Stai leggendo: "L'albero della morte" di Quinto Moro
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Barigadu Segundo, 14 aprile 1982
Erano le tre del pomeriggio ed Ennio se ne stava rannicchiato sotto gli oleandri di via Roma. Le strade del paese erano deserte e il primo sole di primavera picchiava duro. Anche i compagni di classe di Ennio picchiavano duro, come aveva scoperto quel giorno all’uscita da scuola. Ennio aveva il labbro spaccato e gli zigomi gonfi e lividi, solcati da lacrime ormai secche. Non piangeva tanto per il dolore fisico quanto per il fatto che fosse così immeritato. La piccola banda di calciatori, tre teppistelli che si credevano migliori di tutti gli altri solo perché giocavano nella squadretta del paese, aveva preso di mira Ennio sin dal suo ritorno a scuola. Fatima era scomparsa il 25 marzo. Tra quell’evento e le vacanze di Pasqua, Ennio aveva saltato due settimane di scuola, il catechismo e la confessione in vista della prima comunione, che lui e i suoi compagni di classe avrebbero fatto a maggio.
Il modo in cui aveva passato quelle giornate gli fece capire il proverbio sullo stare attenti a quel che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Invece di giorni di pace e divertimento, a giocare per strada e vivere avventure, era stato tutto un via vai di parenti e carabinieri. Visto che il padre continuava a dargli addosso, la mamma aveva deciso di farlo stare presso gli zii a tempo indeterminato, senza i suoi giochi né i suoi fumetti, né con la possibilità di poter vedere i pochi amici che aveva – né sapere se gliene fossero rimasti. Essendo stato uno degli ultimi a vedere sia Fatima che Giuanna prima della sparizione – Giuanna era stata a casa loro per giocare con sua sorella – i compagni di classe l’avevano tempestato di occhiate ostili, spaventate o minacciose. L’avevano interrogato con più veemenza di quanta ne avessero usato i carabinieri.
All’uscita di scuola il trio di teppisti calciatori s’era mostrato più abile coi calci agli stinchi, allo stomaco e alla faccia, di quanto fosse col pallone. Oltre alla faccia e allo stomaco, gli avevano sfondato lo zaino e macellato i quaderni a calci.
Mentre tirava su col naso Ennio rispolverava l’idea di tornare alla diga, entrare nella stanza sott’acqua e vedere cosa c’era in fondo alla scala. Fece anche una selezione degli insulti da buttare addosso a sua sorella e a Giuanna quando le avesse trovate a fare quegli stupidi giochi da femmine che lui non sopportava.
“Cosa ci fai lì sotto?”
Ennio trasalì. Una voce roca e tonante l’aveva colto alle spalle. La zaffata alcolica lo raggiunse come vampa incandescente sulla nuca.
“Cosa ci fai in giro? Non lo sai che i bambini stanno scomparendo? Vattene a casa!”
Ennio lo riconobbe subito. Era il Signor Nanni, il papà di Giuanna, paonazzo e sporco sulla camicia di flanella fuori dai pantaloni unti e bisunti. L’uomo aveva la fronte imperlata di sudore, il volto irregolare a metà tra un sorriso e una smorfia di dolore, la maschera di un pagliaccio truce e triste.
“Aspetta poco poco, io lo so chi sei. Dov’è tua sorella? Dov’è mia figlia? Dove sono andate? Tu ne sai qualcosa! Vieni qui delinquente!”
Il volto del Signor Nanni s’era trasformato in un secondo, raggrinzito ai lati della bocca e del naso arricciato, gli occhi ingigantiti, spiritati. Ennio scappò inseguito da insulti e minacce. Riusciva a non farsi raggiungere solo perché l’uomo caracollava in modo strano, un marinaio sul ponte di una nave in burrasca. Anche Ennio correva storto, sbilanciato dallo zainetto malconcio, la spallina rotta lasciava ondeggiare il carico a destra e a sinistra e batteva sui fianchi coperti di lividi.
Quando il Signor Nanni riuscì ad afferrarlo per lo zaino Ennio tornò col culo per terra, circondato da quaderni e matite. Chiuse gli avambracci a scudo sulla fronte e la paura non gli fece capire il sovrapporsi d’urla tutt’intorno. Dietro al papà di Giuanna c’era un altro signore, più vecchio e minuto, dalla voce altrettanto profonda e minacciosa.
“Lasciatemi in pace” gemette Ennio. Ci mise un po’ ad accorgersi che il vecchio lo stava difendendo, e rimproverava il Signor Nanni con tutta la veemenza di cui era capace. Benché più basso e secco, il vecchietto appariva ingigantito da un furore selvaggio. La lite proseguì attirando gente dalle case vicine. Quando anche i carabinieri accorsero, vedendo il volto tumefatto e livido di Ennio pensarono che il papà di Giuanna l’avesse aggredito. L’uomo fu preso a manganellate, ammanettato e trascinato per le braccia, coi piedi ciondoloni, giù fino in caserma.
Il vecchio si offrì di accompagnare a casa Ennio che accettò. Il bimbo raccolse le sue cose per la seconda volta. Dei quaderni era rimasto ormai ben poco, e benché non ne avesse mai avuto gran cura, vederli maciullati e sporchi gli dava un dispiacere. Ennio si trascinò appresso al vecchio che a metà della via Roma si disse troppo stanco per proseguire sotto il sole. Si accordarono per riposare un poco all’ombra. Ennio non aveva voglia di tornare a casa in quello stato pietoso, di spiegare quanto successo alla sua faccia, al suo zaino e al papà di Giuanna.
“Tu lo capisci che il Signor Nanni è disperato” disse il vecchio.
Ennio annuì. Non gli sembrava comunque giusto che un tipo grande e grosso se la prendesse con un bambino.
“Sei davvero il fratello di Fatima?”
Ennio alzò gli occhi al cielo. Ecco un altro Sherlock Holmes che mi ammazza di domande, pensò. Era inutile fingere col rischio di sembrare uno che vuol nascondere qualcosa, perciò annuì.
“Io sono Flavio” l’anziano gli porse la mano. Ennio la strinse scuotendo il braccio con gesto plateale. Si aspettava le solite domande sulla scomparsa di sua sorella, invece il vecchio ristette guardando il cielo.
“Tu lo sai cos’è una stria?”
“Un gufo” rispose pronto Ennio.
“Anche. Ma è pure il modo di dire per una strega. Una stria, come una sùrbile. Tu ci credi alle streghe?”
Ennio meditò un attimo sulla risposta più intelligente da dare. Ci credeva?
“Si” disse Ennio, poi s’affrettò ad aggiungere, per non esser giudicato un bambino sciocco “ma lo so che non esistono”
“Tutto al contrario dei grandi” sorrise Flavio a mezza bocca “che non ci credono, ma lo sanno che esistono. Ti sembra che non ha senso vero?”
Ennio fece spallucce, poi chiese: “è una strega che si è presa mia sorella?”
“Io questo non lo so. E tu? Lo sai?”
Il vecchio era furbo. Aveva fatto un gran giro di parole per fargli la stessa domanda di tutti gli altri, solo in modo più fantasioso. Ennio sbuffò, scattò in piedi, mise in spalla lo zaino sgangherato e salutò educatamente.
“Devo tornare a casa. Mia zia mi aspetta, sarà preoccupata”
“Lo sa già tutto il paese cos’è successo. L’avranno chiamata tutti quelli che hanno il telefono. I tuoi zii ce l’hanno il telefono, sì?”
Ennio annuì.
“Probabilmente starà venendo a prenderti”
“Allora arrivederci”
Ennio voltò le spalle senza altri complimenti ma s’immobilizzò come se il vecchio gli avesse tirato una frustata quando gli sentì dire: “se torni alla diga, portati una cosa importante. Hai capito? Una cosa importante, a cui tieni.”
La zia Lavinia apparve all’angolo. Trafelata e pallida corse ad abbracciare Ennio, piagnucolando per come avevano ridotto la faccia del suo bel nipotino. La donna ringraziò di cuore il Signor Flavio per avergli fatto compagnia, a momenti s’inginocchiava per baciargli i piedi.
“Una cosa importante” ripeté il vecchio sottovoce.
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>>> continua