top of page

Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

​​

14.

​​

Diga di Santa Chiara, sabato sera del 24 aprile 1982

 

Ennio non ricordava nemmeno come ci fosse finito dentro. L’ultimo ricordo che aveva erano i piedi zuppi in riva al fiume, poi un’onda anomala l’aveva sommerso, accecandolo con spruzzi d’acqua gelidi e pungenti. Adesso stava a faccia in giù, in una posizione scomoda, con scarsa coscienza del proprio corpo. Ci mise un po’ a rendersi conto che aveva mani e piedi legati da fasci di fili sottili, che mandavano fitte ad ogni tentativo di liberarsi. Somigliava al dolore di quando sua sorella perdeva un capello e a lui finiva in un calzino, e camminando gli strizzava l’alluce ad ogni passo.

Con fatica riuscì a mettersi seduto. Aveva i pantaloni zuppi e una scarica di caldo lo fece sudare di vergogna. Pensò d’essersela fatta addosso ma si accorse che tutto il pavimento era umido, tempestato di rigagnoli. Non c’era puzza di pipì e ne ebbe un tale sollievo da non accogliere con terrore la forma grottesca che sedeva a pochi passi da lui. La creatura sembrava un incrocio tra quel che restava di una donna e un agnello con la rogna, col muso allungato e la testa spelacchiata; la schiena ingobbita e il collo allungato mentre le braccia – zampe? – esili, scheletriche, finivano con mani dall’aspetto poco di umano. Benché ritorte, le dita si muovevano sinuose, come stessero tessendo.

“La stria” sussurrò Ennio, con un fremito dallo stomaco alla mascella. La creatura si cullava su un giaciglio di coperte zuppe e ad ogni movimento l’acqua pulsava dalle coste di lana. Emetteva un soffio da gatto spaventato, irregolare. Sembrava sofferente ed Ennio fu sul punto di provare pena, poi notò il sangue sui polsi. Ne sgocciolava un poco anche dal mento arrossato, l’unica nota di colore nella scala di grigi ch’era la sua pelle e i suoi stracci. Ennio seguì la traccia rossa tra i rigagnoli, colmava la distanza tra sé e la creatura come un filo. Solo allora s’accorse del bruciore al collo, vicino alla clavicola, e che l’umidore sulla maglietta stracciata non era di sudore e acqua ma di sangue e pelle sbrindellata. Un moto di rabbia e di terrore lo scosse, cercò di alzarsi in piedi ma le caviglie legate erano strozzate in un fascio di lame. Inciampò e cadde in avanti, ancor più vicino alla creatura, sul punto di baciarle quei piedi – zampe? – simili a rastrelli a ventaglio.

“Stai buono” ridacchiò la sùrbile “non ti mangio mica”

La strega l’afferrò con un gesto rapido e violento, rimettendolo a sedere come se Ennio fosse un bambolotto privo di peso. Era più forte di quanto l’aspetto cadente e le braccia secche lasciassero intendere.

“Fatti guardare” disse la sùrbile con tono gentile “sei un così bel bambino”

Nonostante la repulsione, Ennio non poteva fare a meno di guardare il volto della strega. Il cuore gli batteva in gola, lo sentiva pulsare sul collo, alle tempie e fin dentro le orecchie. Si guardò intorno, ruotando gli occhi ad esplorare la sua prigione. Non sembrava una vera e propria stanza poiché i muri non somigliavano a quelli di una casa o di una cantina normale. Le pareti non avevano spigoli netti, ad angolo sul pavimento, erano curvi. Dava l’idea di star dentro una vescica, così come Ennio l’aveva vista nell’appendice di scienze del sussidiario scolastico.

“Hai finito?” disse una voce fredda e giovane, femminile.

Ennio trasalì. D’istinto chiamò Fatima ma la strega lo zittì.

“Tua sorella dorme” disse con tono viscido, il suono strascicato simile a qualcosa di melenso che gli gocciolava nelle orecchie, tutt’altro che dolce.

“Quanto ci vorrà ancora?” di nuovo la voce della giovane. Vibrava in modo strano, l’atmosfera vaporosa attutiva i suoni. Ennio cercò la fonte e la trovò nell’ombra che si muoveva oltre la scaffalatura che divideva l’ambiente in due. Il mobile appariva malfermo e consumato, di legno marcio, zuppo, e zeppo di barattoli di dimensioni variabili che mandavano riflessi giallastri.

“Ci vuole il tempo che ci vuole” disse la sùrbile all’ombra dietro lo scaffale, poi avvicinandosi a guardare più da vicino il volto di Ennio. “Non ho più la vista di una volta” disse al bimbo con tono complice, come se il sangue che le bagnava il mento non venisse dal collo di lui. “Vuoi darmi un parere? Ti somiglia?”

Nella mano ossuta della strega Ennio vide un’icona ovale, un ritratto in cui faticava a riconoscere il proprio volto. Era disegnato a mano ma sembrava una di quelle foto antiche e sfumate nelle lapidi al cimitero. Ennio annuì, spaventato da cosa sarebbe accaduto in mancanza di un apprezzamento.

“Non devi fare complimenti” disse la stria “se non ti piace posso sempre rifarlo, ma ho paura che dovrò assaggiarti ancora un pochetto”. Fece una risatina raschiata e indicò qualcosa sopra la testa di Ennio. “Guarda”

Ennio non riuscì a capire cosa indicasse la strega. Lei l’afferrò per la mascella e gli forzò la testa in su. La torsione del collo e la tensione dei muscoli fu una tortura. Al bambino ci volle un minuto per capire cosa stesse guardando. La parete sopra la loro teste era costellata di ritratti in miniatura, simili a quello che la stria aveva appena realizzato per lui. La maggior parte erano consumati dall’umidità e dal tempo, ma i volti più in alto erano ben delineati, forse perché più recenti.

“Esiste l’albero della vita” disse la sùrbile “e poi c’è l’albero della morte”

La moltitudine di facce, come foglie, creava un’ampia chioma che ricalcava appunto la forma di un grande albero, steso su tutta la parete.

“Ma il mio albero si sta seccando, sono troppo vecchia. Ne stiamo iniziando uno nuovo. Il tuo visetto lo incolliamo dopo” disse la sùrbile con dolcezza, allungando il braccio a porgere il ritratto di Ennio alla sagoma emersa da dietro lo scaffale. “A te ci pensa lei.”

Ennio alzò gli occhi e vide il volto di Giuanna, l’espressione sprezzante incorniciata nei capelli corvini bagnati e sgocciolanti.

“Dov’è Fatima?” strillò Ennio, prima con spavento e una seconda volta con più vigore.

“Hai sentito la mia maestra. Tua sorella dorme” Giuanna prese un barattolo dallo scaffale e l’avvicinò al volto del bambino “le vuoi dare la buonanotte?”

Dentro al barattolo, con gli occhi chiusi, ingiallita dal liquido in cui era immersa, c’era la testa di sua sorella. Fatima non aveva più i capelli, tagliati in malo modo da mani poco esperte. Ennio non pianse, non reagì nemmeno. Il cervello rifiutò quanto aveva visto, poi il corpo si afflosciò lentamente, raschiando la spalla e il braccio contro quel muro umidiccio. Era come se gli organi interni gli fossero stati risucchiati verso il basso, con lo stomaco sprofondato tra le viscere e giù verso la vescica che si svuotava scaldando per un istante le gambe prive di forze. Ora se l’era fatta addosso sul serio, ma non provava vergogna. Ennio non riusciva a provare niente. Il risucchio del magone sembrava trascinargli il cervello e gli occhi giù per l’esofago, in una vertigine che toglieva ogni rigidità al corpo. S’era così ritrovato faccia a terra, a fissare il barattolo con la testa di sua sorella che Giuanna si era curata di piazzargli sott’occhio, perché gli facesse compagnia.

Giuanna s’era seduta a gambe incrociate nello spazio tra la testa in barattolo e la strega sullo sfondo. La sùrbile era tornata a soffiare come un gatto, spiri sottili con pause sempre più lunghe tra uno e l’altro. Giuanna stava ritagliando qualcosa, un cartoncino nero contornato di bianco. Le forbici nella sua mano scintillavano d’una luce fredda, lunare. Estratta una forma rotonda dal centro della foto lasciò cadere l’inutile contorno sul pavimento. Ennio si riscosse alla vista della sua preziosa foto rovinata: restava la vegetazione sullo sfondo e quella scritta sulla banda bianca inferiore, quell’ultimo messaggio di sua sorella che recitava “non dire niente”. Ma al centro, sopra la maglietta chiara e quel mezzo centimetro di collo, al posto del volto sorridente di Fatima era rimasto solo un cerchio vuoto.

“Tua sorella non ti voleva bene abbastanza” disse Giuanna “altrimenti mi avrebbe ascoltata. È sempre stata testarda, e troppo ingenua. Io le volevo bene, ma voglio più bene a me stessa. È un onore per voi due essere i primi del mio albero.”

Giuanna scorse col dito tra un ramo e l’altro dell’albero della morte. Su una delle fronde più alte c’era una foto ritagliata del suo stesso viso. Si tagliò un sottile treccino che le cadeva dalla tempia e lo tese a cominciare un nuovo ramo centrale.

“Dov’è finita la mia macchina fotografica? Scommetto che l’hai presa tu. È a casa tua vero? Troverò il modo di riprendermela. Non sono mai stata portata per il disegno, mi sembra una perdita di tempo se basta fare una foto.”

Giuanna passò il ritaglio del volto di Fatima lungo le sue ciocche, strizzandole s’impiastricciò le mani d’un vischio trasparente e lo usò per incollare la foto sul nuovo ramo. Le forbici le scivolarono dalle mani viscide e si piantarono sul pavimento, a un soffio dallo zigomo di Ennio che ebbe un sussulto. Per poco non gli aveva cavato un occhio, ma allo spavento seguì uno strano sollievo, la stretta sulle caviglie era allentata.

“Beh? L’hai finito il ritratto?” chiese Giuanna alla sùrbile. Quella non rispose. Dormiva. La ragazza aprì le mani della strega e osservò il ritratto di Ennio, lo rimirò accostandolo al volto pallido del bambino. “Ti somiglia a malapena” fece con dispregio “devo assolutamente riprendermi la Polaroid”. Stava incollando la miniatura quando la strega si ridestò dal torpore.

“Cosa fai?”

“Attacco le facce come mi hai detto”

“Ma no. Prima devi ammazzarlo. Lasciami recuperare le forze e lo mettiamo sul tavolo”

Scosso dalle parole della strega Ennio trovò la forza di muovere le mani, e come le caviglie l’istante prima, sentì i polsi non più stretti da quei legacci taglienti. La strega se ne accorse e s’irrigidì come un gatto sorpreso da una potenziale minaccia.

“Perché l’hai liberato? Che capelli hai usato?”

“Quelli della sorella”

“Perché non hai usato i tuoi? Cos’hai combinato?” la sùrbile caracollò in avanti, affondando le dita sulla parete, artigliando le vecchie foto sbiadite e issandosi sulle gambe malferme. Puntò il dito verso la foto di Fatima appena appiccicata in cima all’albero della morte.

“Dove l’hai presa questa?”

“Ce l’aveva lui in tasca”

“E gliel’hai presa? Restituiscigliela!”

Giuanna non ebbe il tempo di replicare né di rendersi conto che Ennio aveva raccolto le forbici dal pavimento e gliele aveva piantate nella caviglia. La ragazza cadde in ginocchio con uno strillo mentre il bimbo si trovò a fronteggiare il volto deforme della strega. Accadde tutto in pochi istanti: Ennio agì d’istinto, afferrò la foto di sua sorella che invischiata com’era fece resistenza. La parete s’allungò come cingomma prima di strapparsi e zampillare acqua putrida. La strega s’avventò contro Ennio a suggere con le labbra raggrinzite e i denti marci dalla ferita aperta sul collo. Giuanna s’era strappata le forbici dalla caviglia e le brandiva per restituire il colpo, Ennio si sgattaiolò fra le due afferrando il barattolo con la testa di sua sorella, sbatté contro lo scaffale in mezzo alla stanza che si rovesciò in un fragore di legno e vetri. Dai barattoli infranti si liberarono le teste mozzate dei bambini in un effluvio di carne marcia.

Dall’albero della morte sgorgava un fiotto sempre più poderoso d’acqua e ossa, brandelli di vestiti colorati e scarpe di piccola taglia miste a pesci vivi e morti, limo verde e fango rosso. Le pareti e il pavimento si contraevano come uno stomaco in subbuglio. Oltre il tavolaccio in legno massello al centro della stanza, Ennio scorse un orifizio lucido di quarzite e muco. Non c’era altra via d’uscita, a meno di sfidare la corrente della breccia che vomitava liquami addosso alla sùrbile e alla sua apprendista. Ennio annaspò verso l’uscio lattiginoso, arrancò su per una rampa di scale mollicce e avvoltolate, composte di nodi fibrosi e tentacolari, boccheggianti e viscidi. Come un topo intrappolato nel vischio, allungandosi tra i fili collosi che gli si attaccavano a gambe e braccia, Ennio avanzò lottando con l’acqua che saliva ornata di volti disegnati e teste galleggianti finalmente libere dalla prigionia di vetro. Dita adunche e giovani gli grattavano i polpacci e i talloni mentre scalciava, rifiutandosi di nuotare a braccia per non separarsi dal barattolo con la testa di sua sorella. Vi rimase attaccato come fosse il suo salvagente, ed ebbe ragione, mentre il gorgo si faceva più turbolento emerse nella stanza la stanza al piano di sopra. Ennio riconobbe l’antro in cui era già stato una volta, s’infilò nel caminetto e l’acqua che spingeva copiosa dal fondo lo sputò in superficie in un fragore gloglottante di melma e teste in salamoia.

​

>> continua

 

©© Copyright
© Il Cantastorie Stonato - Racconti online by Quinto Moro
bottom of page