Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro
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16.
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Barigado Segundo, sabato 8 maggio 1982
La settimana era trascorsa all’insegna dei preparativi per la prima comunione. La mamma aveva sballottato Ennio in giro per negozi, erano andati persino in città a comprare un paio di Kickers nuove e un vestito elegante – calzoni corti blu notte, giacca dello stesso colore sopra camicia bianca e farfallino. Niente vestiti riciclati dal guardaroba d’infanzia del papà o dello zio, com’era stato programmato mesi prima. Prima che Fatima scomparisse e la sua testa fosse messa in un barattolo.
Allo specchio per la prova vestito Ennio si trovava ridicolo, ma era comunque felice di non indossare vestiti appartenuti a suo padre. Ennio gli aveva tolto la parola e il padre non l’aveva presa bene. Non era stata una decisione, non era per dispetto né per paura. Il giorno dopo aver visto suo padre prendere a calci il Signor Flavio, la notizia della morte del vecchio s’era sparsa per il paese, con soddisfazione di tutti. Il prete non aveva officiato il funerale, il corpo era stato messo in una cassa di legno messa a disposizione di malavoglia dal falegname, ché nessuno voleva spendere per una vera bara. Il corpo del Signor Flavio era stato quindi chiuso nella cripta – cioè il seminterrato delle scope e delle vanghe sotto la cappella cimiteriale. Ennio aveva sentito i pettegolezzi sulla salma detti a mezza bocca dalle comari di sua madre e dalla zia, di come la cassa non era adeguata e dalle finestrelle del seminterrato filtrava una puzza che si spandeva per tutto il cimitero. Un cospicuo gruppo di cittadini s’era opposto al seppellimento di un assassino di bambini nel cimitero comunale, ma nonostante le richieste la questura non aveva preso decisioni sulla salma, scaricandone la responsabilità sul sindaco. Dal chiasso astioso verso il Signor Flavio e i suoi crimini mancavano le voci dei genitori delle vittime. Il silenzio dei colpevoli, pensò Ennio.
Quel pomeriggio alla vigilia della prima comunione, Ennio era stato accompagnato in chiesa per la sua prima confessione, dato che era stato dispensato dal ricevere il sacramento insieme ai compagni di classe nei giorni del subbuglio per la sparizione di Fatima. Il prete aveva suggerito di rimandare all’anno prossimo la comunione del bambino ma la mamma aveva insistito, facendosi prendere da una crisi isterica per il colpevole ritardo con cui tutti i bambini di Barigadu ricevevano il sacramento rispetto alle vecchie usanze, proprio loro che ne avevano più bisogno degli altri. La mamma s’era anche spinta ad accusare il prete e la Chiesa tutta, che se Fatima avesse ricevuto la comunione a sette anni come doveva essere – com’era in passato e com’era tuttora nei paesi del circondario – forse la protezione dello Spirito Santo l’avrebbe salvata.
Mentre attraversava la navata centrale della chiesa Ennio guardava con sospetto i terzetti di vecchiette infiocchettate di nero, alcune chine sulle ginocchia, altre mormoranti litanie spettrali. Non erano diverse dalla creatura che gli aveva rosicchiato il collo e che viveva di stregonerie sotto il fiume. I loro occhi neri e i volti raggrinziti somigliavano in modo spaventoso a quelli della sùrbile. Erano altrettanto agghiaccianti le ragazzine inginocchiate in penitenza, con le mani giunte e gli occhi all’altare, giovani e carine com’era stata Giuanna, venute a confessarsi un’altra volta prima d’ingozzarsi col Corpo di Cristo, solo per mostrarsi devote e pie agli occhi delle mamme.
La chiesa era già addobbata a festa, con abbondanza di vasi fioriti d’ogni forma e dimensione tutt’intorno all’altare e tra le cappelle laterali; Ennio vide il prete fare capolino da una di queste. L’uomo gli fece cenno d’entrare in confessionale, un gabbiotto di legno tarlato contornato da drappi bordeaux e ceri accesi, come una pira pronta al rogo.
Il prete lo salutò con un sorriso indulgente e cercò di scambiare qualche parola prima d’iniziare. Ennio non aveva frequentato il catechismo negli ultimi mesi ma il prete appariva cordiale. Portava lenti spessissime che deformavano gli occhi, rimpicciolendoli ai lati e sgranando le pupille. La montatura di tartaruga era robusta e lucida. I capelli attraversavano la pelata con un unto riporto da sinistra a destra. La fronte e gli zigomi una carta geografica di chiazze rossastre e nei. Le guance gonfie come quelle d’un rospo.
Il gabbiotto del confessionale emanava un pungente odore di lucido per legno dato di fresco. Ennio sedette sul cuscino dell’inginocchiatoio nel modo che trovò più comodo, senza neanche guardare alla finestrella bucherellata con la trama di minuscole croci.
“E’ fatto per inginocchiarsi non per sedersi” disse il prete piccato.
Ennio fece un sospiro, fu sul punto di obbedire, ma dopo aver irrigidito la schiena si fermò tornando ad appoggiarsi contro il pannello di legno che gli faceva da schienale. Il prete aprì la finestrella e allungò la mano per tirargli l’orecchio. Ennio se lo lasciò tirare. L’uomo non c’era andato piano, ma lui non gli diede soddisfazione. Ennio serrò le labbra per non lasciarsi sfuggire un gemito né una smorfia di dolore e attese la rinuncia del prete. Quando la mano maculata di vecchiaia del prete rientrò nella finestrella Ennio gli mandò un’occhiata a metà tra il rimprovero e la sfida, del tutto priva della soggezione cui Don Pietro era abituato.
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” esordì il prete in tono severo. Fece una pausa mascherando il dissenso per non aver visto Ennio farsi il segno della croce. Il prete alzò gli occhi al cielo e sospirò, dopotutto si trattava di un caso speciale.
“Il Signore ti conceda la grazia e ti illumini perché tu possa riconoscere i tuoi peccati e la Sua benevolenza. Quali sono i peccati che hai commesso?”
Ennio rimase in silenzio.
“C’è qualcosa che vuoi dirmi? Un peso che ti vuoi togliere? Io so che è stato difficile per te in questi mesi.”
Dopo un minuto di silenzio il prete desistette. “Dio Padre misericordioso, che ha riconciliato il mondo a sé con la morte e la risurrezione del suo Figlio e ha infuso lo Spirito Santo per il perdono dei peccati, ti conceda il suo perdono e la sua pace. Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio…”
“Dov’è adesso mia sorella?” lo interruppe Ennio.
“L’anima di tua sorella riposa in pace al fianco del Signore Nostro Gesù Cristo”
“Non l’anima. La testa. Dove l’hanno portata? Perché non ce l’hanno restituita?” L’ultima volta che Ennio l’aveva visto, il barattolo con la testa di Fatima stava sulla scrivania del maresciallo. I carabinieri non l’avevano restituita e il funerale non si era ancora celebrato.
“Devi capire che la legge degli uomini deve chiarire prima di consentire alla Chiesa e alla famiglia di procedere al seppellimento. L’importante è che l’anima di Fatima sia in pace.”
Ennio si grattò il dorso della mano. Un’ondata di calore gli percorse il corpo, come quando gli veniva un attacco d’allergia per aver mangiato troppe fragole. Gli dava fastidio che il prete pronunciasse il nome della sorella come se la conoscesse. “Io non sarei in pace se mi avessero staccato la testa e l’avessero messa in un barattolo.”
“La pace giunge dal Signore, e nella vita dopo la morte tutti i misteri sono svelati. Fatima sa che il colpevole è stato giudicato ed ha pagato per i suoi peccati.”
“Non credo proprio” disse Ennio. Avrebbe voluto strapparsi di testa i capelli per il caldo che gli davano. Il prete stava per dargli l’assoluzione un’altra volta quando il bambino cominciò a raccontare quel che era successo davvero. Tacque sulla sùrbile di cui portava addosso le cicatrici, sulla malignità di Giuanna e l’albero della morte da cui aveva strappato un seme, facendo collassare quel lercio involucro dove per poco non era affogato. Quei ricordi perdevano consistenza alla luce del giorno ma si facevano più vividi la notte, o quando doveva fare la doccia e il flusso dell’acqua l’avvolgeva tutto. Il rumore degli scrosci, l’assenza di forma dei rivoli e degli spruzzi facevano tornare ogni brutto ricordo. Per il resto del tempo tuttavia, le scene nell’antro della sùrbile erano ridotte a brandelli, come spezzoni d’un vecchio film dalla pellicola sgranata e sbiadita, le immagini ridotte a disegni ricalcati di malavoglia. Se pure avesse voluto, raccontare tutto al prete sarebbe stata un’impresa, e in ogni caso Ennio sapeva che nessuno avrebbe creduto a quella storia. Il Signor Flavio era stato il primo a capirlo, perciò si era preso colpe non sue, scaricando il bambino dal peso delle indagini e delle domande.
Ennio però aveva qualcosa da raccontare, più prosaico e realistico di streghe e alberi mortali. Raccontò di ciò che aveva visto dalla finestra della caserma, della violenza di due padri contro un vecchio innocente, ammazzato di botte e lasciato a morire. Un vecchio che adesso stava marcendo in un seminterrato, obliando l’inodore Spirito Santo col puzzo accusatorio della decomposizione. Il prete non volle nemmeno sapere perché avesse chiamato innocente l’uomo che aveva confessato i delitti, né ebbe a commentare quanto appena udito. Don Pietro pronunciò l’assoluzione dai peccati. Ennio uscì dalla chiesa senza sapere quali fossero.
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>>> continua