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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

1. L'Anniversario della Nazione

C’era una volta una città, piena di luci rosse e blu che andavano su e giù, e di sirene che ululavano a tutti di spostarsi che non c’era tempo da perdere. Era l’Anniversario della Nazione e la gente si affollava sui marciapiedi per la fiaccolata di schermi azzurri di telefonini e computer, perché tutti volevano ricordarsi quel giorno. Da principio le sirene non scalfirono quell’aria gioiosa, perché al saliscendi della polizia e delle ambulanze erano tutti abituati, specialmente nelle grandi feste quando qualcuno alzava il gomito e faceva qualche sciocchezza. Ma nella grande Nazione c’era anche la libertà di fare qualche sciocchezza, perciò si festeggiava con tanto fervore.

Dagli schermi lampeggianti dei telefonini però cominciarono ad apparire scritte e messaggi d’allarme, e la gioia cominciò a trasformarsi in rabbia perché il Nemico della Nazione aveva colpito ancora.

Un aereo aveva distrutto il municipio, e nessuno aveva dubbi sul colpevole, non poteva trattarsi di un incidente, perché il palazzo del municipio era uno dei grandi simboli della Nazione e della sua autorità nel resto del mondo libero. L’aereo era caduto tagliando la testa alla maestosa cupola disegnata dai grandi architetti, e sotto quella cupola per duecento anni si erano celebrate le meraviglie della democrazia, a suon di strette di mano e applausi. Anche a quell’ora tarda della notte in un giorno di festa gli infaticabili Democrati discutevano e lavoravano, perché era tempo di grandi cambiamenti e presto si sarebbe dovuto eleggere un nuovo capo per la Nazione, ma l’aereo cascato sulla cupola e la cupola cascata sulle loro teste spense in un sogno tutti i loro sogni e progetti.

Per strada, mentre cominciavano ad apparire sugli schermi filmati, notizie e ricostruzioni, la gente non voleva saperne di andarsene in casa. La gente era sì spaventata dal Nemico, ma non aveva paura, e benché il cuore potesse tremare un poco per la ferita in un giorno tanto importante, tutti cominciarono a chiamare a gran voce il Gigante Buono.

“Chiamate il Gigante” gridavano “Gigante! Gigante Buono appari e difendici! Qualcuno chiami il Gigante!” e ancora cori “vogliamo il Gigante, il Gigante Buono!”

I giornalisti che non erano riusciti a farsi strada nella gran piazza del municipio assiepata di mezzi di soccorso, curiosi e altri giornalisti più importanti, si sparsero per le vie della città ancora affollate, riportando dei cori e degli inni verso il Gigante.

“Fate venire il Gigante, ci penserà lui” diceva un’anziana signora con gli occhi bagnati dalle lacrime al pensiero delle vittime, ma pieni di speranza “ci salverà lui perché è Dio che ce l’ha mandato, e ce l’ha mandato per fargliela vedere a quei bastardi assassini.”

“E’ vero” disse un signore con pochi capelli e tanta rabbia “abbiamo un gigante, io dico di usarlo! Lo dobbiamo mandare a calpestare tutti i loro aeroporti, così la smetteranno di lanciarci contro gli aeroplani”

“Ma il nemico” fece notare il cronista “di solito usa i nostri aerei e i nostri aeroporti”

“E allora facciamogli distruggere quelli al Gigante, così quelli non avranno più un posto dove arrivare”

“E dovremmo rinunciare a viaggiare nel resto del mondo?”

“Il resto del mondo fa schifo, viviamo nella Nazione più grande, più bella e più forte, io non ho mai messo un piede fuori dalla Nazione e ne sono orgoglioso” e come quel signore, quella sera, in tanti si dissero più che mai orgogliosi di far parte della Nazione, ingiustamente ferita da un nemico subdolo e vigliacco. E poiché gli inni e i richiami al gigante non si limitarono al semplice desiderio ma spinsero piccole legioni a riunirsi per andarlo a cercare, che al di là della sua mastodontica stazza e del suo amore per la gente, il Gigante non mancava di starsene per i fatti suoi.

Al telegiornale della notte furono mandati in diretta gli elicotteri che decollavano per rintracciare il Gigante, e rintracciatolo in breve lo scortarono lontano dalla città sia perché la notte il Gigante temeva sempre di calpestare qualcuno, sia perché il Governo adesso doveva tenerlo al sicuro. Se un altro aereo si fosse abbattuto su di lui, forse non gli avrebbe causato più di un braccio rotto e qualche ustione e graffio, ma il Governo – o ciò che ne restava dopo la strage del municipio – doveva proteggere il simbolo della forza e della speranza nazionale.

Agli elicotteri dell’esercito si erano uniti quelli della stampa, cui però non fu permesso di avvicinarsi troppo, ma attrezzati dei loro megafoni cercarono di fare qualche domanda al Gigante che appariva spaesato e confuso, e barcollava certamente assonnato. Nonostante l’attenzione – spesso morbosa – che aveva accompagnato negli ultimi anni la vita di quel prodigio, la stampa come la gente comune tendeva a rispettare la tranquillità del Gigante durante la notte, il suo sonno era pesante in proporzione alla sua stazza, e il solo fatto di alzarsi era per lui uno dei più grandi sforzi della giornata.

“Gigante! Gigante!” gridava a squarciagola il cronista della tv nazionale, cercando col suo megafono di sovrastare il frastuono degli elicotteri di scorta “Gigante eri sveglio durante l’attacco? Hai visto da quale direzione veniva l’aereo? Avresti potuto fermarlo se fossi stato sveglio?”

Ma il Gigante appariva ancora intontito dal sonno e dalla stanchezza, ed era noto che aveva bisogno di un sogno continuativo e profondo per poter affrontare la giornata. L’indomani sarebbe stata una giornata dura anche per l’uomo più possente della Nazione – e nessuno aveva dubbi, anche del mondo.

Giunto al sicuro nella vallata presso le montagne, un luogo in cui si recava spesso e dove poteva stare tranquillo, il Gigante fu informato di quanto era accaduto. Molti membri del Governo erano rimasti uccisi, ma soprattutto era toccato a molti degli aspiranti del nuovo Governo che si sarebbe formato di lì a qualche mese. I danni al municipio non erano catastrofici, ma la storica cupola, vanto dell’architettura Nazionale, era stata del tutto distrutta. La prima cosa che il Gigante disse, con la bocca impastata dal sonno, fu l’offerta d’aiuto per la ricostruzione della cupola, poi si accasciò lungo il fianco della montagna e si mise a russare fragorosamente.

 

 

 

 

 

 

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