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8.
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Barigadu Segundo, mattina del 2 luglio 1977
“Voi siete tutti scemi” disse Flavio “anzi, siete proprio rincoglioniti.”
Nell’aula consiliare del municipio – nome pomposo per una stanzetta di sei metri per cinque con una manciata di sedie e una cattedra da scuola elementare – nessuno si offese. Flavio si alzò scuotendo la testa e facendo ciao con la mano dietro la spalla. Inutile discutere a oltranza. Nessuno tranne lui vedeva l’opportunità, l’occasione unica di far riemergere Barigadu Primo e liberarsi per sempre della stria.
L’apertura delle chiuse per l’ampliamento dell’invaso avrebbe abbassato il livello del fiume di quel tanto che bastava per far riemergere i tetti del paese vecchio. Non era molto, ma abbastanza per fare almeno un tentativo: abbattere tutto ciò che sarebbe emerso in prossimità delle rive a suon di esplosivi. Un sindaco decente, una popolazione decente, l’avrebbero fatto da tempo, eppure nemmeno tutta la superstizione del mondo era bastata a convincere la gente ad agire. Tutti negli ultimi cinquant’anni avevano creduto alla stria, ma in silenzio, senza parlarne, e senza ammettere in pubblico paure e sospetti.
“I tempi son cambiati Signor Flavio” aveva detto il sindaco “le superstizioni sono belle per raccontare storie intorno al fuoco, ma non ci possiamo mica amministrare il paese”
“Sì sì, i tempi cambiano, ma la gente sempre stronza rimane.”
Le superstizioni nate negli anni Trenta, benché rimaste radicate nei più anziani, s’erano ammorbidite già nel dopoguerra, quando la gente di tragedie e lutti ne aveva avuto di più tangibili. A Barigadu i bambini sparivano. Perché le campagne erano pericolose. Perché c’erano le scarpate, c’era il fiume, e le piene della diga. C’era persino chi s’era inventato la presenza di lupi, nell’unica regione dello Stivale che aveva la certezza d’esserne priva. E c’erano ovviamente i banditi, quelli sì. Quelli che rapivano la gente per chiedere un riscatto, ma a Barigadu non c’era nessuno abbastanza ricco da attirare attenzioni simili. I bambini sparivano ed era nell’ordine naturale delle cose, tanto da non fare più notizia, non più di quanto avrebbe fatto un temporale o una grandinata che fa il danno e si scioglie senza lasciare traccia; una parte integrante dei cicli stagionali, della vita stessa.
Più di rado erano gli adulti a scomparire. Se non si trovavano i corpi annegati in riva al fiume si parlava di emigrazioni, ricerche di fortuna al nord industrializzato, o scappatelle pruriginose che macchiavano la reputazione degli scomparsi tanto da non rimpiangerli, ché Barigadu era un paese di gente decente e devota a Santa Chiara.
All’inizio degli anni Sessanta era sparito il figlio del vecchio sindaco. Per la prima e ultima volta nella storia di Barigadu era intervenuta una squadra di sommozzatori: due tizi in costume da bagno mandati a scorrazzare in motoscafo per il fiume, fin troppo sorridenti e felici date le circostanze. Non avevano trovato nulla, nessuna traccia, non una scarpa o una maglietta a misura di bambino, né dissero d’aver visto le rovine di Barigadu Primo sul fondo del lago, ché l’acqua era torbida e non si vedeva a un palmo dal naso. Uno per poco era morto risucchiato nelle chiuse della centrale elettrica e da quel momento non s’era più mandato nessuno, ché le correnti potevano essere troppo forti. Quel sindaco s’era dimesso e trasferito chissà dove, nessuno ne sentì più parlare. A seconda delle simpatie politiche la gente di Barigadu diceva che l’uomo fosse morto dal dispiacere per la perdita del figlio, o che forse il bambino l’aveva ammazzato lui, e tutti gli sforzi per cercarlo – uno sperpero di denaro pubblico – fosse una manfrina per farsi bello con la popolazione e allontanare i sospetti. Ci fu anche chi gli diede la colpa di tutti i bambini spariti dal dopoguerra in poi.
Per quanto fallimentare, la spedizione dei sommozzatori aveva attenuato le superstizioni sul lago e ciò che vi si poteva nascondere. Il nuovo sindaco eletto nella primavera del ’77 era uomo di mondo, e nel suo grondare accomodamenti democristiani aveva placato la rabbia del signor Flavio con la cortesia dell’imbonitore consumato. Flavio l’aveva mandato a farsi fottere già più d’una volta, ma non perché avesse aspirazioni politiche. Flavio non s’era mai adoperato seriamente per cercare l’appoggio dei compaesani, e quel suo alimentare le superstizioni – senza proporre o fare nulla di concreto – era venuto a noia ai più.
Dopo la scaramuccia in municipio Flavio era andato a sbollire la rabbia al bar, passando il pomeriggio a sbronzarsi per poi caracollare lungo la tangenziale e smaltire la sbornia passeggiando, giù fino al fiume. Scavalcato il cancelletto per il sentiero sul muraglione della diga l’attraversò fino a metà. Meditò se buttarsi di sotto. Stando ai futuri progetti, il nuovo invaso avrebbe inondato la vallata e la vecchia centrale elettrica sarebbe stata sommersa. Flavio non sapeva nemmeno se avrebbe vissuto abbastanza da vedere quelle terre cambiare faccia un’altra volta. Non ricordava più l’aspetto della valle senza la diga di Santa Chiara, quando all’epoca dei lavori era solo un ragazzo, abbastanza fortunato da aver evitato la guerra.
Per un momento Flavio si disse felice di non aver avuto figli né nipotini che potessero finire annegati, poi si ritrovò a piangere perché no, non era vero. Gli sarebbe piaciuto averne ma non era successo. Era diventato uno zitello, un vecchio patetico, superstizioso, iroso e dall’ubriacatura facile. Gli stava scoppiando la vescica e si liberò orinando dalla diga, sforzandosi di far arrivare il getto oltre la curvatura del calcestruzzo, senza riuscirci. Rise di sé, poi maledì gli inglesi che nel ’41 avevano bombardato la diga senza riuscire ad abbatterla, quelle mezze seghe.
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>>> continua