Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro
​​
12.
​
Piazza IV Novembre - Barigadu Segundo, sabato 24 aprile 1982
Ennio fissava il collo macilento del Signor Flavio. Dalla camicia aperta del vecchio, la pelle affastellata come carta crespa sembrava una toppa mal cucita.
“Ti fa male?”
Il vecchio scosse la testa. “Ormai è guarita. Vuoi sapere come è successo? Qualche anno fa sono caduto nel lago perché mi ero ubriacato, e sono quasi affogato.” L’uomo torturava tra le dita la catenina che segnava una linea rossa ai lati del collo escoriato.
“Sono allergico all’argento” disse “ma non me la sono mai tolta.”
Flavio sfilò il ciondolo dal collo, lo fece oscillare davanti agli occhi del bimbo e lo lasciò cadere tra quelle piccole mani a coppa.
“E’ un portafortuna?”
“E’ solo un ricordo, ma molto importante. Era di mia madre. Tu ce l’hai una catenina?”
Ennio sfilò la sua, una fine catenina d’oro e per ciondolo un crocifisso con un minuscolo Cristo.
“La scambieresti con la mia?”
Il bimbo guardò il monile d’argento del vecchio e fece spallucce.
“Se non vuoi fare scambio” disse Flavio “te la posso pagare. Me la dai per diecimila lire?”
Gli occhi di Ennio si sgranarono. La banconota più grossa che gli fosse mai capitata tra le mani era quella da cinquecento lire. La custodiva gelosamente nel salvadanaio di legno intagliato a forma di fungo, piegata in otto e ridotta sino a un quadrato verdastro. Gliel’aveva regalata la nonna materna, di nascosto dai genitori.
“Me li dai davvero?”
Il vecchio sfilò il portafogli e mostrò la banconota, il bambino era estasiato.
“Allora affare fatto? Diecimila per la catenina?”
Ennio annuì ma subito le sue speranze furono deluse. Il Signor Flavio richiuse il portafogli e gli prese pure il ciondolo d’argento dalle mani.
“Lo vedi che alla tua non ci tieni. Io questa non la darei a nessuno, neanche per un milione”
Ennio fece un verso d’incredulità, una e prolungata e greve.
“Ci puoi contare, neanche per tutto l’oro del mondo. La tua croce d’oro sicuramente costa più della mia corbula d’argento, ma non la scambio.”
“Che cos’è una corbula?”
Flavio espose il suo ciondolo sul palmo raggrinzito e con l’altra mano disegnò una spirale a mezz’aria.
“Questa è la corbula. Si chiama come quei cestini di rafia, ne avrai visti a casa di tua nonna. Prima li usavano per metterci il pane, adesso la gente li appende alle pareti per bellezza, ma qualcuno li usa ancora. Vedi il ciondolo? È lavorato a spirale come un cestino in miniatura. Mia mamma lo indossava al suo matrimonio e quando sono diventato maggiorenne me l’ha regalato. Anche a me, per il battesimo, avevano regalato un crocifisso come il tuo. A Barigadu si usava regalarlo soprattutto ai maschi per proteggerli, alle femmine di solito si regala il pinnadellu, quella perlina nera, hai presente? Scommetto che anche tua sorella ne aveva una.”
Ennio annuì, e gli sovvenne che tutte le donne della famiglia ne portavano uno uguale.
“Si usano contro il malocchio. Dicono che la perla si stacca quando assorbe un maleficio e se ne regala un’altra, ma sono tutte scemenze, come le catenine col Cristo. Sai quanti di quei bambini annegati avevano il crocefisso come il tuo? Tutti ce l’avevano, e non servono a niente, anche se la gente continua a regalarli.”
Ennio annuì ancora. Non capiva dove il vecchio andasse a parare, tornò ad indossare il suo crocefisso e lo guardò con ancor meno apprezzamento di quanto ne avesse prima. Anche il Signor Flavio indossò il suo ciondolo e richiuse la camicia.
“Io non lo so cosa esiste e cosa no” disse il vecchio “so che quando sono caduto nel fiume stavo per morire, ma non volevo andarmene senza la catenina di mia madre. Morire non mi importava, se potevo tenerla in mano mentre me ne andavo. Gli uomini sono stupidi, si inventano un sacco di cose, ed io non lo so cosa mi è successo quel giorno. Quando sono uscito dall’acqua avevo solo questa catenina. Non un crocefisso benedetto o un pinnadellu contro il malocchio, solo un ciondoletto a forma di cestino che era tutto fuorché santo, impregnato com’era delle bestemmie, del sudore delle sbronze e dello schifo della mia vita. Ma era un ricordo di qualcosa di importante e di bello, come un chiodo che ti tiene appeso quando non hai la forza per tenerti in piedi.”
Flavio si zittì pensando d’aver fatto un discorso troppo serio e lugubre per un bambino, eppure gli occhi di Ennio erano rimasti vigili.
“Tu te la senti di tornarci? Alla stanza sott’acqua?” chiese il vecchio. Ennio annuì con calma, fissandolo negli occhi. Se avesse avuto paura avrebbe abbassato lo sguardo. Un po’ ne aveva, ma era quel tipo di paura che si combatte dopo, a cose già in corso. Non era il tipo di paura che fa dubitare di sé stessi e del proprio coraggio, che ti tiene lontano dai guai.
“Ce l’hai una cosa a cui tieni, da portare con te?”
“Un portafortuna?”
“Qualcosa di più importante, non una cosa che hai paura di perdere perché mamma e papà ti sgriderebbero. Parlo di una cosa che se qualcuno te la portasse via la rivorresti indietro, perché sei tu che ci tieni. Qualcosa che se ti avessero rubato quei ragazzini che t’hanno picchiato l’altra volta, tu gli salteresti al collo per riempirli di botte, senza avere paura di farti più male. Capisci cosa voglio dire?”
Ennio chinò la testa cercando la risposta sulla punta delle scarpe. Ripensò alla ripassata di calci che aveva incassato dai compagni di scuola e più che ad un oggetto pensò alle prese in giro più insopportabili, quelle per cui avrebbe attaccato a testa bassa senza paura delle conseguenze. Non era un rissaiolo, ma da che Fatima era scomparsa aveva scoperto nuove forme e livelli di rabbia, come aveva scoperto nuove forme d’infamia in chi lo circondava. Cacciò la mano in tasca e tirò fuori la foto di Fatima, se la rigirò tra le dita e poi la mostrò al vecchio.
“E’ tua sorella?”
Ennio annuì.
“E’ solo una foto. Ne avrai altre come questa”
Nella famiglia di Ennio nessuno aveva la macchina fotografica. Avevano pochi album con foto di matrimoni e battesimi, foto di classe a fine anno, ma nessuna in cui lui o Fatima fossero ritratti in solitaria. Ennio aveva visto gli album di un amico ed era rimasto affascinato e invidioso: foto in costume a carnevale, scatti vacanzieri, o semplici momenti di vita famigliare come un pranzo, un compleanno, un’uscita al parco giochi. Quella polaroid poteva essere l’unica foto decente e recente di sua sorella. Gli venne in mente di quella volta in cimitero nel giorno dei morti, con la mamma a pulire le lapidi dei parenti e lui e Fatima a passeggiare nei vialetti delle tombe a fare le loro gare: quella a chi trovava i nomi più strani, o le date di morte più recenti o più vecchie, oppure la caccia alle facce più buffe sulle fotoceramiche. Fatima aveva scoperto una foto ch’era rimasta impressa ad entrambi, quella di un signore fotografato nella bara già morto. La mamma aveva spiegato che poteva capitare, soprattutto in passato, che una persona non avesse foto recenti da mettere sulla tomba e allora si scattava la foto al morto prima di chiudere la bara.
Se Fatima era morta, quella che teneva in mano era la foto migliore possibile. Facendo una cernita mentale delle loro foto d’infanzia – pochissime – non ce n’era un’altra in cui sua sorella sembrasse tanto bella. Si stupì di quei pensieri e sentì torcersi le budella in un malessere misto a senso di colpa.
“Se ci tieni davvero può essere una buona scelta” disse Flavio “portala con te.”
“Tu mi accompagni?” chiese Ennio.
Flavio lo fissò in silenzio, cercando di decifrare le intenzioni negli occhi del bimbo. La domanda non era supplichevole né intinta di speranza. Era solo una domanda, non una richiesta. Un rifiuto non avrebbe spento l’istintivo coraggio del bambino. Quel che chiamiamo coraggio è una forma d’ignoranza e di sincera follia, pensò il vecchio. E’ facile essere coraggiosi quando non sai cosa ti aspetta, o forse il vero coraggio è non curarsene affatto. Flavio invece sapeva cosa l’aspettava sott’acqua, e che fosse la verità d’un orrendo ricordo o soltanto un incubo da sbronza, non aveva la minima intenzione di affrontarlo di nuovo.
“Alla mia età un uomo deve sapere che cos’è, ed io sono un vigliacco. Pensa che non mi sono mai sposato perché sono stato un vigliacco con la donna che mi piaceva, e se l’è presa un altro. Sono sempre stato un vigliacco in tante cose, sia piccole che grandi. Io parlavo e mi lamentavo delle cose ma non facevo mai niente, perché non so fare niente. Non divento un eroe alla mia età. Ho guardato i bambini scomparire per tutta la vita, come hanno fatto tutti gli altri vigliacchi intorno a me. Ci devi andare da solo perché a nessuno gliene importa davvero, nemmeno ai tuoi genitori. Andranno in chiesa a ringraziare Dio che gli sei rimasto tu e pazienza per tua sorella. Così pensano loro, te lo dico io. Poi la scusa che ci sei tu la useranno per non fare niente. Non gli servirà neanche il prete per farsi assolvere, si assolveranno da soli. L’ho già visto succedere, tante volte, tante che sono abituato e non mi fa neanche più schifo. È così che va. Loro andranno avanti come tutti gli altri, a pensare che quanto si dice sul fiume sono superstizioni da vecchi rincoglioniti come me, che tanto non crede più nessuno. Tempo qualche mese e sarà come se non fosse mai successo. Tua sorella e quell’altra bambina, Giuanna, dimenticate come tutti gli altri. Magari ai tuoi genitori farà anche comodo per giustificare le sbronze che si prenderanno, così la gente li compatirà e non parlerà troppo male di loro. Tuo babbo la picchia tua madre? Adesso ha c’ha la scusa. E tua mamma avrà la scusa che ci sei tu per stare zitta e fare finta di niente, ingoiare amare e fare la vigliacca pure lei. Noi di questo paesino continueremo ad invecchiare, a passare sulla tangenziale guardando il fiume di traverso senza pensare a quella cosa in agguato che potrebbe divorarci tutti, e le lasceremo masticare i nostri figli e nipoti così che noi possiamo continuare a tenerci stretto questo squallore che ci raccontiamo essere oro. Guai a raccontare dell’orrore, guai si pensi che non viviamo nella terra promessa, la più linda e desiderabile del mondo, la terra selvaggia e bucolica, immacolata, santificata e glorificata dal Signore. Tutti a cantare osanna nelle processioni e festicciole paesane dove la nenia delle vecchie vacche che ci hanno messi al mondo si mischia coi rutti dei banchetti e le bestemmie di qualche rissa. Poi ci diremo che facciam così solo per avere qualche peccato da confessare al prete, ché altrimenti saremmo pii e puri.”
Ennio aveva smesso di ascoltare quando il Signor Flavio aveva detto d’essere un vigliacco. Anche se lì per lì l’aveva fatto arrabbiare, l’aveva anche fatto sentire più coraggioso. Ennio si alzò e lo salutò educatamente. Si diresse verso il bar e chiese all’uomo seduto accanto alla radio come se la cavava Villeneuve. Gilles era coraggioso e forte, se Ennio fosse stato come lui le cose sarebbero andate bene. L’uomo non gli rispose, concentrato com’era sul suo boccale di birra.
“Parte terzo” gli disse un signore rannicchiato in un angolo, il volto nascosto da un giornale con le pagine rosa. “Ma la gara è domani.”
Ennio ringraziò e attraversò la piazza e s’incamminò per la via Roma. Terzo, pensò, era un’ottima casella di partenza. Avrebbe certamente vinto da quella posizione. La cosa gli dava speranza. Niente era perduto. C’era sempre tempo per rimettere a posto le cose, sia per lui che per Gilles. La stagione della Ferrari era iniziata male ma quella era la volta buona per Gilles. Ripescando dalla memoria gli spezzoni di gara visti alla tv, s’immaginava la Ferrari numero ventisette scattare meglio di tutti, passare in testa e volare verso la gloria. Disegnando le traiettorie della Rossa nella mente, Ennio prese a fantasticare di una gara per le vie di Barigadu Segundo, il rombo dei motori per quelle strade sconnesse, con gli avversari della Ferrari a rompere le sospensioni uno alla volta. Allungando il passo e poi correndo, Ennio vedeva Gilles Villeneuve sorpassare alla curva a gomito di via Dante, accelerare per lo stretto curvone di via Matteotti e giù verso il rettilineo per la tangenziale. I piedi di Ennio pestavano nella corsa al ritmo del sei cilindri Ferrari, il sangue come benzina e il respiro un soffio di gas di scarico senza fumo. Dal profilo dei cespugli e delle siepi di fichi d’india spuntò l’alto muraglione della diga, come spalti da colosseo di un pubblico di spiriti bambini che faceva il tifo per lui, perché Ennio riportasse sua sorella a casa. Frenò un poco presso il sentiero sterrato – un fuori pista necessario per giungere al traguardo – accelerando verso la casa del capocentrale e più in là al grande nero bluastro del fiume piatto e scuro come una pista d’asfalto. Lì da qualche parte c’era la botola che inghiottiva ogni luce e suono, avvolgendosi in un mulinello che sorbiva verso il fondo.
​
>>> continua