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​Stai leggendo "Nerezza" di Quinto Moro

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Epilogo

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Mattino. Susanna parcheggiò nel vialetto e fece un ennesimo tentativo al cellulare. Roberto non rispondeva. Quando scese dall’auto era sul piede di guerra ma fece lunghi respiri per calmarsi ed evitare una scenata. Erano le sette del mattino e aveva già due caffè e sei sigarette in corpo. Appesa allo sportello aperto come dietro ad uno scudo suonò il clacson, più per rabbia che altro. Mise nuovamente in moto, fece manovra per avere l’auto pronta ad imboccare l’uscita del vialetto, e la lasciò accesa mentre raggiungeva a piedi la porta. Roberto non era mai stato un uomo violento, anche nelle peggiori litigate non aveva mai dato l’impressione di poterle mettere le mani addosso, ma la prudenza non era mai troppa. Avrebbe voluto una chiusura civile ma lui continuava a non farsi vivo e a ritardare. Gli accordi erano accordi e andavano rispettati, il matrimonio era finito e non c’era alcun motivo tirarla tanto per le lunghe.

Susanna bussò alla porta e meditò se entrare direttamente. Chiamò il marito – futuro ex – più e più volte, poi perse la pazienza e rilasciando la tensione dell’ultima settimana diede in escandescenze, blaterando di appuntamenti mancati, di denaro ed impegni, di promesse infrante e così via. Lo insultò nei modi più umilianti che riusciva a pensare e alla fine della scenata era sfinita e accaldata. Non le importava che qualcuno potesse sentirla. La casa più vicina era a cento metri giù per la collina, e non era nemmeno sicura che fosse abitata. Urlare le aveva fatto bene. Si sentiva meglio e accese un’altra sigaretta. Fumò passeggiando per il cortile con un occhio alla porta ed uno alla vallata, il viavai delle auto sulla tangenziale e il paese acceso dall’alba. Aveva ancora le chiavi di casa e cercò di aprire, ma benché la serratura fosse scattata qualcosa bloccava la porta dall’altro lato.

“Roberto!” gridò con calma, e poi “Robert!” sperando che così rispondesse. Aveva sempre trovato ridicola quell’alterazione. Lui s’era presentato come Robert sin dal primo incontro, e lei ci aveva messo un anno a scoprire che era soltanto una sua fisima esterofila. Aveva passato il secondo anno della relazione a prenderlo in giro per questo. Le sfuggì un sorriso ripensando allo sguardo di sottecchi mentre il prete diceva “vuoi tu Roberto” eccetera. Quanto aveva riso del suo essere permaloso, riguardo a quella ed altre sciocchezze, ma all’epoca ogni litigio era un gioco che si chiudeva sempre allo stesso modo, a letto. Quando il letto s’era freddato e il matrimonio entrato in crisi, quando Susanna aveva iniziato a considerare il divorzio, aveva cominciato a chiamarlo Roberto. Era bastato questo perché lui capisse e accettasse la separazione. Ma il tempo della separazione era concluso e, come sei anni prima s’erano promessi il matrimonio, sei mesi fa s’erano promessi il divorzio.

Susanna cominciava a pensare che fosse stato un errore presentarsi così, da sola, come forse era stato un errore l’assoluto silenzio di quei mesi. Aveva pensato che avrebbero fatto bene ad entrambi. La pace che s’era convinta di aver raggiunto nel frattempo era una bella bugia, un tappeto steso sullo sporco rimasto accumulato e pronto a riesplodere tutto in una volta. Non se ne sarebbe andata a mani vuote, anche a costo di aspettarlo tutto il giorno, di strappargli la firma con la forza.

Andò a sbirciare alla finestra della cucina e vide i piatti rotti e gli sportelli schiusi, il lavandino pieno di pentole e piatti sporchi. Dalla finestra del soggiorno non si vedeva molto, a parte la libreria in disordine. Finì il giro della casa presso la serranda del garage, aveva ancora la chiavetta e contò fino a cento prima di decidersi ad usarla. In garage c’era un’auto che non riconosceva, nera anziché bianca, non notò che era dello stesso modello e solo di colore diverso. Esitò alla porta interna del garage che dava sul corridoio, bussò forte e chiamò di nuovo. Chiamò Robert, senza la “o” finale, prima di entrare.

Il corridoio era un immondezzaio di cianfrusaglie e attrezzi, la porta del ripostiglio distrutta da un lato e quella d’ingresso sprangata coi mobili dall’altro. Susanna s’affacciò appena all’ingresso del soggiorno e vide suo marito – futuro ex – disteso col fucile in braccio. Susanna non esitò. Fuggì all’istante. Passò i chilometri che la separavano dall’ufficio dell’avvocato a boccheggiare in preda all’ansia, mescolando pensieri e discorsi a voce alta con sé stessa, convinta d’essere sfuggita alla morte. Ci volle l’avvocato a farla ragionare con freddezza, non perché avesse cercato di calmarla, ma perché l’uomo non aveva capito un cazzo. Fece l’indignato e già prendeva appunti per una causa di minacce aggravate e tentato omicidio, il parassita, desideroso di imbastire una causa più interessante e remunerativa di un banale divorzio. Susanna passò la mezzora seguente a spiegargli tutto daccapo, che no, Roberto non le aveva puntato il fucile, che in effetti non si era mosso – per quanto poco l’avesse visto prima di scappare – e che la casa era a soqquadro. Forse aveva subito un tentativo di furto o chissà che altro. Non era più sicura dei dettagli, se i piatti sul pavimento della cucina fossero rotti o integri, se l’auto in garage fosse o no la sua, e se gli occhi del marito – futuro ex – fossero aperti o chiusi. Ricostruendo mentalmente la scena sentiva di starci ricamando sopra, Roberto disteso sul divano in posa da tomba di cavaliere col fucile al posto della spada, stretto per la canna, non le sembrava realistica.

“Ma le ha firmate, le carte?” chiese l’avvocato. Susanna lo guardò esasperata. Lei parlava e quello non ascoltava – o non capita – una sola parola. Un prototipo di marito da divorzio. L’unica cosa su cui concordarono era d’informare i carabinieri, essendoci un’arma di mezzo. Susanna non ricordava se Roberto detenesse il fucile legalmente, poteva metterlo nei guai, e passò un minuto a interrogarsi sul perché se ne preoccupava. Pensava d’averlo fissato abbastanza a lungo da essere sicura del suo immobilismo. Forse era morto.

“Sarebbe l’ideale” disse l’avvocato senza espressione “è ancora sua moglie, erediterebbe tutto.”

Susanna lo ignorò. Si chiese quanto tempo impiegava un cadavere a puzzare, e se in casa c’era puzza, o almeno più puzza di quanta aspettarsi da un uomo single e disordinato. Si chiese se quel che aveva visto era solo disordine o il frutto di uno sfogo d’ira distruttivo. Si chiese infine come avrebbe reagito suo marito – futuro ex – alla visita dei carabinieri mandati dalla moglie – futura ex. Si chiese infine se era preoccupata per lui, e quant’era ridicolo dopo quanto gli aveva gridato da dietro la porta di casa, dopo tutti quei mesi di distanza.

Susanna decise infine di presentarsi direttamente alla caserma di zona, dove dopo un’ora di anticamera e un’altra mezzora a spiegare la situazione, due appuntati svogliati le dissero che se non voleva presentare una denuncia loro non avevano motivo d’intervenire. Li ringraziò tenendo il vaffanculo stretto tra i denti e chiamò Ivo. Ivo era abbastanza grosso da affrontare Roberto in una rissa e stenderlo senza problemi. Sapeva di piacergli, anche se non gli aveva mai dato corda e non aveva intenzione di finirci a letto. Ma sapeva che Ivo non avrebbe perso l’occasione di fare il maschio alfa, e anche se questo avrebbe significato subire una nuova ondata di attenzioni indesiderate poteva gestirlo. Ivo si presentò col suo mastodontico suv Chevrolet, Susanna ci mise un po' a convincerlo ad andare con due auto separate. Lei fece strada con la sua. La serranda del garage era rimasta aperta come l’aveva lasciata, l’auto ancora parcheggiata dentro. Susanna chiamò Roberto invano. Ivo ispezionò il perimetro della casa ed insieme varcarono la soglia del garage, poi del corridoio. Ivo entrò per primo in soggiorno. Roberto era ancora lì, disteso. Ivo gli si avventò contro per strappargli il fucile dalle mani, ma la presa era tanto salda che non riuscì. Furioso per l’intervento fallito, Ivo strattonò tanto da far cadere Roberto dal divano, senza però riuscire a disarmarlo. Ci volle l’urlo di Susanna alla vista degli occhi fissi e la bocca spalancata del marito – ufficialmente ex – a rendere evidente che si trattava di un cadavere in pieno rigor mortis.

 

Ci volle la pazienza di due paramedici per togliere il fucile dalle fredde dita di Robert, aperte una ad una per allentare la presa. Ferito nell’orgoglio per la goffa scenata col morto, Ivo si dileguò all’arrivo dell’ambulanza, rinunciando a fare il consolatore della vedova che lo guardava con un misto di irritazione e indifferenza. Gli sbirri, arrivati con tre ore di ritardo, fecero qualche svogliata domanda e foto alla casa. Il trambusto e le tracce dei colpi di fucile bastarono per etichettarla come follia suicida, benché sul corpo non vi fossero evidenti segni o ferite di sorta, ma la bocca spalancata e nera suggerì l’ipotesi di suicidio per avvelenamento.

L’autopsia per accertare le cause della morte non fu mai eseguita per la sparizione del corpo. Il corpo di Robert fu visto per l’ultima volta quando i paramedici lo chiusero in una sacca per cadaveri, la stessa sacca trovata poi vuota nella cella frigo, ancora chiusa e immacolata nella sua nerezza.

 

La casa fu rimessa in sesto dalle ferite ricevute con prognosi di due settimane da parte di falegnami e muratori esperti. Susanna non sarebbe mai tornata ad abitarci, ma come vedova ne avrebbe conservato la proprietà, giusto il tempo di trovare un acquirente. Vendette anche l’auto: Alfa Romeo 156 GTA, prezzo d’occasione, appena riverniciata di nero.

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Fine.

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