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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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13. 

 

Diga di Santa Chiara, sera del 25 marzo 1982

 

Fatima era gelata. I vestiti zuppi. La schiena scossa dai brividi. I piedi nudi, aveva perso le scarpe. No. Non le aveva perse. Le aveva sentite scivolare via, le erano state sfilate. Era successo mentre dormiva ma il corpo lo ricordava, come testimoniava la pelle raschiata dietro i talloni. Le gambe erano avvolte da qualcosa di freddo e filamentoso. La schiena premuta contro un bancone di legno umido, ogni vertebra schiacciata come se un peso invisibile gravasse sulla superficie del corpo, dal bacino al collo. Le braccia sembravano svuotate, prive di peso e come pronte a staccarsi all’altezza della spalla. La sensazione più strana veniva però dagli occhi, disallineati, forzati a uno strabismo innaturale. Immaginò d’essersi trasformata in un camaleonte, capace di ruotare gli occhi in direzioni diverse, solo che il suo cervello non riusciva a capirci qualcosa e tenere gli occhi aperti le dava la nausea. Ne chiuse uno – il sinistro – e fece lunghi respiri, mentre riprendeva coscienza del proprio corpo, scosso dai brividi di freddo e picchiettato da gocce d’acqua che le cadevano addosso.

Fatima non era spaventata. Doveva trattarsi di un sogno. La visione del volto dell’amica Giuanna, china sul suo occhio destro, le diede conforto. Poi qualcosa costrinse Fatima ad aprire l’occhio sinistro, due dita gommose che non appartenevano alla sua amica ma ad una presenza sullo sfondo. Fatima ne aveva avvertito la presenza ancor prima di distinguerne il contorno, comunque difficile da inquadrare per i suoi occhi incrociati. Quel che restava di un volto emaciato, composto da un ammasso di pelle posticcia e capelli annodati a comporre una tiara sulla fronte glabra, si sovrapponeva all’espressione fredda di Giuanna.

Fatima sussurrò il nome dell’amica. Giuanna la fissava, il volto indurito, come scolpito nel legno. Quando parlò le sue labbra si mossero appena.

“Perché sei tornata? Ti avevo detto di non farlo. Di tenere chiusa la di bocca e pensare agli affari tuoi. Ti avrei lasciato tuo fratello, adesso invece sarà il primo che prenderò.”

Fatima capì che non era un sogno. Giuanna le premeva il palmo sulle labbra, facendole segno di stare zitta. “E se adesso urli, lo farò anche soffrire.”

Giuanna liberò le labbra della cosiddetta amica, le diede un pizzicotto sul mento che in altro momento sarebbe stato un gesto d’affetto. Non adesso. Non in quel tugurio umido e sgocciolante, dove il pallore dei rispettivi volti sembrava l’unica fonte di luce.

Giuanna s’infilò indice e il medio tra le labbra, tirando lentamente fino ad estrarre, con le dita chiuse a forbice, un filamento di capelli arricciati dal fondo della gola. Fatima sgranò gli occhi tanto a lungo da sentirli bruciare. Le palpebre si rifiutavano di nasconderle quello spettacolo rivoltante. Avrebbe urlato se un rigurgito di succhi gastrici non le avesse ucciso il suono a metà strada.

Giuanna osservò il groviglio di capelli come qualcosa di prodigioso di cui andar fiera. Arricciò le estremità tra gli indici della mano destra e della sinistra, poi sedette a cavalcioni sul ventre di Fatima.

“Ti ricordi l’anno scorso” fece Giuanna “quando hai rubato da scuola quel panetto di argilla e l’hai portato a casa mia?”

Fatima lo ricordava. Era stato uno dei momenti peggiori della loro amicizia. Fatima aveva modellato una statuina e Giuanna ci aveva appiccicato un ricciolo d’argilla a mo’ di pisello. Giuanna s’era messa a ridere in modo tanto sguaiato da attirare l’attenzione della madre. La Signora Luisa aveva subito accusato Fatima e l’aveva presa a schiaffi rispedendola in lacrime a casa sua.

“Oh non pensavo a quello” sogghignò Giuanna leggendole nel pensiero la vergogna di quel giorno. “Mia madre ha buttato la statuina nella spazzatura ma io l’ho ripresa di nascosto e l’ho modellata di nuovo come l’avevi fatta tu, senza aggiungere niente di vergognoso. Te la volevo riportare l’indomani, ma ho perso un capello che si è appiccicato alla faccia della tua statuina, ed ho visto che la tagliava come un coltello. Allora ho scoperto che con un capello, spingendo piano piano, potevo tagliare l’argilla. A quella sgorbia statuina ho tagliato la testa.”

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>>> continua

 

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