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Stai leggendo: "Salvaci o Salvatore" di Quinto Moro

4.

C’era voluto tutto il pomeriggio. Nicolas non aveva fatto i compiti, forte dei residui d’indulgenza che la mamma e le maestre ancora gli concedevano. Quand’ebbe finito il lavoro, suo padre non riuscì a credere ai suoi occhi, gli fece grandi complimenti, lo portò al bar e lo lasciò libero di scegliere tutto quel che voleva anche se erano le sette di sera e si sarebbe rovinato l’appetito per la cena. Nicolas ordinò una coca cola con ghiaccio, limone e ombrellino giallo, seguita da una coppa di gelato al pistacchio con cialda e ombrellino verde. Il flebile rimorso per quella ricompensa quasi immeritata svanì a metà del bicchiere di coca.

Nicolas aveva riordinato il ripostiglio degli attrezzi di suo padre, un sottoscala umido e buio di cui fino a qualche anno prima aveva una paura fottuta – popolato com’era da ragni e gechi – ma che aveva sempre esercitato un gran fascino per i tesori che custodiva. Gli attrezzi di suo padre erano vecchi e rugginosi, alcuni usurati, altri invecchiati senz’esser mai stati usati. Il lavoro era stato lungo, anche se in gran parte s’era limitato a svuotare le scatole e rimetterci dentro la roba in modo più ordinato, mettendo insieme gli attrezzi che si somigliavano, separando i pennelli dalle chiavi inglesi, i cacciaviti a taglio da quelli a stella. Trafugò due di questi ultimi, salvo poi fare la conta per decidere quale nascondere nello zaino di scuola.

Nicolas tenne il cacciavite in fondo allo zaino per tre giorni. Lo spaventava l’idea d’esser scoperto con quell’oggetto, anche se non aveva ancora le idee chiare su cosa farci. Dovette passare un’altra settimana, quando s’era quasi scordato di averlo con sé, per ricordarsi la mezza promessa fatta a Salvatore. Non fu però quest’ultimo a ricordarglielo. Fu durante un intervallo. Nicolas se ne stava coi gomiti piazzati sulla lastra di marmo della finestra chiusa, masticando a piccoli morsi il suo panino al formaggio – troppo pane, troppo poco formaggio. Stava fissando una tortora dal collare appollaiata su di un’antenna, presso il tetto della casetta oltre il muretto del cortile della scuola. Fu allora che una pallina di carta gli arrivo sulla nuca. Qualunque cosa stesse pensando in quel momento svanì, ebbe la netta sensazione dello svuotarsi del cranio, come una clessidra infranta da un sasso disperde all’istante la sabbia.

Nicolas diede un’occhiata al riflesso di sé sul vetro della finestra, e alle sagome subito dietro. Si grattò il collo in cerca della cicatrice, risalendo fino a trovare la traccia dei punti nascosta dai capelli che stavano ricrescendo in fretta. La ferita non faceva più male, il gonfiore era diminuito ma la traccia si sentiva, la giuntura dei lembi di pelle restituiva al tatto l’idea di due palpebre socchiuse come un occhio verticale. Sarebbe stato bello avere un occhio dietro la testa, ma l’avrebbe resto strano, più di quanto non si sentisse già.

Dopo l’intervallo, Nicolas infilò il cacciavite nel calzino. Aveva pensato per giorni a come portarlo fuori dalla classe senza farsi accorgere. Temeva d’esser visto infilarlo sotto a maglietta, che si notasse nelle tasche o infilato nella scarpa. Indossava i calzini alla caviglia, dell’altezza giusta per infilarlo dentro. La punta metallica del cacciavite pungeva contro il malleolo e rimase seduto immobile come se tutti lo stessero guardando. Guardava di sottecchi la maestra aspettandosi d’esser scoperto. Dimenticò di chiedere il permesso di andare in bagno quando stava per aprire la porta la maestra lo sgridò. Era il primo rimprovero ufficiale dopo la convalescenza, almeno a scuola. I compagni lo guardavano straniti, mentre stava con la mano sulla maniglia. Vide il sogghigno di Cristian, che dava di gomito al suo altrettanto ridanciante compagno di banco.

Nicolas guardò la maestra. Era l’ora di religione. Lei sembrava furiosa, forse perché non si sentiva rispettata. L’ora di religione non contava niente, lo dicevano tutti. Non ti potevano bocciare perché andavi male in religione. Non era una vera materia, in pagella stava staccata dalle altre e il voto stava su un foglio a parte. La maestra si sforzava di farla sembrare una cosa seria, assegnando compiti a casa, facendo interrogazioni e verifiche a sorpresa. A Nicolas sembrava una cosa molto triste, perciò rimase a fissarla senza dir nulla, sordo ai suoi rimproveri, gli ordini di tornare al posto, le minacce di nota sul registro e bla bla bla. Rimase lì anche quando lei si alzò in piedi. Era così bassa per un’adulta. Forse anche per questo nessuno la prendeva sul serio.

Nicolas continuò a fissarla. Cominciava a venirgli sul serio voglia di fare pipì. Il contatto del cacciate alla caviglia lo tranquillizzava. La maestra di religione aveva smesso di sbraitare. Stava curva, e la catenina con la croce ondeggiava sotto il suo collo stretto e lungo. Salvaci o Salvatore, pensò Nicolas, e fu sul punto di ridere. Solo un mese prima sarebbe diventato rosso di vergogna ad esser sgridato così davanti a tutti. Ma quella era solo una maestra di religione. Contava meno di una supplente. Il silenzio divenne così imbarazzante che quando lui fece scattare la maniglia, lei si sciolse in un: “va bene, puoi andare, ma fai presto” con l’urgenza di chi finge di avere tutto sotto controllo.

Nicolas attraversò l’infinito androne con calma, passeggiando radente al muro, rallentando sotto i cartelloni di Hansel e Gretel, pronunciando in silenzio, mimando tra le labbra la didascalia a caratteri cubitali in stampatello che recitava: “i bambini vanno nel bosco”. Ricordò la sua maestra di prima elementare, di come avesse scelto proprio quella fiaba per insegnar loro a leggere e scrivere. Si fermò sotto il faccia a faccia tra Cappuccetto Rosso e il lupo, guardando se Salvatore gironzolava da qualche parte. Il banchetto del bidello era vuoto come sempre. Un po’ di chiasso dalle aule. Nient’altro.

Entrato in bagno, Nicolas si assicurò che i gabinetti fossero tutti vuoti, sfilò il cacciavite e testò la misura della punta su uno degli specchi. La misura era quella giusta e sorrise al riflesso di se stesso. Fece un goccio di pipì con l’orecchio teso. Lavò le mani ed esitò prima di uscire. Un rumore. Un presentimento. Tirò fuori il cacciavite e lo usò per picchiettare sul bidone dell’immondizia. Il coperchio saltò e con lui Salvatore che ululando cercò d’afferrarlo. Nicolas schivò la presa, Salvatore rotolò a terra con le gambe ancora dentro il bidone dell’immondizia. Quando finalmente riuscì a liberarsi, Salvatore s’era messo a ridere di se stesso.

“Ciao Nicolas. Sei venuto a pisciare?”

Nicolas scosse la testa.

“Rispondi!” s’infuriò Salvatore.

“No!”

“E cosa ci fai in bagno?”

Nicolas fece spallucce. “Tu cosa ci fai? Dov’è l’insegnante di sostegno?”

“Sta bevendo il caffè. Sta sempre bevendo il caffè così c’ha la scusa di andare in bagno a cagare a spruzzo”

Nicolas scoppiò a ridere, una risata più isterica che divertita. Sentì la punta del cacciavite alla caviglia e fu tentato di prenderlo subito, ma Salvatore – felice d’aver suscitato tanta ilarità e bramoso di altre attenzioni – rincarò la dose sul colore, la consistenza e l’odore degli escrementi dell’insegnante di sostegno. Nicolas forzò ancora due o tre risate ma si vedeva che non erano sincere e Salvatore si fece più serio.

“Devi tornare in classe?”

“Se vuoi resto”

“Davvero? Resti con me?” Salvatore sgranò gli occhi. Nessuno si attardava con lui. I bambini erano impauriti da lui, anche quelli più grandi.

“Non volevi smontare gli specchi?”

Salvatore lo fissò stranito, guardò gli specchi, poi si ricordò che non gli piaceva il suo riflesso e indietreggiò per non dovercisi guardare dentro.

“Mi aiuti a smontarli tutti?”

“Ce l’hai un cacciavite?”

“No” fece Nicolas “lasciami fare la pipì”

Nicolas si chiuse nel gabinetto puntando il piede contro la tazza e premendo con la schiena sulla porta per sicurezza.

“Salvatore, perché ti chiami così?”

“A mia mamma, le piaceva Gesù Cristo, perché faceva i miracoli. Mia mamma dice che sono miracolato anche io, perché con tutte le volte che mio padre mi ha spaccato la testa non mi ha ammazzato. Devo essere immortale io, come Gesù Cristo. Anche mio padre è miracolato perché non l’hanno ancora arrestato. A me non mi può ammazzare nessuno. Neanche mio padre. E’ successo anche a te vero? Ti ha spaccato la testa tuo padre?”

“No” disse Nicolas toccandosi il bozzo sull’occipite con una mano e il polpaccio indurito dal cacciavite con l’altra. Fissava la tazza del gabinetto, bianca, la tavoletta e il coperchio neri, macchiati. Erano sempre macchiati, anche al mattino, quand’erano puliti. L’odore di varechina, fortissimo, gli dava alla testa. “No, non è stato lui”

“Me lo dici chi è stato?”

“Salvaci, o Salvatore” sussurrò Nicolas.

“Parla più forte che non ti sento”

Nicolas sfilò il cacciavite dalla calza e lo lanciò all’indietro, oltre la porta del gabinetto. Ci fu un rumore di metallo e porcellana.

“Nicolas, smetti di pisciare e vieni a vedere!”

Nicolas fece un respiro, tolse il piede dalla tazza, staccò la schiena dalla porta e l’aprì. Salvatore stava chino sul lavandino come in adorazione.

“Il cacciavite che volevo” disse Salvatore senza fiato “Dio me l’ha mandato”

“Dio manda i cacciaviti dal cielo?” fece Nicolas.

“Dio ti manda quello che vuole, e se non vuole ti manda affanculo. Ma io sono miracolato, mia mamma ha ragione. Sono Salvatore, come Gesù Cristo. Anzi non è stato Dio, sono stato io che ho fatto un miracolo, volevo il cacciavite e l’ho fatto apparire! Adesso aiutami a smontare gli specchi.”

Salvatore si mise ad armeggiare sui tasselli alla base dello specchio. Nicolas non poté fare a meno di fissare i bozzi sulla testa di Salvatore, visibili dietro i capelli tagliati corti. Ne aveva uno proprio in corrispondenza dell’occipite, simile a come immaginava il suo.

“Te li ha fatti tutti tuo padre quelli?”

“Te lo dico se tu mi dici chi ti ha pestato”

“E’ stato Cristian”

“Cristian della tua classe? O Cristian della di 5° C? Li conosco tutti”

“Della mia classe”

“Perché te l’ha fatto?”

“Non lo so. Non mi vuole più come amico. Tuo padre, lui perché te l’ha fatto?”

“Perché non mi vuole come figlio. Ma ha ragione, io sono cattivo” disse Salvatore, senza alcun dispiacere, anzi soddisfatto. “Tu no” disse poi “tu sei bravo. Sei mio amico adesso.”

Nicolas sentì come uno spasmo allo stomaco. Essere amico di Salvatore non dava grandi prospettive, né salvezza dalle sue aggressioni, anzi poteva raddoppiarle, se significava rientrare nelle sue discutibili attenzioni. Eppure vedere Salvatore lì col cacciavite in mano dava un senso alla follia d’averlo sottratto alle cianfrusaglie di suo padre ed esserselo portato appresso per giorni, e mentre il suo nuovo amico appariva smanioso di provare il giocattolo sugli odiati specchi, Nicolas lo sviò con la scusa dei sette anni di sfiga – a testa – se nell’impresa ne avessero rotto uno. Salvatore ne fu rapidamente colpito, illuminato da un’evenienza tanto scontata quanto pericolosa a cui sfuggire.

Nicolas si sentì avvinghiare con uno scatto che lo fece irrigidire tutto. L’abbraccio di Salvatore fu violento e a suo modo caloroso, lo scosse per ringraziarlo, e disse qualcosa di confuso che nel terrore del momento non riuscì a capire. Fuori dal bagno Nicolas si tirò il lembo della maglietta dietro la schiena, per sentire la stoffa sulla spinta dorsale e assicurarsi di non aver rimediato una pugnalata.

La campana per il cambio dell’ora era già suonata. Nicolas s’era attardato parecchio e s’aspettava di incrociare qualche suo compagno mandato a cercarlo per il troppo ritardo. Aveva pochi dubbi sul bastardello zelante pronto ad offrirsi per il gustoso compito. Il banchetto del bidello era vuoto. Volle accertarsi che l’uomo fosse alla sua postazione di riserva, lo sgabuzzino con la fotocopiatrice e la macchinetta del caffè, a chiacchierare con l’insegnante di sostegno di Salvatore. Lei non c’era, in compenso il bidello e il segretario stavano parlando di lei, della gonna che indossava e di quello che c’era sotto. A quanto capì, quel giorno non era nemmeno venuta a scuola.

Nicolas strisciò lungo la parete, verso la sporgenza del pilastro attaccato al muro, defilato rispetto alla porta della sua aula. Decise di contare sino a trenta, e se Cristian non fosse spuntato a quaranta, a sessanta sarebbe rientrato in classe. A cinquantotto e tre quarti la porta della 4° B si aprì. Il dubbio sull’identità del bamboccetto tarchiatello svanì al sinistro luccichio sulla chioma impomatata: era Cristian. A passo baldanzoso tirò dritto verso la porta del bagno. Non guardava nemmeno i cartelloni di Cappuccetto Rosso. Nemmeno uno sguardo alla sagoma nera e marrone del lupo tracciata dalle abbondanti ditate di tempera. Quando la sottile lama d’ombra ch’era l’uscio del bagno ebbe inghiottito Cristian, Nicolas guadagnò velocemente la porta dell’aula.

Nicolas fu accolto dal faccione tondo e punteggiato di lentiggini di Maestra Olga.

“Eccoti finalmente! Si può sapere che fine avevi fatto?”

Nicolas rimase ipnotizzato dall’abbigliamento sgargiante della maestra. Vestiva come una zingara, un vestito con la gonna rossa dal tessuto frastagliato, decorato con perline nere di plastica e strass in un motivo arabesco. La camicetta rosa con gli sbuffi sulle spalle. Lo scialle bianco e verde, con ghirigori cuciti di rosso, simile alla tovaglia che la mamma di Nicolas metteva sulla tavola per la cena di Natale.

“Hai perso la lingua?”

“Sì, la stavo cercando” rispose Nicolas in un goffo tentativo di apparire simpatico. Maestra Olga lo trattava bene, era uno dei suoi preferiti. La battuta non ebbe successo, ma senza Cristian a fare le sue battutine umilianti poté tornare al posto sereno.

“E Cristian dov’è finito?”

Nicolas fece spallucce.

“Non lo so”

“Non ti ha chiamato lui?” chiese Maestra Olga.

Nicolas scosse la testa. “L’ho visto che andava in bagno”

“Perché, tu dov’eri?”

“Nel bagno dell’altro caseggiato”

“E perché sei andato fin lì?”

“Perché c’è Salvatore in giro”

La maestra lo fissò un attimo, con sguardo comprensivo lo mandò al suo posto, poi si alzò per andare ad aprire la porta a un urlo alto e pieno come solo le grida dei disperati sanno essere.

Tutti si alzarono, subito rintuzzati da un altro grido, quello della maestra, fermo e squillante ma meno basso e greve dell’altro che non si placava oltre la soglia. Il volto della maestra era pallido, gli occhi spalancati. Nessuno di loro aveva mai visto un adulto in preda al panico. Nessuno di loro, pur spinto dalla curiosità cocente dei bambini, riuscì a spingersi tanto in là da vedere quel che gli occhi della maestra avevano visto. Le urla. Bastavano le urla a riempire le teste d’immagini più spaventose di quanti gli occhi potessero contenerne.

Nicolas vide i suoi compagni ammassarsi gli uni sugli altri, come un branco di pecorelle unito in un unico corpo. Lui s’alzò dopo gli altri, spinto a partecipare per dovere d’imitazione, per sembrare una pecorella come le altre.

Le grida di Cristian erano isteriche, femminee, d’agnellino smarrito, di suino al mattatoio. Le urla di Maestra Olga svegliavano i dormitori delle aule accanto, sommandosi a quelle sempre più concitate di colleghe e bidelli. Il tumulto viaggiò con una vibrazione tra i pavimenti e i muri per le masse di piccoli corpi che spostavano sedie e banchi, rumoreggiando di curiosità e terrore.

Nicolas rimase in coda all’ammasso dei suoi compagni. Non aveva bisogno di guardare. Le parole giungevano forti e chiare, rimbombando per l’androne troppo grande: ambulanza, chiamate i genitori, fermatelo, un cacciavite, all’ospedale, non guardate.

La porta dell’aula fu chiusa. La classe rimase ammassata per un istante sulla porta. Qualcuno stava piangendo, contagiato dal terrore che aveva impregnato l’aria, qualcun altro stava già inventando d’aver visto tutto. Quando la porta si aprì fu di pochissimo. Come una sogliola, la maestra di religione s’infilò nell’apertura innaturalmente stretta per celare alla vista dei più avidi l’orrore grondante lacrime e sangue sul pavimento dell’androne.

“Andate tutti a posto” disse la maestra di religione “e recitate una preghiera per il vostro compagno”

Ci fu una pioggia di domande, senza risposta. Qualcuno cominciò a pregare e contagiò pian piano anche gli altri. Dalla finestra salì un nuovo grido, selvaggio benché attutito dalle vetrate e dallo spazio aperto del cortile. Era Salvatore. Due uomini – uno il bidello, l’altro il segretario – lo portavano a braccia. La bocca traboccante di minacce e bestemmie.

“Chiudete le tapparelle” chiese la maestra con le mani giunte e gli occhi al soffitto, in preda a un tic ondulatorio da una gallina indecisa se beccare o meno la manna dalla mangiatoia.

Nicolas si alzò ed eseguì il compito accompagnato dai Padre Nostro e le Salve Regina.

“Salvaci, o Salvatore” sussurrò Nicolas.

 

***

 

Era arrivato giugno. La scuola stava per finire. In quegli ultimi giorni le maestre lasciavano le classi più libere. Si facevano disegni, si cantavano canzoni, si usciva fuori a giocare. A nascondino. A pallamano. A calcio. Le bambine si sedevano in cerchio e cantavano una filastrocca battendosi le mani. I maschi preferivano rincorrersi. Si sfidavano. Tutti. Tranne Salvatore e Cristian.

Salvatore non era più tornato a scuola, e dicevano che non ci sarebbe tornato mai. Cristian invece era tornato, ma non giocava con gli altri. Portava un cerotto all’occhio destro, dello stesso tipo che si metteva ai bambini con l’occhio pigro. Solo che l’occhio di Cristian non era pigro, gli era stato cavato. Infilzato come uno spiedino, troppo danneggiato per tentare qualsiasi operazione. Da quando era tornato dall’ospedale, i bambini lo guardavano in silenzio, e quando si comportavano normalmente o cercavano di coinvolgerlo nei loro giochi, era lui a sottrarsi. Non erano riusciti a convincerlo nemmeno col gioco del torello, lui che si vantava d’essere un campione al gioco del calcio.

Mentre Cristian guardava gli altri giocare, Nicolas andò a sedersi accanto a lui. Fece un passo in più per passargli davanti e sedersi sul lato destro. Lo fece apposta. Cristian doveva voltarsi per guardarlo.

“Non vieni a giocare?”

Cristian non rispose.

“Sai che stava per succedere anche a me?”

Sì, Cristian lo sapeva. La voce era girata quando lui era ancora in ospedale.

“Salvatore mi ha sbattuto contro la porta e mi ha puntato una vite sotto l’occhio e ha detto che voleva cavarmelo.”

“Con me ha usato un cacciavite”

“Chissà chi gliel’ha dato” disse Nicolas, poi si alzò e tornò a giocare con gli altri bambini.

 

Fine.
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