Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro
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Diga di Santa Chiara, 20 marzo 1982
Quel pomeriggio, Ennio e Fatima erano scesi in riva al fiume. Era il primo giorno di primavera e non importava che il cielo fosse plumbeo. Non pioveva e il vento era freddo ma non tanto da far battere i denti.
Dovevano raggiungere la casa del capocentrale e superare il muro della diga per giungere alla riva. Erano passate già due settimane dalla scomparsa di Giuanna, ma Fatima era certa che l’avrebbero trovata lì.
“C’è una casa sott’acqua” disse Fatima come si trattasse di una gran rivelazione.
“Non ce n’è mica una sola” fece Ennio con lo scherno di chi la sa lunga “c’è tutto il paese vecchio sott’acqua”
“Si ma il paese vecchio è più in profondità e non si vede neanche quando l’acqua si abbassa, invece quella casa sì”
“E secondo te Giuanna sta vivendo lì? Ma che cos’ha mangiato in tutto questo tempo?”
“Tu pensi solo a mangiare”
“Non si vive di aria” disse Ennio “ma perché è scappata secondo te?”
“Non è scappata” disse Fatima “perché doveva scappare?”
“Io che ne so? Non è l’amica mia, e poi l’ho chiesto a te”
“Non è scappata”
“E se fosse annegata nel fiume?”
“Non dire scemenze, lo sai che sa nuotare. Giuanna va al mare tutta l’estate da quand’era piccola, non come noi che ci andiamo due volte l’anno.”
“Ho sentito i grandi dire che nel fiume sono annegati un sacco di bambini” disse Ennio.
“Sì, e sai perché non può essere successo a lei? Perché tutti i bambini annegati erano maschi, perché i maschi sono stupidi e affogano”
Ennio fu sul punto di ribattere con un insulto che gli morì in gola. Era vero, aveva sentito anche lui dei maschi annegati, e la cosa lo infastidiva perché a sentire quei discorsi era una cosa normale. Da quando Giuanna era scomparsa le storie sui maschi affogati alla diga s’erano moltiplicate sulle bocche di nonni, genitori e zii. Ennio era stranito dal fatto di non averle mai sentite prima, mentre nelle chiacchiere degli adulti, il fatto che Giuanna fosse femmina sembrava scongiurare quel destino.
“Sono sicura che Giuanna sta bene” disse Fatima.
“E come fai ad esserne sicura?”
“Perché lo so. Tra amiche si sente quando una è in difficoltà, come succede ai gemelli. Me ne sarei accorta o avrei fatto un brutto sogno. I brutti sogni dicono tutto, come dice nonna Iside”
“Nonna Iside fa sempre brutti sogni su di noi” obiettò Ennio “sta sempre telefonando per sapere se tornando da scuola ci ha investiti una macchina”
“Nonna Iside è sclerotica” disse Fatima “l’ha detto papà”
“Cosa vuol dire sclerotica? Boh, tipo che è rimbambita, o ritardata”
“Nonna Iside non è ritardata, e mamma dice che non bisogna usare quella parola”
“Se non dici a un ritardato che è ritardato come fa a saperlo poverino? E’ ritardato! Glielo puoi dire, basta che non ridi di lui, o di lei”
Ennio si zittì un altro po’, non era convinto dal ragionamento. “Se fossi ritardato non vorrei sentirmelo dire”
“Preferiresti vivere nella menzogna?”
Ennio si morse la lingua, voleva dire a sua sorella che stava diventando stronza come Giuanna e che continuando così sarebbe scomparsa anche lei, e non sarebbe mancata proprio a nessuno. Sarebbe stata una cosa crudele da dire, e benché ostentasse tanta sicurezza, c’era qualcosa nel tono di Fatima che ad Ennio non quadrava, come quando rompeva qualcosa e lo teneva nascosto e gli faceva promettere di non dirlo a nessuno.
Se però Giuanna non era scappata di casa, era plausibile che fosse morta, e che la causa fosse proprio la diga. Gli adulti vietavano ai bambini – maschi o femmine che fossero – di avvicinarsi al fiume e specialmente alla diga. La zona era proibita. Nessuno ci andava in barca né a fare le nuotate. Era come vivere vicini a un grande paradiso che si poteva solo guardare, e non troppo a lungo. Al catechismo, la maestra aveva paragonato le nuotate nel fiume alla mela di Adamo ed Eva. Ennio si era alzato in piedi dicendo che avrebbero dovuto tutti tuffarsi solo per vedere cosa sarebbe successo, perché se Adamo ed Eva non avrebbero mangiato la mela sarebbero rimasti in paradiso e il mondo non sarebbe esistito, non ci sarebbero state le città, né gli aerei, né la Formula 1, né Barigadu. La maestra s’era arrabbiata moltissimo, ché quei pensieri erano peccaminosi, e disse che nessuno doveva avvicinarsi al fiume se non voleva affogare, soprattutto i maschi.
L’episodio gli era tornato in mente solo alla scomparsa di Giuanna. Era strano che gli adulti, sempre piuttosto ricchi di aneddoti sulle morti infantili a scopo di terrorismo educativo – tra incidenti stradali, lupi, olive e semi da soffocamento, favismo, tetano – pur includendo l’annegamento tra i pericoli del mondo, non avessero accennato alla quantità di lutti infantili presso il fiume. Da che Giuanna era scomparsa, sembrava fossero morti decine di bambini. D’improvviso ogni adulto di Barigadu – specialmente i vecchi – aveva una storia da raccontare su cugini o fratellini o compagni di classe affogati da piccoli.
Mentre si allontanavano dal paese cercando di non essere visti, Ennio si sentì molto orgoglioso di sua sorella, e piuttosto invidioso. Se doveva crederle – e a giudicare da come si muoveva decisa puntando verso il fiume non c’era motivo per dubitare – lei era una dei pochi bambini del paese ad essere stata là. Giuanna era stata la prima ad andarci, una prima volta da sola e una seconda con Fatima. Proprio lei, Giuanna la giudiziosa.
Giuanna aveva appena compiuto undici anni ed era la più brava della classe. Aveva capelli ricci corvini, due occhi grandi e il naso a patata. Tutti i grandi dicevano che fosse molto bella ma Ennio non era d’accordo, per lui si dava troppe arie, e aveva paura che Fatima la stesse imitando un po’ troppo. Fatima ripeteva tutto quel che diceva Giuanna – insieme potevano risultare insopportabili – e se una cosa era interessante e bella per Giuanna, diventava eccezionale per Fatima. Eppure il fatto che le due bambine avessero avuto il coraggio di andare da sole al fiume e farci il bagno – d’inverno per giunta! – suscitò l’ammirazione di Ennio, e un bel po’ d’invidia. Naturalmente all’inizio non aveva creduto alle vanterie di sua sorella, ora però ci stavano andando insieme, e la sparizione di Giuanna rendeva tutto più vero.
Ad Ennio rodeva che il successo della spedizione dipendesse dalla sorella minore: Fatima era l’unica a saper leggere l’orologio in modo preciso, ed essendoci già stata sapeva che bisognava camminare per trenta minuti prima di raggiungere la casa del capocentrale al limitare della diga, e altri dieci per arrivare alla casa abbandonata sulla riva. L’orario era cruciale perché avevano solo tre ore prima che il sole tramontasse, quattro ore prima che la mamma tornasse da casa di nonna Iside, e papà dal lavoro.
Fatima non aveva fatto parola con nessuno delle scampagnate di Giuanna alla diga perché l’avrebbero picchiata visto che c’era stata anche lei. Se pure avesse detto di saperne qualcosa, escludendo d’esserci stata a sua volta, non avendone parlato per giorni dopo la sparizione dell’amica l’avrebbero picchiata per aver taciuto.
Prima della spedizione Fatima aveva fatto promettere solennemente ad Ennio di non dire nulla, anche perché era strasicura che avrebbero trovato Giuanna nascosta là, e che sarebbero tornati a casa tutti insieme. Raggiunta la casa del capocentrale si fecero cauti, attraversarono velocemente la strada per non essere visti. Non c’erano macchine in vista. Scivolarono per il ripido pendio e si trovarono nel sentiero che tuttavia era molto più vicino all’acqua di quanto Fatima ricordasse. Dopo venti minuti non erano ancora arrivati.
“Ti sei persa?” gli chiese Ennio.
“Stai zitto” Fatima si guardava intorno, smarrita e arrabbiata. La casa non era dove avrebbe dovuto essere. Le ci vollero dieci minuti buoni prima di accorgersi che il posto era giusto, ma l’acqua aveva sommerso tutto. Riconobbe l’olivastro mezzo marcio che sovrastava l’ingresso della casa in cui era stata con Giuanna: non si vedeva che un ciuffo delle fronde. Fatima si tolse le scarpe e i pantaloni, entrò in acqua e subito si ritrovò sommersa fino alla cintola. Chiamò il nome dell’amica una, due, tre volte. Ennio stava per imitarla ma era impietrito da un’angoscia improvvisa. Il fiume era molto più scuro di quanto avesse immaginato. Non c’era una sola nota d’azzurro in quel liquame più simile a petrolio che ad acqua. Vide qualcosa incresparsi sulla superficie, sputato dalle profondità in un gorgoglio di bolle. Fece uno strillo per avvertire sua sorella e puntò il dito.
“Eccola!” disse Fatima con un entusiasmo che il fratello non capì. S’avventò verso l’oggetto, una scatola di metallo rossa e bianca. Fatima l’afferrò bagnandosi fino alla testa e la trascinò fuori. Aprendola esclamò tutta la sua delusione, l’acqua era entrata nella scatola bagnando le foto, mentre Ennio rimase a bocca aperta per lo stupore: nella scatola c’era anche una Polaroid. Il bimbo la prese in mano come un tesoro inestimabile, del tutto dimentico del motivo perché andati lì.
“Di chi è questa? Di Giuanna?”
“E’ di sua mamma. L’aveva presa per farci le foto insieme alla diga, però non potevamo riportarle a casa o ci avrebbero scoperte, allora le abbiamo messe nella scatola insieme alla macchina fotografica”
“Forse” rifletté Ennio rigirandosi la Polaroid tra le mani, estasiato “quando è tornata a prenderla l’acqua è salita ed è annegata”
“Non dirlo neanche per scherzo!” strillò Fatima “come puoi essere così crudele?”
Ennio si zittì, esaminando le foto. Benché umide non si erano rovinate. C’erano cinque foto della diga quasi tutte uguali, poi ce n’era una di Fatima sorridente e una di Fatima e Giuanna a figura intera, abbracciate, con la diga sullo sfondo. Poi ce n’era una strana, con un buco al centro, perché qualcuno aveva ritagliato la testa. Era di sicuro una foto di Giuanna, si poteva distinguerla per il giubbetto in jeans e la maglietta a righe bianche e gialle, come nella foto di coppia con Fatima.
Ennio mostrò la foto bucata a sua sorella che si fece silenziosa, ci guardò attraverso ed esplose in un urlo d’esultanza indicando qualcosa pochi metri più in là, un’apertura, una botola scura che inghiottiva l’acqua del fiume. Di nuovo, Ennio rimase stupito per il coraggio di sua sorella lanciata a nuoto verso quel punto scuro. Lui esitò, ripose con cura la Polaroid e le foto nella scatola dopo averla ben vuotata dall’acqua, posandola qualche passo più in là della riva. Quando si tolse la maglietta stava già starnutendo per il freddo, ma Fatima era lì sul limitare del quadrato nero, che gli faceva ampi cenni con le braccia. La vide scomparire di sotto e in un accesso d’ansia Ennio si mise a gridare i suoi “aspetta” e “torna indietro” e “stupida” a ripetizione. Dove aveva imparato Fatima a nuotare tanto bene? Le aveva insegnato quell’insopportabile Giuanna? Ennio più che nuotare annaspava, tenuto a galla dallo scalciare per il terrore che gli solleticava le caviglie: cespugli e fronde sommerse certo, o chissà quali viscide murene e bestie schifose nascoste sott’acqua.
Benché la distanza tra la riva e la botola fosse poca cosa, quando Ennio la raggiunse aveva il fiatone. Sua sorella era svanita in quel gorgo piccolo e silenzioso che sembrava inghiottire lo sciacquettio del fiume intero. Sul bordo della botola c’era una corda nera, viscida di quella schifezza verde limacciosa che si forma sempre nelle acque stagnanti. Ennio l’afferrò nonostante il disgusto e contro ogni buon senso fece per calarsi giù, scivolando in velocità come da una pertica oleosa. Si trovò nel ventre molle del fiume, con l’acqua fino alle ginocchia, soffocato dalla puzza d’alghe e muffa. I muri erano scuri ma essendo bagnati la luce rimbalzava su ogni rugosità della pietra dando alla stanza un chiarore irreale. La stanza era rettangolare, il soffitto basso di melma e canne sgocciolava da tutte le parti. Le travi erano gonfie e tarlate, avevano l’aspetto e l’odore del legno marcio. Dalle crepe sui muri pulsavano vene d’acqua lurida. A sinistra del caminetto c’era l’uscio di una porta bassa e stretta, con un robusto architrave di pietra. Da lì una scalinata scendeva verso il basso, and una stanza più ma rischiarata alla stessa maniera dai riflessi sulle pietre umide e ribrillanti di minerali.
Ennio vide qualcuno salire e fu preso dal panico, si mise a chiamare aiuto, a invocare il nome di sua sorella, sua madre, suo padre, Gesù e tutti i santi. S’infilò nel caminetto afferrando la fune che gli scivolava tra le dita, col cuore che gli esplodeva in petto.
“La vuoi smettere di fare tutto questo casino?” disse Fatima dall’uscio della scalinata “bel maschio cagasotto che ho per fratello”
Il volto della bambina era smunto, preda di una grande delusione, altrimenti avrebbe riso e canzonato il fratello una mezz’ora. “Giuanna non c’è” disse “torniamocene a casa”
Infreddolito e arrabbiato, umiliato per la tranquillità con cui Fatima s’era comportata in quella situazione, Ennio non volle discutere. Con disgusto aveva notato che sotto quei filari limacciosi, la corda del camino sembrava una lunghissima treccia di capelli. La risalita del comignolo fu di una facilità surreale, come se qualcuno li avesse issati.
Ennio s’era rivestito in preda agli starnuti, sua madre l’avrebbe preso a schiaffi ma lo sollevava l’idea che se gli fosse venuta la febbre poteva saltare qualche giorno di scuola. Prese la scatola con la Polaroid di Giuanna e le foto. Fatima bocciò ogni proposta di raccontare ai genitori di quel posto. Si comportava come fosse la sorella maggiore e ad Ennio dava fastidio, ma era ancora troppo scosso per litigare, e se poteva tenere con sé la Polaroid – convinto che lasciandola asciugare sarebbe tornata come nuova – poteva ritenersi soddisfatto. Tornarono a casa che era buio, i genitori dovevano ancora rincasare. Fratello e sorella si tolsero i vestiti luridi e Fatima li nascose sotto il letto, Ennio nascose la scatola con la Polaroid sotto il suo. A cena, i genitori discussero tutto il tempo per qualcosa che aveva detto nonna Iside, poi venne la pioggia di raccomandazioni generiche, i riferimenti alla scomparsa di Giuanna erano rari e sottintesi.
Dopo cena, Ennio e Fatima tornarono in cameretta. Ennio era curioso di sapere cosa ci fosse in fondo alla scala. Se Fatima era tornata su dicendo che Giuanna non c’era doveva trattarsi solo di una stanza vuota, ma si vergognava per non esserci stato. Fatima era rimasta silenziosa per tutto il viaggio di ritorno, e così a cena e anche dopo. Doveva essersi convinta di trovare Giuanna, oppure l’aveva trovata davvero e quella si era rifiutata di tornare a casa?
Ennio sfilò la scatola di metallo da sotto il letto. Era rotonda e rossa, la vernice un po’ cariata dall’acqua ma si vedeva bene la scritta bianca Galup e il disegno di un panettone. Guardando di sottecchi sua sorella, Ennio si rigirava la Polaroid tra le mani, aprendo e chiudendo il modulo del flash con un soddisfacente clic! e riuscì ad aprire uno sportello che conteneva una scheda di plastica.
“A che cosa serve?” chiese a Fatima, che lo ignorò. Richiuse gli sportelli e rimise a posto la macchina, tornando a guardare le fotografie, le tre quasi identiche delle grandi mura panciute della diga, la foto di Fatima sorridente e quella da cui era stata tagliata la testa di Giuanna.
“L’hai tagliata tu questa?”
Fatima si voltò, e guardando attraverso la foto bucata Ennio vide il volto imbronciato della sorella.
“No” rispose lei girandosi dall’altra parte.
“L’ha tagliata Giuanna?”
“Non lo so. Dormi.”
Ennio diede un’altra scorsa alle foto prima di riporle nella scatola, tranne una, quella in cui sua sorella e l’amica stavano abbracciate. Era una foto molto strana per qualche motivo. Le due bambine stavano sulla riva del fiume, con la vegetazione sullo sfondo. Le bambine erano inquadrate a figura intera, da una certa distanza. Nella parte bassa della foto si vedeva l’acqua.
“Chi ve l’ha scattata questa?”
>>> continua