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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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11. 

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Diga di Santa Chiara, pomeriggio del 2 luglio 1977

 

Flavio fu svegliato dal picchiettare delle gocce sulla fronte. Il mal di testa da dopo sbornia faceva di ogni goccia un colpo di martello. La sua testa aveva qualcosa di strano, era storta, il collo ritorto a schiacciare il mento contro la spalla destra. Il lato sinistro del torace e del collo ribollivano umidi come se la sua carne fosse una pentola traboccante di ragù. Quando Flavio fece per guardarsi intorno qualcosa di duro gli si conficcò sotto la mandibola, dita fredde premute sulla pelle, un ravanare umidiccio accompagnato da un rumore che ricordava la cena di Natale, un borbottio ciancicante, di chi suggeva e sezionava lembi di pelle e carne. Il corpo sembrava gliel’avessero smembrato: le giunture segate, i piedi separati dalle gambe, le cosce staccate dall’inguine vuoto, lo stomaco rivoltato e le braccia estirpate. Muovendo gli occhi Flavio riusciva a scorgere una bolla madreperlacea rigata da serpentine di capelli grigiastri, sotto i quali s’infossavano orbite di nero liquido che pulsava al ritmo del suono rosicchiante. Una voce parlava ma non voleva ascoltarla, Flavio serrò gli occhi e singhiozzò chiedendo pietà per la sua anima. Mentre stava inerme a farsi rosicchiare, la mente vagava. I ricordi si manifestavano senza soluzione di continuità passando da un’epoca all’altra, dal sé bambino coi giochi sciocchi e le prese in giro tra gli amici per strada, al sé adulto infatuato d’una ragazza vista solo di sfuggita in un caffè, per poi tornare all’adolescente e avanti fino all’anziano ch’era adesso, un brontolone inascoltato tranne che nei pomeriggi al bar circondato da uomini di dubbia intelligenza e fama.

La lucida testa china che sbuffava sul suo torace lacero, alitando e suggendo sangue e polpa, traslava l’immagine di se stesso fuori dal corpo e dal tempo, immortalando i lenti movimenti della sùrbile in un seicentesco dipinto di vanitas. Il corpo di Flavio era nudo e smunto, le ossa esposte sulla pelle, il pelo nero di cui andava segretamente fiero per non essersi ingrigito con l’età e che ancora lo faceva sentire giovane, era stato svuotato della sua nerezza e sostituito da una bigia e squallida lanugine. La figura che banchettava su di lui appariva altrettanto vecchia e scheletrica, consumata nelle scarne porzioni di pelle e ossa che mostrava sotto il vestito cencioso. Corrispondeva in modo mediocre all’idea solenne che Flavio aveva della mietitrice con falce e sudario. Si chiese se la morte non apparisse tanto più putrida e lercia quanto mediocre era stata la vita che veniva a prendersi. Forse la mietitrice indossava il sudario buono per i veri signori, e usava la falce per chi era davvero attaccato alla vita. Così non era per lui. La sua morte esprimeva miseria e un olezzo di foglie marcescenti.

A turbare Flavio, più dell’idea della morte in sé, era la lentezza con cui lo consumava. L’aveva sempre immaginava come lo spegnersi d’una luce improvviso, ora ci sei, ora non ci sei più, il picco di dolore d’un infarto, la straniante distorsione percettiva di un ictus che svuota il corpo e lo lascia stecchito a terra. Non aveva mai pensato di poter morire consumato così lentamente, ed aver tanto tempo per rifletterci – pur nella fitta nebbia che avvolgeva ogni pensiero – gli dava un disagio nauseabondo e un eco di rabbia per la sua impotenza. Più della pelle esposta al freddo dell’antro sgocciolante, i cui contorni restavano invisibili agli occhi stanchi, a farlo sentire nudo era una sensazione mancante localizzata sul collo, un fastidio che l’accompagnava ogni giorno della sua vita e che pure gli dava sollievo. Gli mancava il fastidio e il conforto d’una catenina d’argento annerito e dal pendaglio rotondo, ricordo della madre defunta troppo giovane. La sùrbile gliel’aveva tolta. Flavio concentrò tutte le forze sul braccio destro e allungò la mano a cercare il conforto del monile, vibrando d’ira – per quanto poteva nel suo stato di prostrazione – mentre tastava il proprio collo nudo. Avrebbe voluto dirle: ridammela. Schiuse le labbra, fece un soffio, compose la parola ma non era sicuro d’aver prodotto il suono.

Disturbata nel pasto, la sùrbile si levò sbavante a scrutare negli occhi di Flavio il motivo di quella ritrovata energia. Lei parlò di nuovo, e di nuovo Flavio rifiutò la voce e le parole. Papille invisibili s’erano chiuse in fondo alle orecchie dell’uomo, rivoltando le sillabe a testa in giù e smussandone gli accenti e le rime, facendo d’ogni suono un blaterare straniero. Mentre le dita di Flavio annaspavano in cerca del pendaglio, quella caricatura umana di stracci e carne gli picchiettò sul dorso della mano per tranquillizzarlo, alitandogli sul volto un fetore di carne avariata. Flavio cercò di urlare ma dalla bocca gli uscirono flutti d’acqua sporca. Mentre boccheggiava nell’acqua emersa dal suo stesso stomaco, gli occhi roteanti gli si riempivano di piccole facce che pendevano da una vòlta, come tanti spettatori efebici riflessi su bolle di schiuma giallastra, una torma d’infanti i cui volti disegnati erano punteggiati di muffa e chiazze d’umido.

 

Flavio si destò in riva al fiume stordito dal frinire dei grilli, zuppo di fango, limo e sangue. La pelle sfilacciata dal mento a fin sotto la clavicola ricadeva come un cencio smangiato. La carne viva brillava sotto la luna piena. Mentre risaliva il declivio l’insensibilità regalatagli dall’acqua fredda scompariva accendendo un fuoco di dolore sulle carni esposte mentre il dondolio della catenina gli mandava stilettate. Flavio tastò il collo e ritrovò il ciondolo di sua madre. Lo tolse e se lo rigirò tra le mani. Era l’unica cosa che indossava. Lo baciò e lo strinse forte, attingendovi la forza per allontanarsi dall’acqua e dai rimasugli di quel brutto sogno.

 

>>> continua

 

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