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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro

Capitolo 1

La piccola Lily era finita sul sentiero blu nel mezzo del Bosco degli ebani. Non aveva idea di come ci fosse arrivata e seduta sulla ghiaia di quarzo fredda e pungente si premeva i palmi sulle tempie. Strizzando gli occhi e riaprendoli cercava di farsi strada nella confusione di un mal di testa lancinante. Raccolse il berretto bluastro che sporgeva tra i sassi come un guscio di tartaruga, lo spolverò con la mano e se lo cacciò in testa. Non ricordava di averlo mai indossato ma era il suo cappello – il suo basco, così si chiamava. Indossarlo la fece sentire meglio, come se la pressione accumulata sulle tempie e in fondo alla nuca si fosse liberata in uno sbuffo di vapore tra i capelli e la stoffa. Lily picchiettò il bottone in cima al cappello e, come avesse premuto un pulsante magico, scattò in piedi.

Le gambe andavano da sole. Passo dopo passo, braccia strette e respiro tremante, Lily percepiva le presenze di drughi e folletti tra le foglie bionde degli ebani. Sapeva d’essere spiata ma ogni brivido di paura le restituiva il coraggio di andare in fondo al sentiero. Guardando di traverso gli alberi sempre più stretti ai lati del sentiero, distingueva bolle rosse tra le cortecce nere, lucide e gonfie amarene sgocciolanti resine dall’odore pungente di pappa reale. Il succo scintillava sempre più acceso colando in striature lungo i tronchi, spargendo profumi invitanti.

Lily sapeva che erano i folletti bianchi ad incidere i tronchi perché lacrimassero il dolce succo per ingannarla, dirottarla dal suo scopo e infrangerne la volontà. I folletti bianchi volevano ucciderla. Lo sentiva nell’aria macchiata dal loro respiro che sapeva di veleno e morte, ma sapeva che non avrebbero potuto avvicinarsi a più di tre passi, perché era viva ed era vera e forte nella volontà più di quanto loro non lo fossero nel corpo. E i drughi, quegli spiritelli satanassi più potenti e vigliacchi dei folletti potevano solo spiarla, sibilare sinistri tra le lingue biforcute, ma non potevano toccarla a meno di un ordine dei loro padroni, i grandi Druidi, che avevano sempre qualcosa di più importante da fare che occuparsi di una bambina smarrita, a meno che non gli servisse polvere d’innocenza e succo di paura per qualche incantesimo. Della prima non doveva esserne rimasta molta, ma di paura avrebbe potuto riempire un barile.

Lily aveva studiato per anni i legami tra le creature del bosco e sapeva per certo che solo i Druidi avrebbero potuto farle del male. Si nascondevano di tanto in tanto dietro facce o sembianze di folletti, o branchi di spiritelli incappucciati divertendosi a trasformare la realtà in ottovolanti di sogni ed incubi. Sperava di avere l’occhio abbastanza aguzzo da riconoscerli caso mai le fossero comparsi davanti.

C’era nell’aria una nebbiolina soffice, quel velo che nelle giornate d’afa si stende ad appannare i colori addensando la sostanza stessa dei raggi solari. La cortina vibrava sui contorni degli alberi e delle foglie che sporgevano sempre più invadenti sul sentiero, e i piccoli vortici di respiri dal bosco spingevano i vapori a disegnare scie strascicate, pennellate d’olio sporcate da una mano invisibile.

Da freddi, i brividi di Lily s’erano fatti caldi appiccicandole i capelli sulla fronte. Levò il berretto rigirandoselo tra le mani, provando a ricordare chi gliel’avesse regalato. Si accorse così di non aver ricordi, se non quelli legati a ciò che vedeva e sebtuva di volta in volta. Tirò indietro i capelli d’arancio e sistemò il basco sulla fronte a scurire lo sguardo cauto.

Oltre il grosso della nebbia vide i colori accendersi e illuminarsi, mentre l’aria vuota e pulita arricchiva lo spazio di nuovi particolari. Formiche giganti, nere nei loro gusci d’ossidiana, si arrampicavano sui rami degli alberi per mangiarne le foglie, camminando a testa in giù e voltandosi a guardarla con le antenne minacciose. Avevano ganasce robuste e pallide d’avorio, che riempivano l’aria del crocchiare delle foglie che seppur verdi si sbriciolavano, come secche, nel rumore di cocci di vetro.

Lily proseguì in silenzio, cercando di non dilungarsi a sbirciare le stranezze del bosco. Camminò impettita quando vide rami bluastri allungarsi a formare sopra il sentiero volte intrecciate, da cui pendevano alveari gonfi e ronzanti, iridescenti come lanterne cinesi. Non c’erano api o vespe intorno, ma Lily soppesò ogni passo per non risvegliare qualche sciame. Il ronzio cessò appena oltrepassato l’ultimo alveare e lei non si voltò a guardare.

Giunse ad un grande cartello di legno color bianco vivo. Profumava come appena tagliato, e lavorato in fretta con scheggiature grossolane. C’era una scritta verniciata con la resina rossa della corteccia degli ebani.

IL SENTIERO NON E' SICURO!

Lettere scritte di traverso con sinistra eleganza.

“Non fidarti mai dei cartelli” bisbigliò Lily. Era una frase che aveva sentito centinaia di volte dagli amici del suo papà, e lui la ripeteva in tono alto e scherzoso mentre tra un bicchiere e l’altro brindavano agli affari. Lily aveva sentito parlare dei cartelli tante volte, sin da quando aveva quattro anni – quattro anni, come quelli del suo fratellino smarrito. C’era il cartello boliviano, il cartello cileno, il cartello messicano. Lei non sapeva che cartelli fossero, se li era sempre immaginati a forma di rombo giallo, come quelli che aveva visto qualche volta in adesivi appiccicati ai vetri posteriori delle macchine. Ne aveva visto qualcuno con la figura di un canguro al centro e la scritta Australia più sotto. Per lei quello era il cartello australiano, ma non ne aveva mai visto uno che dicesse Messico o Bolivia, né gli amici di suo padre avevano mai parlato di un cartello australiano. Così aveva imparato anche lei a non fidarsi dei cartelli, perché quelle macchine con il cartello Australia non venivano proprio dall’Australia che Lily sapeva essere un posto troppo lontano per andarci con qualunque mezzo. Dunque era giusto non fidarsi dei cartelli, men che mai in quel sentiero con la boscaglia pullulante di creature malvagie.

“Liiily…” sibilavano “Liiiiiiiiily… vieni qui Lily… vieni nel bosco”

Non c’era dubbio che quel cartello fosse bugiardo, altro che sentiero non sicuro, era il bosco a non esserlo: fitto com’era dopo due passi non avrebbe più visto da dove era venuta e dove andava. Il sentiero era invece illuminato e bello, nel suo azzurro sgargiante che non nascondeva la via e anzi la indicava.

Continuò a camminare sulla ghiaia blu che crocchiava sotto i piedi come sotto i denti i biscotti che faceva la sua mamma, tanti anni prima.

 NON FIDARTI DEI FOLLETTI ROSSI! 

Un altro cartello. Stavolta era la scritta ad essere bianca e il legno intorno verniciato d’un rosso vivo. Anche questo aveva una calligrafia strana, benché avesse visto raramente la scrittura altrui, così abituata dalla perfezione delle lettere stampate sui libri, era comunque la scrittura di chi era andato a una scuola diversa dalla sua o non c’era andato affatto.

Lei di folletti non ne aveva ancora visti, quindi proseguì con ancor più attenzione. Diffidava dei cartelli ma non voleva essere stupida da confondere prudenza e superbia, rischiando di ritrovarsi in pericolo per aver evitato un buon consiglio. Pochi passi e puntuale spuntò dal bosco un folletto vestito di bianco, con la faccia rossa e lucida come un peperone.

“Ciao Lily!” esclamò con voce acuta.

“Ciao” disse lei con diffidenza “visto che sai il mio nome dovresti dirmi il tuo, folletto rosso”

“Folletto rosso? Non mi vedi che sono tutto bianco?”

“Ti sei vestito di bianco, ma si vede che sei rosso dalla faccia e dalle mani”

“Mi chiamo Madni, piccola e sveglia Lily” il folletto sorrise e abbozzò un inchino.

“Allora, sei un folletto rosso” il tono era a metà tra domanda e affermazione.

“Esatto, e se ti interessa sono i folletti bianchi quelli di cui non fidarsi, se ne stanno sempre nel bosco a sibilare”

“E allora perché ti sei vestito da uno di cui non ci si deve fidare?”

“Per farti capire che puoi fidarti! Te l’ho detto io che non puoi fidarti dei folletti bianchi, altrimenti non lo sapevi”

“Almeno fino al prossimo stupido cartello. E comunque lo sapevo già”

“I cartelli non sono stupidi Lily, devi stare molto attenta a come li interpreti”

“E come devo interpretare quello che dice che non devo fidarmi dei folletti rossi?”

“Come uno scherzo, visto che l’ho scritto io. Lo faccio per vedere quanto sono svegli i viaggiatori che incontro. Lo sai che più della metà credono che io sia bianco solo perché sono vestito così?”

Lily era perplessa ma la loquacità e l’espressione allegra del folletto le sembravano alleviare l’ansia e i tremori che l’avevano scossa nella traversata solitaria del sentiero.

“Cosa vuoi da me Madni?”

“Aiutarti”

“E perché mai?”

“Perché posso farlo! E perché so cosa stai cercando. E poi tu mi piaci, perché non hai guardato il mio vestito ma la mia faccia”

“Non puoi sapere cosa sto cercando, lo so solo io”

“Invece lo so! Tu stai cercando Andy, il tuo fratellino”

Il solo udire quel nome la fece impallidire. L’adrenalina bollente la scosse tutta e un brivido di paura e apprensione la fece urlare.

“Come sai di Andy? Dov’è? Dimmelo!”

“Calma piccola Lily, lo sai anche tu dov’è, dove staresti andando sennò?”

“Lui è…”

"Avanti, dillo, stiamo andando lì”

“Come sarebbe stiamo?”

“Beh, tu sai dove ma non sai come arrivarci. Io ti aiuterò a trovare la strada”

“Non ci sono già sulla strada?” sbottò ancora. “Non è questo che hai detto?”

“Sei acida come la matrigna di Hansel e Gretel, anzi peggio, acida come lo yogurt scaduto nel mio frigo”

“Non sapevo che i folletti mangiassero yogurt”

“Non li mangiamo infatti, per questo scadono. Ehi ma ti sei vista? Che faccia scura che hai, ché ti prende?”

“Sto cercando mio fratello che ha solo quattro anni e si è perso, ecco ché mi prende!”

“Ah ecco, vedi che qualcosa cominci a ricordartela?”

“Ma cosa ne sai di cosa mi ricordo io”

“Che ne sai tu?” incalzò il folletto.

“Oh uffa. Non ho voglia di starti a combattere a forza di frasi senza senso. Se sai qualcosa di Andy dimmela! Lui ha solo quattro anni e…”

“...e si è perso. Allora andiamo a riprenderlo! Ma devi dire il nome del posto se vuoi che il sentiero ti indichi la via”

Ancora diffidente Lily stette coi piedi puntati di chi non vuol andare in nessun posto. Imbronciata e torva si guardava intorno mentre Madni aspettava.

“E va bene, andiamo in questa Terra dei Cani Pazzi…” disse, e pronunciate quelle parole uno dei fili d’erba che spuntava tra la ghiaia azzurra crebbe in un attimo, e biforcandosi indicò con un lembo di foglia a destra e con l’altro a sinistra, ma se uno dei filamenti era rimasto verde e vi era sbocciato un fiore bianco, l’altro si era seccato. La scritta "Terra dei Cani Pazzi" stava sulla freccia di ciascun lembo di foglia, a destra e a sinistra.

“Tu da che parte andresti Lily?” chiocciò Madni con l’aria di chi la sa lunga.

“Andrei a destra no? Non vedi che la foglia a sinistra si è seccata?”

“Ahi ahi, eppure credevo non ti lasciassi ingannare dalle apparenze. Quello è il fiore dell’inganno, vuole ammaliarti con la sua bellezza per farti credere che di là sia la strada più facile, mentre quello secco è per distrarti da quella che potrebbe essere la strada giusta”

“Potrebbe? Allora non ne sei sicuro”

“Certo che no! Ma sei tu che devi raggiungere la Terra dei Cani Pazzi. Io non posso decidere per te, solo metterti in guardia. Qui ogni cosa si nasconde dietro ad un guscio o a una maschera, e l’aria bonaria e piacevole delle cose spesso è cattiva consigliera. Tu stessa tremavi appena sei arrivata perché percepivi il pericolo e non ti sei lasciata corrompere dal miele rosso sulla corteccia degli ebani, come non hai ascoltato i richiami del bosco”

“Mi spiavi?”

“Non ce n'era bisogno: io so tutto di questo posto, ci vivo. È come quando un estraneo entra nel cortile di casa tua, non puoi fare a meno di notarlo e non sei tu che spii, lo osservi per quell’intruso che è”

“Allora perché non mi indichi la strada migliore per ritrovare Andy? Così ti lascio al tuo bel bosco-cortile”

“Te l’ho detto, non mi è permesso indicartela. Posso aiutarti a rifletterci un po’, ma sta a te muovere i passi, questo è il tuo viaggio”

Il ragionamento non faceva una piega ma Lily titubava. Se era vero che non ci si poteva fidare proprio di niente e di nessuno, anche i sibili delle creature nel bosco potevano essere richiami benigni di chi voleva aiutarla, e magari dietro il bosco poteva arrivare alla Terra dei Cani Pazzi in metà del tempo. Ma nella confusione aveva bisogno di potersi fidare di qualcuno, se non di se stessa ancora troppo spaventata, almeno di Madni che sembrava conoscere i segreti di quel mondo. Mentre stava così assorta la voce del folletto del folletto squillò a spronarla.

“Coraggio, Andy ti aspetta!”

Sentendo nominare il fratello Lily si diede un contegno, drizzò la schiena e assestandosi il berretto sulla fronte imboccò la strada a sinistra, quella con le foglie secche.

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