciati dall’esterno con una bomboletta spray. Non mandavano riflessi nitidi, solo ombre nell’ombra. Robert allungò le dita sulla maniglia per aprire adagio la finestra, frenato da un presentimento di stranezza. L’anta, scostata di pochi millimetri, fece colare un flutto che dipinse lunghe scie nere sul muro.

“Porca…”

La voce gli suonò stonata, come un carretto arrugginito spinto fuori dal garage dopo un secolo d’immobilismo, le ruote stridenti affamate di grasso, così com’era la sua lingua impastata, carta vetrata su un palato di spugna secca. Doveva essere la sua prima parola nelle ultime ventiquattro ore, se ne rendeva conto solo adesso. Del giorno prima non ricordava quasi nulla. Aveva lavorato o era giorno libero? Era sabato o domenica, o lunedì? Lunedì, pensò. Susanna aveva detto qualcosa riguardo al lunedì. O era stato il suo avvocato. Quello di lei, o quello di lui. Ma insomma, un avvocato.

Robert soffocava dal caldo. Il pigiama invernale gli si era appiccicato addosso e le tracce di sudore ne contaminavano il biancore. Levò la maglietta e sedette sul divano a guardare quella striatura nera sotto la finestra. Quando si alzò di nuovo decise che avrebbe finito ciò che aveva iniziato: doveva ubriacarsi. Andasse all’inferno la sporcizia, la pioggia d’olio per motori, i vestiti lerci nella vasca, il pavimento imbrattato d’inchiostro. Si lanciò verso la credenza come un leone affamato, prese una bottiglia a caso e diede una bella tracannata.

Lo sputo sul muro avrebbe reso fiero Jackson Pollock, o quantomeno suscitato interesse nel Dottor Rorschach. Il liquore, whisky, vodka, amaro o qualunque cosa fosse stato in un’altra epoca, non lo era più. Robert aveva sperimentato la totale assenza di sapore, un senso d’assenza così netto da suscitare una reazione violenta di tutto il corpo. Nemmeno un’ingollata d’acido o scarto d’olio di frittura e frattaglie di pesce avrebbe causato una reazione simile. Non era insapore come l’acqua, o come un impasto di carta bagnata. Ciò che aveva bevuto non aveva gusto né consistenza, come mettersi in bocca una porzione di vuoto incapace di restituire perfino la sensazione del liquido. La repulsione l’aveva fatto esplodere in uno spruzzo che faceva bella mostra sul muro, un milione di gocce e qualche scia inviscosita dalla sua saliva. Robert si piegò a sputare sul pavimento, e sputava nero. Versò nel bicchiere ciò che un tempo avrebbe dovuto essere whisky e non era più: guardò l’etichetta rileggendosela più e più volte, in cerca di una data di scadenza che, trattandosi di un distillato, non poteva esserci. Nero. Fosse esistito un liquore di quel tipo avrebbe dovuto chiamarsi così, Nero, o Nerezza – o mondezza, dato il non-sapore rivoltante.

La bottiglia gli cadde di mano spargendo il suo liquido buio. Da principio credette che le dita avessero perso forza per lo sgomento della voragine aperta sul pavimento, là dove le mattonelle erano state incorniciate d’inchiostro tra le fughe.

Robert si guardò le dita sporche e corse al lavandino del cucinino per sciacquarsi mani e bocca, e dal rubinetto sgorgò un flutto nero, privo di riflessi, materia oscura della notte. Robert indietreggiò, boccheggiava cercando di spurgare dal panico crescente. Di nuovo, corse fuori di casa, bisognoso d’aria e spazio.

La notte incombeva col suo mantello pesante steso sul cortile. Non pioveva più ma l’aria ferma pareva gesso scuro, che inghiottiva l’erba rischiarata dalla lampada accesa sul portone, rosicchiandola un filo alla volta, nutrendosi dei suoi colori e delle sue forme. Sul fianco della casa la nerezza stava inglobando lo spigolo e la finestra più lontana, avanzando lungo il muro come una pasta lievitata senza forma. Sembrava un’ombra gettata da lontano, e non lo era. Un vuoto consistente e vivo, meccanico nel movimento, organico nella non forma, un ingombrante ospite indesiderato che preme per entrare con le sue spalle larghe, troppo larghe per un uscio a misura d’uomo. L’aveva ormai addosso.

Robert si chiuse la porta alle spalle, barricandola con la scarpiera di legno massello e l’attaccapanni a colonna, spingendo un secondo mobile e un tavolino perché s’incastrassero nella rientranza del disimpegno. La porta scricchiolò sotto la spinta di qualcosa di grosso. Robert indietreggiò fino al soggiorno, fermandosi in tempo per non cascare giù, insieme alla sedia inghiottita nel vuoto, là dove le piastrelle sul pavimento si tuffavano a cascata nel nulla, un mulinello di quadretti bianchi affogati nel petrolio.

Thud! Il tonfo fu quasi un sollievo in quel silenzio assoluto. Robert cercò di gridare ma aveva la bocca piena di qualcosa che strozzava ogni suono. Si stupì di riuscire ancora a respirare. Thud! Un altro colpo. La notte bussava alla porta, e bussava alla finestra con un suono più secco, un ticchettare di chicchi di grandine, non a pioggia ma uno ad uno, ad intervalli regolari. Il legno del portone scricchiolava sotto la pressione di quella che immaginava come una tonnellata di catrame, e premeva sui vetri deformandoli contro ogni legge fisica.

Robert spalancò la bocca in un grido muto e si accasciò sul pavimento. Un infarto, o un ictus. Pregò di morire in fretta. Aveva le lacrime agli occhi, lacrime di colla che rendevano le palpebre pesanti, dolorose da riaprire, dunque perché insistere. Si arrese e le chiuse. Thud!

 

Non era giunta la sua ora. Robert riuscì finalmente a respirare, la bocca tumida incanalava aria e per un poco sembrò tutto normale, il tempo di pensare che era vivo e sveglio, che aveva fatto un brutto sogno, e d’accorgersi che le tracce dell’incubo erano tutte intorno a lui, a partire dalla vista della porta sprangata. Strisciò lungo il pavimento, di schiena, spingendosi coi piedi. Le braccia lungo il corpo, il collo rigido a guardare il soffitto e i contorni della stanza. L’orologio, sempre muto, indicava le otto ma dalle finestre non passava un filo di luce. Robert percepiva le ore passate, la tenue freschezza mentale del risveglio toglieva dubbi sulla realtà dei fatti. La voragine sul pavimento del soggiorno era ancora lì, ma s’era fermata. La scia di nerezza colata giù dalla finestra aveva lasciato una pozza scura che aveva inghiottiva due piedi del divano, come sprofondati in una depressione di legno tarlato. Il soffitto scricchiolava, la pressione si percepiva nei muri, muscoli di calcestruzzo tesi e crepati negli angoli più bui. Eppure la notte non aveva sfondato, come un dèmone impossibilitato a varcare la soglia in assenza d’invito.

Robert era lucido, e la cosa non era di alcun conforto. Aveva fame e nausea, temeva che le tracce di nerezza annidate nella sua bocca scivolassero in profondità a divorargli le viscere. Strisciò verso il bagno, svitò il tappo del dentifricio con una muta preghiera sperando di non trovarsi davanti a del lucido da scarpe. Era bianco. Il dentifricio era ancora bianco, e se ne riempì la bocca come se fosse la cosa più buona del mondo. L’impastò con la lingua, con lo spazzolino, massaggiandosi le gengive e la lingua con le dita, così pure per le pareti interne delle guance e il palato e in giù fino all’ugola per sputare litri di nerezza, facendo del dentifricio un impasto grigio come crema di cenere. Sgranò gli occhi boccheggiando mentre scorgeva il rosso rubino delle gengive sanguinanti, dolenti al tormento delle spazzolate furiose, ma il dolore era una benedizione.  Una gioia intensa e breve, prima di accorgersi dei suoi denti rimasti neri, e malmessi, storti, divelti dalle gengive. Non gli facevano male, ci picchiettò su col manico dello spazzolino e non li sentiva, oggetti estranei non più suoi. Ne toccò uno con l’indice e quello si piegò di lato. Il volto allo specchio gli si deformò in una smorfia di disperazione. I denti venivan via come bottoni scuciti dalle gengive corrose. Robert li sputò e per la prima volta da anni pianse.

La grigia crema di dentifricio accompagnò lo scorrere dei denti giù per lo scarico, secchi e friabili come schegge di carbone. Robert lasciò la mano sospesa sul rubinetto, in dubbio se aprirlo o meno. Rinunciò, sputando una schiuma rosa di dentifricio e sangue. Pulì bocca e mento con l’asciugamani per poi voltarsi e angosciarsi alla vista della vasca nera: era piena a metà come l’aveva lasciata. Con calma, Robert tirò il cordoncino del tappo della vasca. La nerezza cominciò a defluire, muta. Vedere la massa ridursi era rassicurante e le lacrime smisero di affogare il suo sguardo bruciante. Inforcò un paio di guanti, troppo stretti per le sue mani. Li aveva comprati Susanna, erano per mani femminili, per dita lunghe e affusolate. Robert cercò di pulire il nero dalla vasca senza successo, mentre i guanti e lo straccio s’impregnarono di nerezza. Rimase a guardare la guaina di gomma gialla farsi nera, lo straccio bianco verde perdere colore e consistenza. Di nuovo meditò se aprire o no il rubinetto, non poteva certo pulire a secco, ma non avrebbe retto alla visione di un getto d’acqua nera. Inforcò un altro paio di guanti, avvolse quelli compromessi e lo straccio in un asciugamano bianco. Portò l’involto alla stufa del soggiorno. Non l’accendeva dal febbraio scorso, non l’aveva nemmeno pulita, la cenere all’interno era come cristallizzata. C’era troppo caldo per accendere il fuoco ma non gli importava. Mise tutto dentro, anche i guanti nuovi appena indossati, diede una spruzzata di carbonella liquida – il poco che c’era dall’inverno passato – e accese con i fiammiferi extra lunghi di cui andava tanto fiero. Che razza di sciocca soddisfazione aveva provato quando li aveva acquistati e mostrati a Susanna, e quanto se l’era presa quando lei non aveva apprezzato l’unicità dell’acquisto. La fiamma si consumò rapida nella vampa dei residui di combustibile. Gli stracci e i guanti impregnati di nerezza non bruciavano, né sprigionavano odori o fumi. Passata la delusione del momento, Robert trovò sollievo nella chiusura del portello a tenuta stagna della stufa. Avrebbe voluto che la stufa fosse di qualunque altro colore, non di ghisa nera.

La voragine nel soggiorno gli dava l’impressione d’inghiottirlo da un momento all’altro. Robert pensò di ribaltare il tavolo e tappare il buco a quel modo, poteva bastare, ma vedere il tavolo sottosopra gli avrebbe ricordato ogni momento dell’orrore là sotto. Doveva nasconderlo, anche solo per qualche minuto, per ritrovare un poco di contatto con la realtà. Andò in camera da letto, smontò un’anta dell’armadio, là dov’era rimasto il vuoto dei vestiti di sua moglie, con gli attaccapanni vuoti tranne per quella giacca che lui le aveva regalato e lei non aveva mai messo.

Trascinò a fatica l’anta fino al soggiorno e l’adagiò con cura sopra il vuoto, facendola calare piano per paura di svegliare oscure forze in agguato, d’incrinare gli invisibili equilibri che impedivano alle altre mattonelle di scivolare a cascata nel gorgo buio e inghiottire il soggiorno. Pensò di coprire tutto con un tappeto e andò a cercarne uno in garage. C’era quell’obbrobrio persiano che gli aveva regalato la suocera e che Susanna aveva avuto il buon senso di non usare mai, pure lei lo detestava e forse gliel’aveva lasciato per questo. Odorava di vecchio e polvere e impiegò poco ad appestare l’aria del soggiorno.

Robert tornò al garage e tese l’orecchio al pulsare della serranda avvolgibile. Non era lo sbattere tipico del vento, erano spinte lente che arcuavano le stecche metalliche. Cercò di convincersi che quello ai lati fosse solo il grasso di grafite della serranda, certo era anomalo che ce ne fosse uno strato sotto la guaina di gomma alla base della serranda, e che sgocciolasse dalla parte superiore del binario. Robert fu tentato dal chiudersi in macchina, premere il telecomando e affrontare la notte, ma il vuoto che sentiva al posto dei denti gli fece cambiare idea. Si concentrò invece sullo scaffale degli attrezzi, prese stucco e silicone – rigorosamente bianchi – e li usò per sigillare l’anta dell’armadio al pavimento del soggiorno, chiedendosi perché mentre lo faceva. Coprì il tutto con l’orrendo tappeto persiano, prevalenza di bordeaux su ghirigori bianchi e ocra, e ci piazzò sopra il tavolo e le sedie rimaste. Prima di sedersi a respirare un po' di tranquillità – e puzza di tappeto vecchio – sigillò come poteva la porta del garage: un asciugamano alla base della porta, un giro di chiave.

Un picchiettare gli era entrato in testa durante l’assurdo lavoro, il gocciolio di qualcosa – e sapeva cosa – dallo spigolo della finestra. L’orologio a parete segnava ormai le nove. Robert si chiese se fosse davvero mattino o se avesse dormito una giornata intera, ma non era importante. Poter uscire di casa senza venire inghiottito dal buio, doveva lavorare su questo. Se stava impazzendo ed era tutto nella sua testa non c’era modo di provare alcunché, se c’era qualcosa di fisico e tangibile – come l’assenza dei suoi denti o la scia di liquame sotto la finestra – doveva pensare ad affrontarlo, come aprire una porta o una finestra senza rischiare che la nerezza l’inghiottisse. Per capire come si muoveva la massa buia doveva esaminarla in azione, a costo di sacrificare un piccolo spazio della casa. Il ripostiglio delle scope poteva fare al caso suo, aveva una finestrella che dava sul cortile e la si poteva aprire tirando dal basso con una cordicella.

Robert si bardò con una vecchia tuta da lavoro, coprendosi quanto più poteva benché morisse dal caldo, ma voleva evitare che qualche schizzo di buio gli finisse addosso. Vuotò il ripostiglio, ammucchiò asciugamani e preparò strisce di nastro gommato per sigillare gli stipiti della porta, si posizionò a distanza di sicurezza dal finestrino e tirò il gancio. Non accadde nulla. La finestrella era rimasta lì, immobile, senza basculare all’indietro. La picchiettò col bastone della scopa e quella si mosse appena, aprendosi un poco. Robert indietreggiò sulla soglia del ripostiglio, proteggendo il corpo dietro la porta e spiando con la testa dall’uscio. Non se n’era accorto subito perché la lampadina era vecchia e il paralume di vetro ambrato e sporco non spingeva la luce fino agli angoli alti dello sgabuzzino. Poi la vide, come vernice intelligente che si spande da sola sul muro, senza lasciare un solo spazio bianco. La nerezza avanzava lenta dal finestrino scostato, spandendosi lungo le pareti per poi fermarsi alle curve d’angolo. Robert indietreggiò, rientrando con la testa nel corridoio e sbirciando con la guancia premuta sullo stipite. La nerezza aveva ricoperto la finestra, inglobandola e togliendole ogni forma, per poi gonfiarsi ed esplodere, riempiendo di colpo la stanza. Robert fece giusto in tempo a chiudere la porta per non esserne investito. Uno schizzetto di notte s’era mangiato lo stipite alto e Robert lo ricoprì con ogni tipo di nastro, sigillando quanto più possibile le fughe degli stipiti. L’aveva lasciata entrare, e la notte era entrata. Robert andò a sedersi sul divano e trascorse il resto della giornata a fissare la libreria, meditando sulla sua pazzia.

Toccate le sei del pomeriggio Robert non sapeva più se quella tortura fosse cominciata uno o due giorni prima. Si sentiva debole ma lo stomaco aveva smesso di brontolare e non aveva sentito nemmeno lo stimolo di andare al gabinetto. La nerezza era stata nella sua bocca per ore dopo lo svenimento e Robert la immaginava assorbita dai tessuti fino ad anestetizzare le interiora. A quel punto tanto valeva mangiare qualcosa, se non per fame o per tenersi in forze, per effetto placebo. Senza denti non poteva masticare e frullò quel poco che aveva nel frigorifero, frutta e latte, uova e tonno in scatola. Scaldò in un pentolino il bizzarro sufflè di tonno e uova, e non era male a giudicare dall’odore, ma la bocca e la lingua non sentivano più i sapori, il che era probabilmente una fortuna. Stare ai fornelli gli stimolò un piano di contrattacco. Ammucchiò in corridoio gli attrezzi del garage e del ripostiglio, li dispose sul pavimento del soggiorno per fare un inventario. Qualche cacciavite, un martello, un trapano, un falcetto, un accendino zippo, un seghetto arrugginito, bastoni di legno, pochi chiodi – molti storti – e un taglierino troppo corto per ammazzare qualcuno, una scatola di cartucce calibro dodici. In cima all’armadio della camera da letto, in una custodia di cuoio sfatta e indurita, c’era il fucile di suo nonno, un semiautomatico arrugginito dentro e fuori. Benché avesse deciso di lasciarlo come ultima risorsa lo sistemò per primo, l’annegò nell’olio lubrificante sforzandosi di ricordare come smontarlo e rimontarlo – erano passati più o meno vent’anni da quando il nonno gliel’aveva dato, mostrandogli come maneggiarlo, e lui che non era mai stato un patito d’armi ci aveva sparato una volta sola. Robert litigò con l’otturatore inceppato e la manetta di armamento monca e tagliente. Dopo una mezzora a smontare e rimontare non sapeva più se usarlo per spararsi un colpo in bocca o per difendersi dalla nerezza riversatasi nel ripostiglio e tutt’intorno alla casa. Qualunque cosa fosse quella massa notturna sapeva di non poterla scacciare a colpi di pallettoni, ma il solo fatto di stringere il fucile gli aveva restituito un po' di fiducia. Il sollievo durò poco. L’arma poteva scoppiargli in faccia, e ad imbracciarla finì per sentirsi più inerme e idiota di prima. Posò il fucile sul divano e tornò a fare l’inventario degli attrezzi. C’era una pompa per annaffiare, viti e legnetti, un piccolo smeriglio inservibile per mancanza di dischi da taglio. Robert prese il trapano e lo fece girare a vuoto, ascoltandone il suono come se potesse suggerirgli una soluzione. Fece un buco sulla porta del ripostiglio e la nerezza prese a colare, lenta come colla vinilica. Ne raccolse un poco in un barattolo di vetro e rattoppò in fretta la porta col nastro gommato, coprendo il buco con un pezzetto di legno e qualche chiodo. Agitando il barattolo, la chiazza sbatteva qua e là come olio, a volte ballonzolando come in assenza di peso. Sembrava una di quelle lampade lava in voga negli anni Sessanta.

“Ti ho intrappolata” disse Robert alla forma nel barattolo. La voce gli veniva strana, bambinesca, non parlava senza denti da quando aveva sei anni. “E tu hai intrappolato me.”

Tornò ad imbracciare il fucile per puntarlo contro il barattolo, come aspettandosi di vedere una reazione apprezzabile da parte della nerezza.

“Chissà se riesco a bruciarti” disse. La carbonella liquida non aveva funzionato ma forse con la benzina… Robert tagliò la pompa da giardino e tornò in garage per estrarre un po’ di benzina dal serbatoio. Quando accese la luce un urlo gli si strozzò in gola. Una chiazza di notte fluttuava intorno all’auto, la carrozzeria un tempo bianca del tutto annerita, e nelle ombre proiettate dalla lampada la nerezza si manteneva densa, pulsando e scompigliandosi come anemoni di mare incatramati. Gli pneumatici dell’Alfa Romeo erano dissolti e fusi con la notte e le ombre, allungandosi in scie che dal pavimento risalivano le pareti come un esercito di formiche in marcia. L’auto stava sui cerchioni, il metallo appariva corroso e traforato come gruviera, gli interni un tempo di pelle erano sfuggenti forme fuligginose. Contro ogni buonsenso Robert proseguì col suo piano: la benzina, solo questo importava. Aprì lo sportellino di rifornimento con la nerezza che fluttuava tutt’intorno, un animale ora curioso ora disinteressato e sonnecchiante. Robert ficcò la pompa nel serbatoio ed aspirò sperando di non ritrovarsi la bocca piena d’inchiostro. Un rivolo gli riempì la bocca e sputò d’istinto, fissando il tubo che allagava il pavimento con gli occhi sgranati e il respiro pesante. Fece un’esultanza da stadio. Il liquido era verdastro ed untuoso e puzzava di benzina. Puzzava! Rise e gioì, corse a prendere un secchio – maledì la sua idiozia per non averlo preso subito – e di ritorno al garage vide il buio circondare la chiazza di benzina, fondendosi con essa in un appassionato amplesso di liquidi. Robert emise un suono inarticolato, una negazione, un’implorazione. Arrancò sul pavimento del corridoio, tra le cianfrusaglie aveva visto qualcosa di utile, un accendino zippo color rame con una testa di capo indiano incisa sopra. Un altro regalo inutile, per lui che non fumava. Ma un accendino era sempre utile. La pietrina focaia si rifiutava di mandare scintille, Robert bestemmiò e sbuffò grugniti, finalmente la fiamma s’accese e gettò l’accendino. La nerezza avvampò con la benzina, gettandolo nell’angosciosa realizzazione della sua pazzia: avrebbe bruciato l’auto, la casa, e ci sarebbe morto dentro, ma l’idea di poter uccidere l’incubo lo faceva ridere di gioia. Vide i contorni della fiamma allungarsi e farsi nerezza. Il buio bruciava, sì, ma senza luce. Il chiarore moriva nel turbinio della fiamma annerita e buia, in guizzi seghettati e sfuggenti, privi di calore. Il fuoco nero s’era sparso tutt’intorno all’auto, attaccandosi al soffitto e tagliandolo in schegge bianche risucchiate verso l’alto. La serranda del garage si rivolse all’indietro e svanì, mentre le pareti s’inclinavano verso il basso chiudendo l’aria.

Istigata dalla verve ingorda delle fiamme, la nerezza si agitava allungando colli e teste senza occhi che minacciavano tutto ciò che aveva ancora forma e colore. Robert sprangò il garage appena in tempo per non essere investito dal tonfo della notte, che picchiava come un predatore famelico. Thud! Tump! Thud! Le pareti di casa erano diventate una grancassa di battiti, schiocchi di cemento crepato e legna crepitante. La porta del garage avrebbe retto, ma quella del ripostiglio era sottile e scricchiolava sotto pressione. Robert imbracciò il fucile e lo puntò contro la porta deformata, gravida del buio assassino. Il fucile sputò fuoco e fiamme, con un boato ed un rinculo violentissimo. Robert per poco non fu sbalzato via. I pallettoni fecero esplodere la porta e schizzare nero e notte da una parete all’altra del corridoio, sulle braccia e il volto di Robert, sulle sue gambe tese e tremanti.

La nerezza grondò dalla porta ferita colando tra i buchi di legno sbriciolato, mestamente. I rivoli si arricciarono come tentatoli curiosi delle cianfrusaglie sparse sul pavimento. Robert esplose un altro colpo, il suono inghiottito nel nulla che già si allungava sulle pareti e il soffitto. Fece in tempo ritirarsi in soggiorno, un’altra porta, sottile ed inutile, ma nel suo biancore portatrice un barlume di speranza. Vi spinse contro una poltrona ed andò a sedersi sul divano, il fucile abbracciato come l’amante più preziosa.

La notte bussava da tutte le parti, le pareti tremavano squassando i mobili della cucina. I piatti ballarono fuori dagli sportelli, giù sul pavimento, precedendo di poco i libri sballottati dagli scaffali del soggiorno, che aprendosi piangevan fuori l’inchiostro disciolto dalle righe. Robert esplose l’ultimo colpo contro i libri che starnutivano schizzi di carta e notte.

Mentre la nerezza sfondava la porta del soggiorno Robert si stese sul divano, il fucile puntato al mento. Il grilletto scattò a vuoto. I colpi erano finiti e le cartucce erano rimaste in corridoio. Guardò la notte danzargli intorno come una serpe pronta a mordere. Non accadde nulla. Rimase in contemplazione col fiato sospeso e si guardò le braccia. Non erano calde né fredde. Non erano dure né morbide. Erano soltanto scure.

 

>>> continua

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