Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro
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3.
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Barigasu Segundo, notte del 31 marzo 1982
Ennio stava camminando in una casa senza soffitto, sotto un cielo di muschio e fili d’erba. Faceva buio e girò la rotella della lampada ad olio per fare più luce. La lampada era priva del vetro di protezione. Era vecchia e arrugginita, con la vernice rossa scrostata. Apparteneva al suo bisnonno che di notte faceva la guardia al cantiere della diga di Santa Chiara. Ennio si sentiva strano a tenere la lampada in mano, sapeva d’averla persa molti giorni prima ma non riusciva a ricordare quando l’avesse ritrovata. Il soffitto di fili d’erba prese fuoco illuminando la stanza a giorno. Ennio era venuto a trovare sua sorella Fatima che aveva cambiato casa, e il fuoco sul soffitto ne aveva illuminato il volto. Ennio le parlò chiedendole come si trovasse nella nuova casa, ma lei sembrava spaventata perché aveva infilato la testa in una bottiglia ed ora non riusciva a tirarla fuori. La bottiglia era di vetro verde e piena d’acqua, e distorceva le parole della bambina. Ennio sentiva un rumore di bolle uscirle dalla bocca. Posò la lampada sul tavolo e prese la bottiglia tra le mani, rendendosi conto che mancava il resto del corpo di Fatima. Ennio cercò di stappare la bottiglia per liberare sua sorella ma non riuscendoci prese a chiamare aiuto, ché sua sorella stava annegando e non era giusto. Giunse un uomo vestito di rosso coi capelli uguali ai suoi. Ennio lo riconobbe, o meglio riconobbe i capelli perché li aveva pettinati apposta come lui: era Gilles Villeneuve, il pilota più forte del mondo che guidava la Ferrari. Gilles prese la bottiglia con la testa di Fatima e cercò di stapparla come Ennio gli aveva visto fare sul podio, quando il papà l’aveva portato al baretto in Piazza IV Novembre per vedere la gara. Gilles agitò la bottiglia e l’acqua spruzzò sul soffitto spegnendo l’incendio. Ennio ringraziò Gilles e vide il volto di sua sorella disteso, finalmente poteva respirare. Fatima disse ad Ennio di tornare a casa, di non venire più a cercarla. Ennio batté il piede sul pavimento, furioso con lei, ma lei l’abbracciò. Il corpo di Fatima era ritornato, avvolto nel vestito da sposina che le avrebbero prestato per la prima comunione. La testa di Fatima era rimasta nella bottiglia mentre il corpo camminava da solo, tenendo Ennio per mano e accompagnandolo fuori, all’aria fresca della sera. Ennio guardò Gilles sulla porta, teneva in braccio la bottiglia con la testa di Fatima, cullandola come fosse una neonata. Ennio pensò che non voleva lasciarla sola, e che il corpo non bastava a fare una sorella. Sua sorella era in quella testa, perché con quella parlava e pensava.
“Gilles, tu non vieni?” gli chiese Ennio “resti a farle compagnia?”
Gilles lo salutò e tornò dentro casa, con la bottiglia ancora in braccio.
Ennio si svegliò madido di sudore. S’era spaventato a vedere sua sorella chiusa in bottiglia, mentre la sentiva annegare. Il fatto che con lei ci fosse Gilles Villeneuve aveva attenuato lo spavento. Dalla scomparsa di Fatima, suo padre non parlava più del campionato di Serie A né della Formula 1, e anche se andava comunque al bar per bere con gli amici, aveva smesso di portare Ennio con sé, ed al ritorno non voleva raccontargli nulla.
Ad Ennio piaceva il bar per il televisore a colori, dove la Ferrari bucava lo schermo, e la tuta bianca di Gilles spiccava come un angelo a cavallo di un demone rosso. Il Gran Premio di Imola sarebbe arrivato tra poco e se Fatima non fosse tornata a casa non avrebbe visto Gilles vincere quella gara. Di colpo si sentì cattivo e gli vennero le lacrime agli occhi. Era una sciocchezza pensare a queste cose mentre sua sorella era scomparsa e forse addirittura morta.
C’era la luna piena e il bimbo scivolò giù dal letto per affacciarsi alla finestra. Non riusciva a dormire perché quello non era il suo letto. L’odore non era quello di casa sua. Gli zii, che non avevano figli, avevano riadattato quello sgabuzzino pieno di cestini e carabattole e orrendi quadri alle pareti in una stanza da letto d’emergenza. C’era odore di polvere e ciabatte vecchie. I vetri alle finestre ballavano per gli spifferi, ma non c’era freddo. Ennio era accaldato dal brutto sogno, sentiva le mani bollenti e le dita pulsanti di sangue sulla punta dei polpastrelli. Aveva lo stomaco in subbuglio. La zia Lavinia non era una gran cuoca e il suo ragù di cinghiale aveva un sapore di salsiccia muffita. Ennio ne sentiva il retrogusto, una nuvoletta che saliva e scendeva per l’esofago dandogli il tormento e non riusciva a ruttarla fuori. Avrebbe dovuto singhiozzare e farsi un bel pianto per riuscirci, ma non voleva piangere, e già si vergognava per gli occhi umidi. Fissò la luna piena per calmarsi. Guardò la strada schiarita e si ricordò come solo poche ore prima, da quella stessa finestra, avesse sentito le urla del padre di Giuanna, la prima bambina scomparsa a Barigadu quell’anno. La seconda era stata sua sorella Fatima.
Ennio doveva stare dagli zii perché sua madre aveva deciso così. Suo padre, come il papà di Giuanna, aveva iniziato a urlare e rompere le cose da quando Fatima era scomparsa, s’innervosiva per ogni sciocchezza ed aveva preso a picchiare sia lui che la mamma.
Ennio era stato l’ultimo a vedere Fatima e né suo padre, né sua madre, né gli zii, né i carabinieri accettavano il fatto che l’avesse persa di vista. Lui era il fratello maggiore – di un anno solo, dieci a nove – perciò la responsabilità cadeva su di lui. Ennio l’aveva perduta. Era colpa sua.
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>>> continua