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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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15. 

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Diga di Santa Chiara, domenica 25 aprile 1982

 

La processione di fedeli che si incamminava verso la funzione delle nove del mattino, arricchita dalla piccola parata di funzionari comunali col sindaco in testa vestito di tutto punto e ornato di fascia tricolore, ammutolì dal vociare che l’aveva animata sino a un minuto prima. Il bambino era apparso in fondo alla strada come una figura spettrale, pallido e scalzo, il torso seminudo e lacero, le braccia strette a custodia d’un tesoro inestimabile. Nello stesso istante, dal lato opposto della strada, i carabinieri avanzavano di gran carriera verso il sindaco, seguiti da due donne gementi e piangenti in quella valle di lacrime. Erano la madre e la zia di Ennio, seguite a ruota dal padre e dallo zio, da nonna Iside e una vicina impicciona. Avevano il piglio di chi fosse pronto a rovinare la festa a tutti, ma l’animosità si spense tra pianti e applausi alla scoperta del bambino per strada. Il sollievo si fece subito orrore e sdegno quando il bambino mostrò il barattolo. Molti pensarono ad uno scherzo di cattivo gusto, e c’era già chi lanciava accuse d’indecenza e urletti di scandalo. Solo l’urlo disperato della madre convinse tutti che sì, quella era proprio la testa di Fatima, e non passò molto prima che il papà di Giuanna – già ubriaco – emergesse dalla folla per chiedere dove fosse sua figlia.

La gente del paese s’era trasformata in un amalgama, un corpo unico riversatosi nella navata centrale della chiesa dove c’era altro da discutere che della grazia di Dio. Il prete protestò per la presenza di quella testa in barattolo, per le bestemmie del papà di Giuanna e le liti che già scoppiavano tra chi domandava, chi rispondeva, chi accusava e chi invitava alla calma. Strizzati tra i fianchi ammassati degli adulti, i più perfidi tra i compagni di scuola di Ennio presero ad additarlo come colpevole, facendo correre la voce da una cappella all’altra che era stato lui a staccare la testa alla sorella e affogarne l’amica. Ennio taceva e mordeva chiunque cercasse di portargli via il barattolo, ringhiando come un animale braccato. Due carabinieri l’afferrarono come un sacco di patate, lo trascinarono in caserma e lo chiusero nello sgabuzzino delle scope che serviva anche da cella, per proteggerlo dagli strattoni e le domande della folla.

Verso le undici del mattino l’anziano Signor Flavio venne fatto accompagnare alla cella, poiché Ennio aveva chiesto di lui e non voleva parlare con nessun altro. L’uomo sedette sul pavimento, in posizione speculare al bambino, e come un prete confessore ascoltò il racconto sussurrato all’orecchio. Il Signor Flavio convinse Ennio a separarsi dal barattolo ancora stretto tra le braccia livide per il freddo. Il collo del bambino aveva smesso di sanguinare ma era stato impossibile medicarlo per le sue reazioni selvagge.

Il vecchio rimase sordo alle domande dei carabinieri per un poco, meditando in silenzio sul racconto. La folla era accalcata oltre l’uscio della caserma, e Flavio sentì qualcuno gridare un’accusa verso di lui. Sembrava la voce di un qualche compagno di bevute del bar, ma non avrebbe saputo dire quale. Flavio non si sentì offeso, anzi ringraziò l’idiozia propizia di quell’idiota. Il vecchio conferì coi carabinieri i quali, raccolta la sua breve confessione, lo chiusero immediatamente in cella al posto del bambino.

Ennio fu affidato alle cure degli zii, poiché la madre e il padre erano impazziti dal dolore. Mentre lo portavano via, Ennio scorse il barattolo con la testa di Fatima sulla scrivania del maresciallo. Aveva sperato sino all’ultimo di vederle aprire gli occhi.

 

Ennio rimase in silenzio per il resto della giornata. Non emise un suono quando la zia Lavinia gli medicò le ferite, né protestò nel farsi lavare da lei come fosse un bambino piccolo. Mangiò in silenzio gli gnocchetti al sugo e salsiccia con tanto di scarpetta. Rimase tutto il pomeriggio sul divano ad aspettare l’inizio di Domenica Sport. Sul televisore in bianco e nero il rosso delle Ferrari non spiccava. Era solo un’altra tonalità di grigio. Ennio aveva bisogno di colori, e andò a riempirsi un bicchiere di conserva da tenere in mano e guardare ogni tanto, ché pure la casa degli zii aveva i colori spenti di un ritratto in seppia. Lo zio gli sedeva accanto ed Ennio si sentiva addosso ogni occhiata, riusciva a contare quanti secondi era lunga. Il bambino teneva gli occhi incollati sul televisore. Le facce dei commentatori si alternavano ai riassunti di pista e le interviste.

Gilles Villeneuve aveva quasi vinto la gara, ma all’ultimo giro il suo compagno di squadra gli aveva soffiato la vittoria. “Vedrai che vincerà la prossima” aveva detto lo zio per rincuorarlo. Ennio annuì ma non ne era così sicuro. Nelle immagini, Gilles era corrucciato e triste. Finora Ennio non aveva mai pensato a come ci si dovesse sentire per una sconfitta, per la perdita di qualcosa o di qualcuno.

“Che cosa faranno al Signor Flavio?” chiese di colpo. Lo zio non rispose.

Per cena, la zia cucinò il piatto preferito di Ennio, pollo fritto e patatine. La casa puzzava tutta di frittura ed era meglio dell’odore che aveva di solito. Ennio si riempì il piatto e passò i minuti seguenti a fissare il cibo. Masticò a lungo una patatina, così a lungo che il sapore svanì dalla poltiglia facendola somigliare a carta bagnata. Bevve il suo bicchiere di conserva – l’aveva tenuto con sé tutto il pomeriggio, tanto che era diventata tiepida – si alzò da tavola e andò nella sua cameretta-sgabuzzino. Rimase con l’orecchio alla porta per sentire cosa dicevano gli zii, ma non parlarono molto e per lo più si esprimevano a grugniti e sussurri. Quando la zia venne a rimboccargli le coperte si finse addormentato. Aspettò di vedere la luna calante fare capolino alla finestra e uscì in pigiama. Le strade erano vuote e silenziose. Tutta Barigadu dormiva tranquilla, tranne la caserma. L’aveva raggiunta in pochi passi, era proprio dietro l’angolo rispetto alla casa degli zii. C’era una finestra illuminata ed oltre l’inferriata Ennio scorse la scrivania vuota del maresciallo. Scrutò la mensola e il tavolino d’angolo sperando di rivedere sua sorella ma c’erano solo scartoffie.

La seconda finestra era quasi buia, rischiarata un poco dal lume acceso nel corridoio interno. Lì Ennio sentì un trambusto di colpi e gemiti, insulti e suppliche. Nella stretta cella due uomini si muovevano in una specie di goffo balletto. Sembrava stessero litigando. Ennio ci mise un po’ a rendersi conto che i due non lottavano tra loro, che uno era il papà di Giuanna, e l’altro suo padre. Sotto i loro calci e pugni sussultava il corpo del Signor Flavio, raggomitolato su se stesso, una mano a proteggersi la testa e le ginocchia chiuse in petto. Un carabiniere sull’uscio guardava la scena ma presto cominciò a litigare con un altro carabiniere. I padri picchiatori furono fatti uscire e la cella del Signor Flavio richiusa. Il vecchio era rimasto a rantolare sul pavimento. La faccia sembrava d’argilla, il lavoro di uno scultore insoddisfatto distrutto a suon di pugni. Ennio avrebbe voluto dire qualcosa ma al posto delle parole gli uscirono lacrime. Si rese conto allora di non averne ancora versate per sua sorella, e seduto nell’aiuola sotto la finestra della caserma, pianse per entrambi.

 

>>> continua

 

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