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Stai leggendo: "L'ora di cena" di Quinto Moro

Parte 1. Aspettando la cena

H: 20.18

Il soggiorno era illuminato dal lume biancazzurro del laptop acceso su una playlist di musica dark country. Gloria scuoteva la testa davanti allo specchio del bagno, bagno seguendo il ritmo che rifluiva compensando l’uscita del vapore post-doccia. Si asciugava i capelli come le aveva insegnato sua madre, tamponando ciocca per ciocca con l’asciugamani. Si fissava negli occhi. Le piaceva guardarsi senza trucco. Detestava truccarsi, almeno nel modo formale e rigoroso richiesto dal lavoro: il fondotinta, il rossetto acceso e l’ombretto in sfumature rigorosamente viola, come tutte le altre commesse. Politica aziendale. Ogni commessa una piccola mascotte. L’avevano scelta per la forma del viso rotondo e i capelli corvini. Il colloquio era stato facile, l’avevano presa subito, e l’euforia di quella settimana prima di montare di turno era svanita quando aveva visto le colleghe, tante piccole caricature di geisha dal volto pallido e i capelli corvini. Nessuna di loro aveva particolari talenti, forse non ne aveva neanche lei. Ma aveva un lavoro, e questa era l’unica cosa importante.

Erano passati due anni e mezzo da quando l’avevano assunta. S’era sposata subito dopo. Aveva accettato la proposta ebbra del lavoro appena preso. Per pagare la cerimonia era servito lo stipendio di un anno. Continuava a pentirsi mese per mese di aver spedito tanti inviti. Tanta gente era venuta solo a mangiare a sbafo, già dubbiosa sulla durata del matrimonio. Ma era durato, nonostante tutto.

Il corpo nudo era ancora umido sotto l’accappatoio. Non le piaceva asciugarsi strofinando sulla pelle. L’accappatoio serviva a tenerla avvolta nel caldo umido. Voleva sentire l’acqua asciugarsi pian piano su ogni centimetro di pelle. La pompa di calore sbuffava i suoi respiri per il piccolo appartamento, sfidando l’inverno che scorrazzava fuori dalla finestra, tra le sue spruzzate di nebbia turbinanti nel vento del nord che, di tanto in tanto, si univano in fitte gocce di finta pioggia.

 

H: 20.20

Gloria s’era seduta con le gambe accavallate sulla poltrona d’angolo del soggiorno. Il set di poltrone e divano era costato una piccola fortuna. Lei e suo marito l’avevano comprato una domenica pomeriggio. Se ne ricordava perché avevano litigato per due giorni sul prezzo, ma quelle erano le poltrone più comode su cui si fosse mai seduta. Ci avevano fatto l’amore svariate volte, così anche lui s’era convinto della loro bontà.

 

H: 20.21

Gloria si rigirava lo zippo tra le dita sottili. La sigaretta sulle labbra aspettava d’essere accesa. Non fumava da due mesi ed era probabile che avrebbe interrotto l’astinenza. Decise di tenerla spenta sino alle otto e mezza, un minuto dopo l’avrebbe accesa.

Due mesi erano un bel traguardo e non le piaceva l’idea di vanificare tutto per una serata tanto sciocca. Ma aveva bisogno di accenderla. Di sentire gli schiocchi sulla pietrina dell’accendino, la scintilla e la piccola fiamma, quel fiato iniziale scaldato attraverso la cannula di carta sottile, e la zaffata di tabacco tra le labbra. Sapeva che bastava fumarne una per ricominciare daccapo, e poiché non l’avrebbe schiacciata prima di finirla – detestava chiunque lo facesse – andò a cercare il taglierino nel cassetto della scarpiera. Tagliò la sigaretta a metà, poi a un terzo della sua lunghezza e gettò il resto nel cestino.

 

H: 20.25

L’orologio a muro ticchettava in modo irritante. Gloria lo fissò fantasticando sul potere di fermarlo con lo sguardo, di farne saltare la lancetta o esplodere quelle schifose batterie stilo del discount che si consumavano e ossidavano troppo presto. Quasi si dimenticò della sigaretta. Ma era ancora lì tra le dita. Aveva scroccato il pacchetto al magazziniere che flirtava con lei. Da principio aveva creduto flirtasse con tutte, o qualcun’altra. Con l’uniforme del negozio, il tailleur bianco, i capelli neri avvolti nella chignon e le labbra rubizze, si poteva perdere qualche brandello d’identità. Succedeva anche alle sue colleghe. La prima a farglielo notare era stata una delle più anziane, che ormai non lavorava più per il brand. Nessuna teneva il lavoro più di sei o sette anni. Il contratto era a tempo indeterminato, ma la durata era vincolata al mutare delle forme del viso, la comparsa delle rughe agli angoli degli occhi e della bocca, o le alterazioni della linea. Tutte regole non scritte ma valide. In ambiente giuridico sarebbero state usi e consuetudini. Non leggi. Non potevano esserlo per legge. Un paradosso. Ma ogni commessa doveva mantenere quella sua identità labile e confusa, identificabile con la mascotte del marchio. A Gloria restavano altri quattro o cinque anni di lavoro, a seconda di quanto lo stress e la maturità si fossero scolpite sul suo volto. Non era neanche una questione di fisico. Anzi la diversità dei corpi era incoraggiata. C’erano commesse minute, anoressiche, alte, grassottelle. C’erano fianchi larghi e stretti. Culi sodi e piatti, a mandolino o a grancassa. Tette materne e perfette coppe di champagne. Il brand era solo una faccia con labbra rosse, capelli neri, faccia tonda e occhi velati di viola. Il corpo poteva essere lasciato all’immaginazione. Il corpo era secondario.

Tutto era stato studiato dall’ufficio marketing. Il volto della ditta, il marchio, era il volto in cui le clienti dovevano specchiarsi a prescindere dalle loro curve e dalla loro linea.

 

H: 20.29

Gloria aveva fatto scattare il cappuccio dello zippo e l’aveva fissato cogliendo l’allusione sessuale del gesto. Aveva bevuto due bicchieri di vino prima della doccia. La spirale di pensieri alcolici si caricava come una molla pronta a scattare al suolo del citofono. Gloria gettò via la sigaretta monca con fare seccato, ma felice che il trillo elettrico fosse arrivato in tempo. Si fregò l’accappatoio tra le cosce e andò al citofono.

“Buonasera. Ho una consegna per la Signora Gloria Vanna”

Gloria si premette il dorso della mano sulle labbra. Aveva dato quel falso cognome per il gioco Vanna Gloria – Vanagloria.

“Salga al terzo piano” disse soffocando la risata.

 

H: 20.34

Dallo spioncino, il ragazzo sembrava carino. Aveva un capello trasandato e castano, umidiccio alla base per il sudore delle sei rampe di scale. C’erano altri tre appartamenti oltre al suo, e il ragazzo dovette sentirsi stupido per non aver chiesto a quale numero andasse fatta la consegna. Doveva essere un novellino. Gloria lo vide esitare, cercando nomi sui campanelli. Attese che lui fosse sul punto di suonare alla porta sbagliata prima di aprire.

“L’ascensore è guasto” disse Gloria, divertita dal mordersi la lingua del rider. Avrebbe potuto dirglielo prima. Ora lui era accaldato e sudaticcio. Era alto e allampanato, più di quanto non fosse apparso dallo spioncino. Aveva zigomi alti e ben definiti ed occhi color nocciola. Era felice di avergli aperto avvolta nel solo accappatoio. Le infradito mostravano piedi piccoli e magnificamente smaltati blu navy, ma il rider non dovette notarli finché Gloria non si mise in posa plastica, spalla allo stipite della porta col seno a far sfacciatamente capolino tra i lembi dell’accappatoio.

Il ragazzo abbassò lo sguardo e porse la scatoletta con l’ignota qualità di cibo. Ignota per lui e pure per Gloria che aveva digitato a caso sul laptop e cercò di scoprire ora, annusando l'aria, la cena che aveva ordinato. Una cena per due. Fissò il rider che le mandava solo fuggevoli occhiate mentre faceva le sue robe da rider, ticchettando stancamente sul registratore di cassa portatile.

“Contanti o carta?”

Gloria esitò. La spirale alcolica s’era avvolta sino alla vetta in un cerchio, un’aureola di eccitazione dalla base del collo alle tempie. Avrebbe voluto provocarlo proponendogli un pagamento in natura, ma non era capace d’essere tanto sfacciata nemmeno da ubriaca. Rise tra sé e fece spallucce.

“Tu cosa preferisci?”

“Quello che preferisce lei”

Si sentì ancor più provocata a quella risposta, e rise più chiaramente tra sé, con lo sguardo basso. Poi l’alzò, cercando di moderare la sua espressione perché il ragazzo non si sentisse preso in giro. Lui non doveva avere più di ventisei anni, né meno di ventidue o ventitré. Gloria aveva ventinove anni. Avrebbero potuto essere amici di letto socialmente accettabili. Caricò il peso sul piede destro e si carezzò il polpaccio sul sinistro, sporse il collo in su a sbirciare l’aggeggio elettronico che proiettava la sua lucetta verde sotto il mento e gli occhi del ragazzo.

Gloria girò le spalle ed entrò in casa lasciando la porta aperta. Quel gesto le fece vibrare la schiena e il collo. “Entra pure” disse, e nel dirlo la scarica si fece ancora più forte. Una scarica di ansia, di paura e angoscia confuse coi fumi dell’alcol e la tensione sessuale che si accumulava tra lo stomaco e l’inguine, nell’ugello che si stringeva alla gola.

Gloria si fermò davanti al tavolo della cucina, in sospeso, in ascolto. Il ragazzo s’era fatto appena più vicino alla porta ma non osava attraversarla. Gloria allungò le mani sulla borsa, cercò nel portafogli gonfio di monete e tessere sconto pronta a pagare con la carta, se la puntò nell’incavo tra i seni e la fece salire premendo come un bisturi fino al collo, dove si tracciò un solco più profondo. Lasciò che il ragazzo seguisse il movimento da lontano, poi rimise a posto la scheda e pagò con due banconote. Restava una mancia misera. Si chinò con calma a raccogliere il pacchetto di sigarette e tornò alla porta con fare seccato. Aveva l’accappatoio quasi slacciato quando chiuse la porta in faccia al ragazzotto.

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