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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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10. 

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Barigadu Segundo, sabato 24 aprile 1982

 

Ennio era uscito di casa di nascosto. Finito il pranzo aveva detto alla zia ch’era stanco e voleva riposare. Con la mamma non avrebbe potuto usare quella scusa, lei sapeva che c’erano poche cose che Ennio odiava di più dei riposini pomeridiani, quando si voleva solo sfogare da tutta la noia accumulata nelle ore di scuola. Dalla scomparsa di Fatima – esclusi i primi giorni di assoluto tormento – ad Ennio era concesso quasi tutto. Le botte prese dal trio di aspiranti calciatori aveva aumentato l’attenzione degli insegnanti nei suoi confronti. Meno attenzioni in termini di domande, rimproveri e compiti, ma più attenzione perché i compagni non gli dessero noie. La dispensa ricevuta su compiti in classe e a casa avevano però acuito gelosie e occhiate sprezzanti. Un cane che si mordeva la coda.

C’erano senz’altro aspetti positivi nella scomparsa di Fatima. Non gli era passato per la testa nemmeno una volta che alla sorella fosse successo qualcosa di brutto. Rideva sotto i baffi delle preoccupazioni degli adulti, come se Fatima stesse tirando a tutti un brutto scherzo.

Da quando Giuanna era scomparsa, Ennio aveva scoperto un lato di sua sorella che gli era sempre stato poco chiaro. Gli era diventata più simpatica, più interessante, e per la prima volta avrebbe voluto farle delle domande per sentire cos’aveva da dire, invece di zittirla.

Fatima era coraggiosa, e benché come Giuanna fosse una cocca delle maestre, sapeva disobbedire. A differenza di lui – che si credeva il più furbo – era anche brava a non farsi beccare. Gli eventi delle ultime settimane ne erano la prova. Fatima e Giuanna erano state alla diga da sole, avevano trovato un rifugio segreto in mezzo all’acqua, s’erano infilate in un tugurio puzzolente e lurido – in barba alla schifiltosità che d’ufficio i maschi attribuivano a tutte le femmine. Fatima e Giuanna conoscevano segreti che a lui – forse pure a tanti adulti – erano preclusi.

Ennio stava cambiando opinione soprattutto su Giuanna, che fino a qualche mese fa gli era sembrata solo una femminuccia insopportabile come tutte le altre. Per quante volte fosse venuta a casa sua – a cianciare con Fatima – Ennio non aveva idea di cosa passasse davvero in quella testa, non gliene era mai fregato. Ora si rimproverava quella scarsa attenzione, avrebbe potuto imparare qualcosa su di lei, carpire qualche segreto e svelare un pezzetto del suo mistero. Non lo consolava il fatto che i grandi – genitori, maestre, carabinieri e preti – non avessero idea dei segreti di quelle due. Anche se Ennio non sapeva quali, sapeva che ne avevano. E adesso ne aveva pure lui. Segreti veri, misteriosi, come forse ne aveva anche il Signor Flavio.

Il Signor Flavio se ne stava all’ombra di un oleandro in Piazza IV Novembre e s’era accorto di Ennio non appena aveva girato l’angolo. Sembrava che il vecchio aspettasse il bambino, e che fosse lì da molto tempo. Ennio sedette prudente sul gradino della piazza, facendo finta di niente. Ogni volta che si girava notava lo sguardo del Signor Flavio fisso su di lui. Se torni alla diga portati qualcosa d’importante, aveva detto. Dunque l’uomo sapeva che lui e Fatima c’erano stati e non aveva detto niente, o tutti i grandi intorno ad Ennio sarebbero venuti a chiederne conto. Forse il Signor Flavio non lo voleva mettere nei guai, ma non era così che ragionavano i grandi. Un grande avrebbe fatto la spia ai suoi simili, di questo Ennio era sicuro al cento per cento.

Ennio cominciava a sentirsi sudato per il sole che gli batteva sulla testa e sulla nuca, stava alzandosi per cercare ombra quando il Signor Flavio gli fece cenno con la mano che significava: vieni qui. Il bambino lo raggiunse, sedette culo a terra e gambe incrociate a metà tra l’ombra del vecchio e dell’oleandro. La piazza era deserta, ad eccezione di un merlo che zampettava litigando con una cartaccia. Il Signor Flavio iniziò a parlare solo quando l’uccello volò via, come fosse uno spione di cui liberarsi.

“Ti manca tua sorella?” esordì il vecchio.

Ennio ci mise un po’ a rispondere. Nella sua banalità, quella era l’unica domanda che non gli era stata ancora posta. Si chiese se gli mancava davvero, se non era contento che fosse scomparsa.

“Certo” disse Ennio. Non aveva previsto che la voce gli uscisse così rotta.

“Vuoi bene a tua sorella”

Ennio annuì.

“Le vuoi bene come a Gesù?”

Ennio si voltò a guardare il vecchio in faccia. Non ricordava d’averlo mai visto in chiesa. L’avrebbe notato di sicuro. Durante le funzioni Ennio s’annoiava e passava il tempo a guardare se c’erano altri annoiati come lui. Memorizzava le facce della gente, com’erano vestiti, se cantavano davvero o muovevano solo la bocca durante i cori, se si guardavano in cagnesco tra loro – gli adulti lo facevano spesso in chiesa. Pur non conoscendo i nomi di tutti quegli adulti, Ennio aveva imparato a riconoscerne le facce ed era abbastanza sicuro che quella del vecchio Flavio non fosse nel suo album di figurine da chiesa.

La domanda suonava strana da un uomo che non frequentava la chiesa. Volerle bene come a Gesù, si ripeté mentalmente Ennio. Fece di sì con la testa, convinto che fosse la risposta giusta ma al Signor Flavio non era piaciuta. Il vecchio aveva sbattuto gli occhi ed aveva tirato indietro la testa, un piccolo scatto del collo che significava stizza e che aveva imparato a riconoscere presto negli adulti. Ennio non cambiò subito la risposta, cercò quella corretta sulla punta delle scarpe, poi sul dorso delle mani, infine chiuse gli occhi e si umettò le labbra. Ripensò a sua sorella. Fatima arrabbiata. Fatima contenta. Fatima che lo prendeva a cuscinate la mattina per farlo alzare se sonnecchiava troppo. Fatima che gli rubava i biscotti e iniziava la lite mattutina, e poi gli spintoni alla fermata dello scuolabus, e lui che sbatteva apposta i piedi sulle pozzanghere per schizzarle le scarpe – cosa che la mandava ai pazzi. Era una rompiscatole, ma sapeva essere anche piuttosto simpatica. E Gesù? Gesù non c’azzeccava nulla con sua sorella, perciò ritrattò la risposta. No. Non le voleva bene come a Gesù.

“Sei sicuro?” incalzò il vecchio. Ennio annuì deciso. “E perché no?”

“Perché a Gesù gli vogliamo bene solo perché ci dicono che dobbiamo volergliene, ma si può fare finta e non me ne frega niente. A Fatima il contrario, facevo solo finta di non volergliene” Ennio non sapeva cos’altro dire, la voce gli si era rotta un’altra volta, senza che potesse farci niente. Era sull’orlo del pianto e non sapeva perché. Gli occhi s’erano bagnati e li asciugò in fretta perché il vecchio non li notasse.

“Perché prima mi hai detto un’altra cosa? Devi sapere perché dici le cose che dici, e devi sapere perché fai le cose che fai. Mi capisci? Sei un bambino grande. Anzi non sei più un bambino.”

“Voglio più bene a mia sorella” disse Ennio drizzando la schiena e annuendo a se stesso.

“Perché siete andati alla diga? Per cercare Giuanna?”

Ennio annuì. “Ci hai visti lì?”

“Sì. Da quando la figlia di Nanni è sparita passo sulla stradina in cima alla diga per controllare. Non serve a niente, sott’acqua ci sono le condotte forzate della centrale elettrica. Lo sai come funzionano? L’acqua ci entra dentro e cade a una forza tale da distruggere qualsiasi cosa. Se ci finisce dentro un corpo non ne resta niente.”

“Secondo te è successo così a Giuanna?”

“Io penso che i corpi che finiscono nel fiume non arrivano alle condotte. Si fermano prima, dove siete andati tu e tua sorella quel giorno”

“Nella stanza sottomarina?” chiese Ennio.

Il vecchio s’irrigidì un’altra volta. Non sembrava stizza stavolta. Era qualcos’altro.

“Allora esiste davvero” sussurrò Flavio.

Il bimbo annuì deciso. “Ci siamo entrati. Fatima è andata anche più sotto, in fondo alle scale. Io non ho fatto in tempo. Anzi, ho avuto paura”

“Però ne siete usciti, già questa è una gran cosa. E tua sorella ci è tornata?”

“Penso di sì”

“Ma non ne sei sicuro”

“Forse è andata a convincere Giuanna a tornare”

“C’era anche Giuanna in quella stanza? Ed era ancora viva?”

“Non lo so, io non l’ho vista. Forse Fatima l’ha vista, quando ha sceso le scale. Anche tu ci sei stato?”

Il Signor Flavio si grattò il collo e prese a sbottonare la camicia di flanella a quadri. La pelle scura era raschiata da tracce rosate più chiare, traslucide, una partitura di tagli ricuciti.

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>>> continua

 

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