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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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9. 

 

Diga di Santa Chiara, 25 marzo 1982

 

Fatima se ne stava rannicchiata in riva al fiume, curva sulle ginocchia abbracciate. Teneva tra le dita la foto in cui si stringeva a Giuanna. Per pochi giorni, quella era stata la sua foto preferita, la solida prova della loro amicizia. Ora cominciava a pensare che quell’amicizia non fosse ricambiata. Giuanna aveva deciso di vivere sotto il fiume insieme alla sua nuova amica. Fatima non era arrabbiata, solo delusa. Lo capiva, per lei che aveva solo nove anni, l’amicizia di una ragazza come Giuanna che ne aveva undici era importante, qualcosa di cui essere fiera e che le compagne di classe le invidiavano. Chissà quant’era importante per Giuanna avere un’amica ancora più grande di tutte e due, una capace di cose incredibili come non se n’erano mai viste. Certo era meglio di un’appiccicosa bimbetta di nove anni, con un fratello rompiscatole che rovinava sempre i loro giochi e i loro momenti speciali.

Fatima lanciò un sasso in acqua, poi un altro, cercando di farlo rimbalzare. Almeno a questo era servito Ennio: insegnarle come far rimbalzare i sassi a pelo d’acqua. Se solo avesse scorto quell’apertura nel blu notte increspato del fiume, magari avrebbe centrato il buco e Giuanna sarebbe venuta fuori. Ma il buco non si aprì, ed aveva paura di andarci a nuoto senza vedere distintamente il punto d’ingresso.

Fatima chiamò Giuanna, con poca convinzione, non voleva disturbare. Nella sua testa fece molte promesse all’amica. Promesse di fedeltà e lealtà, di aiuto e sacrificio. Chiamò ancora, lanciò un altro sasso, e si scoprì furiosa. Scaraventò il sasso più grosso che le sue braccia potessero alzare, accompagnando il tonfo dell’acqua con un grugnito di rabbia. La sua cosiddetta amica l’aveva rimpiazzata. Bruciava d’invidia, amareggiata, impotente e stupida. Una bambina troppo piccola e ingenua con cui un’undicenne in gamba come Giuanna non aveva più tempo da perdere. Fatima gridò ancora il nome dell’amica, impetuosa, poi si calmò e gemette. Calde lacrime le solcarono il volto, giù sul mento e a cadere tra i piedi zuppi, mezzi affondati nella melma sulla riva.

Le lacrime di disperazione mutarono in gioia quando Fatima vide la sagoma ergersi in superficie, come una ninfa dai capelli corvini e la pelle madreperlacea.

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>>> continua

 

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