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Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro

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5.

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Barigadu Primo, dal 29 novembre ad un giorno imprecisato del dicembre 1923

 

Ilsa era rimasta legata per tutto il giorno. Sperava che, al calare della notte, la libido del maresciallo l’avrebbe portato a bussare alla sua porta, ma non accadde. Ilsa era stremata. Legata mani e piedi, ancora imbavagliata, cercando di scendere dal tavolo dov’era stata deposta dai carabinieri, era caduta di fianco, su una sedia, col peso del corpo sul braccio. Il dolore era stato lancinante, e nello sforzo di urlare e chiamare aiuto aveva perso i sensi per qualche ora. S’era risvegliata sul pavimento con fitte lancinanti al braccio. Per cambiare posizione aveva impiegato più di un’ora. A fatica s’era messa in piedi, ricadendo due volte a causa dei piedi legati. Schiacciando il corpo contro il mobile della cucina era riuscita ad issarsi, aprire il cassetto ed estrarre un coltello. Per tagliare le corde c’era voluta quasi tutta la notte. Estrarre il lurido fazzoletto dalla bocca su difficile persino con le mani libere. Aveva la mascella indolenzita e diede di stomaco solo succhi gastrici che le bruciarono l’esofago. Sfinita, era tornata ad adagiarsi sul pavimento, con la nausea per la fame e la sete. S’era assopita in un tormentato dormiveglia e sognò le mura della diga rovesciarsi sulla casa, come un’onda di pietra, una bocca che masticava lei, i suoi mobili e i suoi vestiti.

A metà mattina dell’indomani si svegliò debole e intontita. Il braccio era livido, indubbiamente rotto. Nella dispensa non c’era molto cibo. Cipolle, patate, qualche pomodoro, un rocchio di salsiccia secca, due barattoli di farina, mezzo di zucchero e mezzo di riso. Una bottiglia di vernaccia e una di cognac. Fasciò il braccio intorno al collo. Mangiò un po’ di salsiccia e una patata cruda. Cercò di uscire ma la porta di casa era rimasta sbarrata. Le finestre avevano spesse sbarre di ferro rugginoso affogate nei muri. Ricordò quando Luigi, l’amato e perduto Luigi, le aveva mostrato la casa gonfio d’orgoglio e lodando la porta in legno massello e qelle finestre a prova di ladro. Là dentro nessuno le avrebbe fatto del male mentre lui andava in guerra, così aveva detto. Ilsa lo maledì, e maledì se stessa per essere rimasta a vivere in quella fogna di paese.

Ilsa Tatage passò i giorni seguenti ad urlare. Urlava di rabbia, gridava insulti, chiedeva aiuto e pietà. Fuori dalla finestra la desolazione di Barigadu rispondeva col placido silenzio interrotto dal frinire dei grilli la sera e dai merli al mattino. Le muraglie panciute sul lato interno della diga avrebbero dovuto far rimbombare la sua voce, o forse era troppo lontana per essere sentita dagli operai sul lato esterno, ma se anche l’avessero sentita, dopo averli insultati e minacciati non c’era da sperare che qualcuno s’interessasse al suo destino.

Dalla finestra non riusciva a vedere nemmeno la stradina di servizio in cima alla diga, ma dato l’assordante silenzio alle sue suppliche era meglio così, perché vedere un passante tirare dritto l’avrebbe piegata del tutto.

Ilsa poteva spiare il mondo esterno dall’unica finestra del tinello, e date le viuzze troppo strette di Barigadu scorgeva per lo più creste di muri e soffitti del vicinato. Casa sua era rialzata rispetto al resto del villaggio, una delle poche ad inerpicarsi sul pendio della valle, ma era in gran parte sovrastata dalla vegetazione che scaturiva copiosa a ridosso del cortiletto sul retro. La stanza da letto e la dispensa erano tumuli stretti e bui. Il bagno era fuori come d’usanza, un gabbiotto di pietra e legna nel cortiletto sul retro. Il pozzo all’angolo della casa sembrava un miraggio irraggiungibile. Se quella mattina di novembre, prima di andare a minacciare operai e ingegneri con la pistola del maresciallo, non si fosse curata di riempire due brocche d’acqua come d’abitudine, sarebbe morta di sete prima che di fame. Ilsa aveva circa otto litri d’acqua per bere e cucinare. Accanto al camino c’era abbastanza legna per un giorno ma decise di tenerla da parte, combattendo il freddo avvolta in una coperta e scaldandosi col furore delle urla. Contava le ore del giorno con l’orecchio teso alle campane del villaggio nuovo, che si sentivano solo quando il vento spirava nel verso giusto, da sud a nord, facendo scavalcare i rintocchi sulla diga.

Il braccio rotto s’era annerito e la teneva sveglia la notte. Sudava per la febbre e s’addormentava solo con un sorso di cognac. Dicembre era arrivato e il freddo aumentava ogni giorno. Quando accese il camino, più che per scaldarsi lo fece nella speranza che qualcuno venisse a vedere come stava, ma a parte il maresciallo a nessuno importava di lei – se gli importava ancora, dopo l’episodio della pistola.

Quando un pomeriggio Ilsa si mise ad urlare “Al fuoco! Al fuoco!” pure il cielo si prese gioco di lei facendo piovere. Ne approfittò per svuotare il pitale fuori dalla finestra e raccogliere un poco d’acqua piovana. Nei giorni a seguire Ilsa rovinò tutti i coltelli cercando di aprire una breccia nella porta e di tagliare le sbarre di ferro. A furia di urlare le corde vocali l’avevano abbandonata e per un giorno intero rimase muta. Quando fu svegliata dal suonare a festa delle campane capì ch’era il giorno dell’Immacolata. Era passata una settimana di prigionia e scendendo dal letto sentì i piedi bagnarsi. La stanza, così come la cucina e la dispensa erano state raggiunte da un rigagnolo. Corse alla finestra e vide l’orrendo spettacolo del fiume che inghiottiva la vallata. Mentre ai suoi piedi non c’erano che pochi centimetri d’acqua, le case più a valle erano quasi del tutto inghiottite, così come i cespugli e gli alberi con le fronde a pelo d’acqua. I flutti erano lerci di sporcizia e detriti, sterpi e ramoscelli secchi si mescolavano col fango e le foglie marce. Una volpe sgambettava arrancando su un tronco d’albero ed Ilsa fece il tifo per lei, perché si salvasse.

Per tutto un giorno rimase a fissare la vallata farsi lago. Dalla gola non le uscivano che sussurri sgraziati, più simili al raglio soffocato di un asino morente che a voce umana. Non riusciva più a gridare. La gola le doleva ad ogni fiato ed aveva gli occhi gonfi e rossi per l’inedia e la mancanza di sonno. Moriva di sete, l’acqua era finita da due giorni e l’unica che poteva bere era quella che, copiosa, sgorgava dal fiume Tirso lasciato libero di inondare il bacino del neonato Lago Omodeo. L’acqua saliva tanto lentamente che ebbe il tempo di ripetere uno ad uno tutti i tentativi di fuga dei giorni precedenti. Accatastò le sedie sul tavolo per provare a bucare il tetto, ma riusciva a malapena a grattarlo con quel che restava di mestoli e coltelli già dilaniati nel tentativo di forzare la porta d’ingresso. Sotto lo strato di canne, le tavole del soffitto erano troppo robuste per essere divelte dalle travi.

Per un giorno intero l’acqua sembrò fermarsi ma a metà del pomeriggio dopo aveva quasi raggiunto il piano del tavolo, Ilsa vi accatastò sopra le sedie e i cassetti. Il rumore dei tuoni al tramonto fece tremare la donna più del gelo della sera. Ilsa iniziò a gemere e pregare, sperando che Dio l’ascoltasse. Ma se Dio era in cielo i tuoni e la pioggia crescente erano la sua risposta. La pioggia avrebbe gonfiato il fiume e sarebbe annegata ancor più presto.

L’acqua aveva impiegato tutta la notte per riempire il tinello. Dalla finestra erano entrati grumi di ramoscelli e fogliame. Ilsa vide galleggiare un raspo d’uva e cercò di mangiarlo. Non riuscendo a masticarlo fece per ingoiare gli acini interi e quasi soffocò. I colpi di tosse la scossero con una scarica di adrenalina, restituendole un po’ di vigore e lucidità. La luce del mattino filtrava a malapena dalla finestrella sommersa e non c’era più modo di stare all’asciutto.

Ilsa era circondata da sterpaglie e carabattole che le galleggiavano intorno come un manto lercio. La bottiglia del cognac le venne incontro galleggiando. Decise di consumarla per sentire un po’ di caldo e annebbiare la mente. Il cognac sul palato e in fondo alla gola le accese una fiammata di vita. A metà del secondo sorso riacquistò la ragione, tossì e sputò, maledicendo la sua stupidità. Afferrò un pentolino, si cacciò due dita in gola e fece per espellere il cognac ingoiato e salvarlo. Nella bottiglia ne restava ormai pochissimo.

Ilsa s’immerse alla disperata ricerca d’un coltello, ricordava d’averne lasciato qualcuno uno sul tavolo ma non riuscì a trovarlo. Annaspò verso la dispensa, sull’ultimo scaffale ancora asciutto c’era una cassetta con cacciaviti e chiodi, e un paio di forbici per la tosatura. Ilsa si tagliò i capelli e li mise nella tinozza col cognac, raspò con le unghie frammenti di canna dal soffitto ancora asciutto. Passò l’ora successiva, mentre l’acqua giungeva a lambire le travi del soffitto, a cercare la scatola dei fiammiferi, era di carta e la trovò a galleggiare tra fogliame e pagliuzze. Si fece prendere dalla fretta e dal panico consumando i primi fiammiferi. La capocchia di zolfo, umida, si sbucciava senza produrre scintille. Ne restavano cinque. Consumò tutte le sue forze per soffiare sulle capocchie ed asciugarle. L’acqua sembrava essersi fermata di nuovo e c’era tempo.

Se fosse riuscita ad accendere un fuoco poteva bruciare il soffitto. Il cognac e i capelli avrebbero prodotto una vampa rapida e intensa, ma le canne che facevano da copertura interna potevano prender fuoco facilmente, o così sperava. Ilsa maledì se stessa per non averci pensato prima. Sarebbe bastato dar fuoco alla porta di casa. L’ovvietà della soluzione la travolse con violenza, facendola piangere. La disperazione fece superare il dolore fisico restituendole la voce per un sussurro.

“Stupida” disse “stupida, stupida”

Attese il più possibile, forse un’ora. L’acqua toccava ormai la base delle travi sul lato più basso del tetto a spiovente. Ilsa stava in punta di piedi sul tavolo. L’acqua la teneva quasi a galla. Riusciva a muovere, pur tra fitte lancinanti, il braccio rattrappito dalla frattura e reso insensibile dal freddo. Versò le ultime gocce di cognac nel pentolino. Capelli, briciole di canna e cognac. Infilò due fiammiferi tra le canne del tetto, dimodoché la fiamma potesse attecchire meglio. Se solo avesse sfruttato tanto ingegno nei giorni precedenti, invece di urlare come una pazza e sperare. Sperare nel nulla, nell’infamia di quei buoni cristiani e della loro falsa carità, nel perdono di uno squallido maresciallo che aveva trovato rifugio tra le sue gambe solo per lasciarla lì a morire.

Ilsa sfregò il primo fiammifero sulla trave e anche questo, come gli altri, perse la capocchia senza dare una scintilla. Le sfuggì un gemito. Prese un gran respiro di paura e per un minuto non riuscì a sbloccarsi. Sarebbe annegata come un animale in gabbia. Voleva rimettersi ad urlare ma si morse la lingua e fece schioccare il secondo fiammifero. La fiamma le investì il volto spettrale e raggelato come un falò di Sant’Antonio, luminoso e magnifico per i suoi occhi stanchi. Per lo stupore lo lasciò quasi spegnere, gettandolo nel pentolino giusto in tempo. La vampa ci mise un po’ a salire per qualche goccia d’acqua che s’era raccolta sul fondo. Ilsa chiuse gli occhi e gettò gli ultimi fiammiferi sperando in bene. La vampa salì, una fiammella non più alta di dieci centimetri ma tanto bastò per attecchire sui due fiammiferi conficcati tra le canne del soffitto. La fiamma nel pentolino si esaurì ed Ilsa rimase a fissare quel velo di luce avvoltolato sulle canne col cuore gonfio di speranza. Sì, stava bruciando. L’inclinazione del soffitto agevolò l’ascesa delle fiamme lungo il canneto. L’odore di bruciato si sparse nell’aria umida e compatta del tinello. Ad Ilsa ci volle un poco per rendersi conto che, alla velocità con cui bruciavano le tavole del soffitto, sarebbe morta asfissiata per il fumo prima che annegata. Sì, il tetto bruciava, ma non abbastanza in fretta da cedere. Ilsa tirò un pugno sulle tavole incandescenti, poi un secondo e un terzo, sbucciando e ustionando le nocche.

Lo spazio tra il pelo dell’acqua e il soffitto era diventato appena sufficiente per tenere la testa lontana dalle fiamme e la bocca fuori dall’acqua. Ilsa ebbe un ultimo moto di gioia e di speranza. Il camino! Il camino che non poteva smaltire il fumo – poiché la bocca era ben sommersa – poteva spingerla fuori, facendola galleggiare su per il comignolo. Aveva una via d’uscita.

Con le residue forze, Ilsa Tatage s’immerse e tastando alla cieca s’infilò nel caminetto. Si diede una spinta coi piedi verso il chiarore stretto e quadrato su in cima. Guaì di gioia quando il volto fu investito dall’aria. Tossì per il fumo che l’aveva quasi asfissiata e fece una scorpacciata di respiri grassi di speranza. Riusciva a vedere uno spiraglio di luce dall’apertura del camino rise di gioia. L’acqua l’avrebbe liberata dalla prigione. Rimase convinta della salvezza per un tempo indefinito, finché non si accorse che l’acqua saliva ma il suo corpo aveva smesso. Le spalle cozzavano contro i lati della canna fumaria che andava restringendosi, le braccia lungo distese erano schiacciate tra il corpo e le pietra. Scalciando per risalire aveva solo peggiorato la situazione. Era rimasta incastrata. A un certo punto le era sembrato che il suo corpo si spegnesse: reso insensibile dall’ipotermia, scarico d’ogni forza per l’inedia e la rassegnazione, sembrava non appartenerle più. L’acqua arrivò al mento, poi al naso, e prima che avesse coperto del tutto la sua fronte, Ilsa Tatage era annegata.

 

 

>>> continua

 

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