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9. Il Cephalon Suda

La navetta del Cephalon Suda si avvicinava alla Gran Torre Orokin quando un poderoso riverbero riempì l’aria, un lamento straziante poco più soffice d’un tuono cui seguì il lampo d’una piccola alba localizzata oltre il promontorio che nascondeva Cetus alla distesa delle Piane. Il suono crebbe, simile allo stridio di lamiere che stritolavano una mandria di buoi. La navetta attraccò giusto in tempo per evitare la macroscopica onda d’urto che fece vibrare lo scudo d’energia in cerchi concentrici d’energia. Il portellone si aprì ed uno sciame di droni svolazzanti si riversò sulla piattaforma di carico spiegando le ali corazzate e le armi che penzolavano come pungiglioni, roteando isterici in cerca di bersagli. Una ragnatela d’energia univa ciascun drone all’altro, aumentandone gli scudi, e in base ai precisi algoritmi pretesi dal Cephalon Suda, la formazione doveva mantenere una costante forma romboidale, in cui il distacco di un drone dal gruppo causava la riorganizzazione istantanea di tutto lo sciame. Per un altro capriccio del Cephalon, i droni dovevano mantenere una fluttuazione alternata, dal momento che sfruttavano l’induzione magnetica anziché banali propulsori a combustibile, ondeggiavano su e giù e dovevano farlo a coppie incrociate. In una formazione di quattro, due fluttuavano dal basso verso l’alto, gli altri due dall’alto verso il basso.

I droni fluttuarono tutti insieme verso il cancello d’accesso alla Torre, che rimase sigillato. Il primo drone al vertice della formazione proiettò l’ologramma del Cephalon Suda sulla Porta.

“Tenno, siamo venuti per il castigo”

Il cancello non si aprì.

“Tenno…” il drone picchiettò col fucile-pungiglione sul cancello, che non si aprì. Per un istante tutto lo sciame smise di fluttuare su e giù, poi si divise in due e mentre uno faceva il giro della piattaforma il secondo sciame cercava un modo per aprire il cancello. Non appena furono tanto lontani quanto lo permetteva il diametro della piattaforma, il cancello si aprì ed entrato il primo sciame si richiuse in tempo per tagliar fuori il secondo.

La squadra dentro la Gran Torre, sentendosi chiudere il cancello alle spalle fece dietrofront ad armi spiegate, poi ci fu un colpo di frusta e tre droni scomparvero. Nel buio della sala partirono le scansioni e il corpo del Warframe steso a terra fu identificato. Lo sciame si chiuse a cerchio intorno all’Excalibur inerme. Un drone si fece avanti proiettando l’effigie del Cephalon Suda sul suo corpo.

“Questo non è il Tenno che cerchiamo” l’ologramma si mosse presso l’ascaris alla caviglia “è il nostro futuro accolito”

Ci fu un altro schiocco, i droni si voltarono e c’erano altri due posti vuoti sull’anello più esterno della formazione. Le macchine impazzirono e scaricarono una pioggia d’impulsi laser in tutte le direzioni. Silenzio. Poi il rintocco, quasi impercettibile, d’ uno sgocciolio d’acqua. Lo sciame si divise ulteriormente, uno tenne sotto mira l’Excalibur a terra mentre l’altro si stringeva verso il punto in cui le gocce creavano un rigagnolo d’acqua. Dal rigagnolo schizzò fuori un tentacolo che in una frustata schiantò un drone, poi dalle pareti si scatenò un turbine di tentacoli che fece a pezzi tutti gli altri.

Il cancello si riaprì e la seconda squadriglia entrò nella Torre. Il pavimento era lindo, nessuna traccia dello scontro. D’improvviso calarono dal soffitto acquosi tentacoli che recavano alle estremità i resti dei droni uccisi, usandoli per schiantare le corazze dei nuovi venuti. Ma stavolta lo sciame non si scompose e con una precisa grandinata di laser fece esplodere i tentacoli in una pioggia di schizzi. I laser si concentrarono sulla grottesca piovra avvinghiata al soffitto e la dilaniarono. Quando il fuoco cessò era rimasta solo una scura pozza.

Cephalon Suda emerse da tutti i proiettori olografici dello sciame, dopo una serie di scansioni l’ologramma si ridusse.

“Di nuovo il trucco della pozza, Tenno?”

Ma di lì a poco la pozzanghera perse quel baluginare caratteristico del quarzo, i rivoli liquidi si scomposero in una serie di poltiglie gelatinose e si disgregarono.

“Oh. Allora stavolta è davvero finita. Giustizia. Addio Tenno”

Suda esaminò quindi il corpo di Excalibur, era immobile ma se ne percepiva l’energia. Lo sciame circondò il corpo del Warframe, ciascun drone allungò il suo sottile artiglio e tutti insieme lo sollevarono conducendolo nella stiva di carico dell’astronave. Quando il portello fu aperto il corpo di Excalibur sfuggì alla presa e in un turbine di spadate i droni rimasti furono fatti a pezzi.

“Folle Tenno” l’ologramma del Cephalon Suda emerse dalla consolle di pilotaggio “avrei mantenuto la parola, io ero la tua sola speranza”

“La manterrai lo stesso” il volto di Excalibur si dissolse mostrando le fattezze di Hydroid “solo non come credevi tu. Grazie del passaggio.”

Hydroid escluse rapidamente il Cephalon dai comandi di bordo, in un minuto fu di ritorno col corpo di Excalibur in spalla e fece schizzare la navetta alla giunzione della Rotaia Solare.

Un’ora più tardi la Stazione Larunda si mostrava nel suo solito splendore. Hydroid non si sorprese a trovarla immutata rispetto all’ultima volta che c’era stato. La piattaforma d’attracco era linda e splendente coi guardiani del Conclave disposti a raggiera a far rispettare l’obbligo di non portare armi pur senza perquisire o interrogare i visitatori. I campi entropici impedivano ai Warframe di utilizzare i loro poteri mentre la Legge del Conclave, universalmente rispettata, faceva delle Stazioni gli unici luoghi neutrali in tempo di guerra e di pace.

Larunda era la più frequentata tra le Stazioni Neutrali, eppure manteneva l’aspetto di un albergo fuori stagione nel rovente spazio di Mercurio. Il controllo Grineer intorno a Mercurio non doveva essere mutato da quando Hydroid aveva scelto l’esilio, e questo gli diede un senso di rimorso e sollievo al tempo stesso: la sensazione taciuta ma comune a molti di non cambiare il corso della guerra, ma di riuscire solo a mantenere lo stato d’equilibrio d’una lotta perenne.

Sbarcando dalla navetta Hydroid si lasciò investire dai ricordi delle vecchie riunioni coi membri del Clan, le interminabili dispute coi Sindacati e le snervanti trattative coi mercanti. Tanto tempo era passato, e niente di tutto questo gli mancava. Mentre procedeva verso l’ingresso vero e proprio, dalla piattaforma d’atterraggio a trifoglio presso il colonnato della sala centrale, constatò come anche i guardiani del Conclave mantenevano il solito aspetto inquietante e apatico: slanciati guerrieri avvolti in flessuose tute bianco grigie, immobili e silenti a vigilare sui visitatori, del tutto incapaci di qualunque reazione coi loro sguardi vuoti. A Hydroid non erano mai piaciuti, benché ammirasse il loro autocontrollo e ne riconoscesse la necessità del ruolo – il mantenimento della neutralità tra i Sindacati – non aveva mai digerito il fatto di non sapere chi servissero. Benché assodato che le Stazioni fossero state costruite per volontà dei Corpus – e coi loro mezzi – non era ad essi che i guardiani rispondevano. E ad aumentare l’inquietudine c’era la loro totale assenza timore di fronte ai Warframe, pericolosamente simile a quella dei Grineer che pur immuni alla paura sapevano almeno mostrare rabbia e disprezzo. I membri del Conclave invece apparivano immuni alle emozioni e ciò disturbava Hydroid era l’idea che un giorno i Tenno del suo vecchio Clan sarebbero diventati così.

I guardiani non batterono ciglio nemmeno stavolta, allo spettacolo insolito di un Warframe portato a spalle da un altro. In fondo al lungo corridoio, la raffinata architettura del salone centrale era accuratamente ispirata da quella Orokin ma dissimile nei tratti più caratteristici, e stuprata dal pacchiano contatore che scandiva il tempo mancante all’apertura del bazar del mercante del Void. Dai pannelli olografici lampeggiavano immagini e scritte che inneggiavano a Kela De Thaym, la formidabile combattente Grineer star delle arene di combattimento all’ultimo sangue, e il suo volto si alternava a messaggi propagandistici sull’ordine nel Sistema Solare.

Disgustato, Hydroid procedette spedito alla stanza del Cephalon Suda. Ne aveva varcato la soglia una sola volta e rivedere l’ologramma del Cephalon, enorme al centro della stanza così stretta e angusta rispetto agli spazi concessi ai Sindacati su Larunda gli fece provare per il computer un senso di commiserazione. Poi le pareti si aprirono in una pioggia di pixel dipingendo l’illusione di uno spazio profondo di piattaforme e cluster dati sparsi per chilometri fino a un orizzonte fumoso di galassie e buchi neri. Hydroid intimamente sorrise mentre il Cephalon vibrò di disappunto.

“Ingannatore” si lagnò Suda la cui voce dal vivo mascherava un tono vagamente femminile.

“Non c’è tempo per i nostri litigi” Hydroid lasciò cadere il corpo di Excalibur “davanti agli occhi hai un Warframe infettato da un ascaris negator, espelli il virus, liberalo e ti sarà riconoscente”

“Non posso fidarmi di te”

“Se attendi però ti ritroverai uno schiavo Grineer, le cui prossime azioni dubito rispetteranno i princìpi di neutralità della Stazione Larunda. Se un ostile uscisse fuori proprio da questa stanza, dopo il tuo rifiuto di aiutarlo e di prevenire il disastro, chissà cosa penserebbero gli altri Sindacati… tre a due che vorrebbero espellerti, senza contare il Cephalon Simaris… preferisci mi rivolga a lui?”

“No!” strillò Suda “lo aiuterò, dammi un’ora”

“Ho sentito che Simaris può espellere un ascaris in quaranta minuti netti, notevole se pensi che ne spreca venti in scansioni supplementari per soddisfare le sue malate curiosità”

“Me ne basteranno trentacinque”

“Un ottimo tempo” disse Hydroid “quasi degno del Cephalon Ordis, ma lui è un professionista si sa: ha neutralizzato tutti quelli dei Warframe attivi. Il suo record oscilla fra i diciotto e i sedici minuti”

Cephalon Suda lampeggiò accompagnato da una serie di rumori molesti. Dal pavimento si levarono sottili piastre che sollevando il corpo di Excalibur lo misero al centro dell’ologramma. Hydroid imboccò l’uscita.

“Ti lascio lavorare”

“Un giorno sarai punito per i tuoi crimini”

“Concentrati, e magari riesci a farcela in diciannove minuti. Simaris sarò invidioso, Ordis si farà una risata.”

L’antro del Cephalon Suda si richiuse alle spalle di Hydroid che avrebbe sorriso se la preoccupazione per Ivara non si fosse fatta sentire. Avevano trascorso gli ultimi due anni insieme scorrazzando per le Piane di Eidolon, lei a caccia e lui a pesca, sebbene rispetto a lei che si faceva onore con arco e frecce lui avesse sempre trovato la situazione noiosa: per un Warframe in grado di dissolversi in acqua la pesca non era un gran divertimento, così aveva speso buona parte del tempo a terrorizzare gli ingenui pescatori di Ostron, levandosi sul pelo dell’acqua come un grottesco demone o assumendo la forma di kraken.

Il tenebroso e riflessivo Hydroid, orfano delle lunghe conversazioni col saggio Oberon, aveva scoperto il gusto del più banale scherzo, il valore della risata, il senso dell’umorismo. Ivara fingeva di arrabbiarsi quando veniva a sapere delle sue sciocchezze, ma era grazie a quelle sciocchezze che lui era riuscito ad andare avanti, a guardare la guerra con più distacco e disprezzo, senza troppi rimorsi per l’esilio. Ma incontrare un Warframe appena risvegliato aveva fatto rinascere in lui vecchie riflessioni e speranze, i ricordi del suo primo risveglio, la ricerca di un suo posto in quel mondo impazzito, i sacrifici, le lotte, i compromessi. Ora, perfino ritrovare il Cephalon Suda con la sua smania di ucciderlo – con motivazioni tanto futili che si perdevano in chissà quali episodi di sabotaggio ai suoi sciocchi piani – gli dipingeva sul volto un sorriso, e subito dopo un altro velo di preoccupazione, un oscuro presentimento.

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