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Stai leggendo: "L'autista" di Quinto Moro

Capitolo 3

C’era una piccola cricca di autisti, o inservienti. Salvo non avrebbe saputo distinguerli, non viaggiava più coi mezzi pubblici da quando andava alle scuole superiori, ed anche all’epoca aveva chi l’accompagnava in macchina due volte su tre. Quelli stavano lì nei loro completi blu, maglioncini di cotone e pantaloni neri, tipo sbirri ad un raduno in borghese, ma incapaci di vestirsi in abiti civili. Erano in cinque. Salvo si guardò dietro e vide che in tre l’avevano seguito, un quarto si era attardato a chiacchierare. Del quartetto era Salvo il meglio vestito, non il più alto ma quello più robusto. Sovrappeso in effetti, almeno per gli standard della sua dolce metà che si consumava gli occhi sulle riviste di moda per uomini. Le comprava per lui diceva, in realtà le piaceva sfogliare quei bei modelli mascelluti e dai fisici scolpiti come il suo non era stato mai.

Anche gli autisti erano tarchiatelli ma con quell’abito, per quanto sotto sotto pregno di sudore e umori vari, Salvo poteva contare su una presenza più autoritaria. Stava pensando a cosa dire quando scorse un tipo più basso e spelacchiato, più vecchio, e soprattutto con una tazzina da caffè in mano. Una di quelle tazzine di plastica, piccole e tristi, con una stecchetta pure di plastica, e l’uomo a soffiarci sopra con fare impacciato. Il bersaglio perfetto. L’icona del fannullone.

Salvo fece come una scodata, una curva ad angolo retto, e come in quei branchi di pesci dove se cambia direzione il primo tutti gli altri lo imitano – perché chissà che cazzo ha visto quello seguiamolo che è meglio – i suoi accoliti lo imitarono.

“Guardate che c’è gente che deve tornare a casa” esordì Salvo, il tono fermo e autoritario, non incacchiato, piuttosto paternalistico. “C’è gente che vuole andare a pranzo di là, gente stanca, gente anziana, ragazzini e ragazzine minorenni usciti dalla scuola. Quanto devono restare ad aspettare i vostri comodi?”

L’autista, se di autista si trattava, smise di soffiare sul suo misero caffè, e in soggezione a quell’accerchiamento – che il quartetto s’era ben disposto a chiuderlo con le spalle al muro – non riuscì a rispondere.

“Sei un autista o no?” fece uno degli scagnozzi di Salvo.

“E” rispose l’autista. Quella e che si usa per affermare qualcosa di ovvio, a me tra un sì e un embè? Doveva suonare da discolpa più che arrogante.

“E cosa?” incalzò il primo accolito di Salvo.

“Siamo in sciopero”

“Ma sciopero che cosa?” fece il terzo.

Salvo studiò un tono più pacato. La rabbia degli altri non doveva prendere il sopravvento, a meno che non fosse lui a volerlo. Fece un lieve gesto con la mano, a placare gli animi. Sembrare argine piuttosto che fomentatore d’ira gli avrebbe dato più autorità verso l’uno e gli altri.

“Voi non lavorate” disse con calma “ma c’è gente che ha lavorato tutto il giorno e deve lavorare anche dopo”

“Ma guardi che io non ho neanche scioperato sennò mica stavo qui” fece l’autista.

“E allora perché non fai il tuo lavoro?” incalzò di nuovo lo scagnozzo numero uno, che era il più focoso.

“Non ci sono i dirigenti, non c’è il personale per il servizio minimo e io non sono autorizzato a prendere gli autobus e portarli in giro. Io qui non conto niente”

“Questo l’avevamo capito” disse lo scagnozzo numero due, sardonico.

“Ci saranno almeno trecento persone su quei marciapiedi” fece Salvo “voi ci state tenendo tutti in ostaggio, potremmo denunciarvi per sequestro di persona”

“Ma quale sequestro di persona, qui è tutto aperto, potete andarvene quando volete. Anzi ve ne dovreste andare proprio”

L’ometto si stava rivelando più tosto del previsto, ed infatti aveva ripreso a sorseggiare il suo caffè.

“Ascolta” fece Salvo facendosi più vicino e adocchiando il mazzo di chiavi appeso al passacintura dei calzoni “facciamo che ci dai la chiave e l’autobus ce lo guidiamo da noi”

“Ma voi siete matti”

Salvo si scostò, diede un’occhiata allo scagnozzo numero uno che allungò la mano per afferrare le chiavi. I corpi si strinsero, le facce deformate sbuffarono in una pantomima di tira e molla. L’autista fece partire qualche insulto e il trambusto richiamò i colleghi che confabulavano poco più in là. Esplose una rissa verbale che richiamò gente dalle banchine e presto si formò un capannello intorno agli autisti in sciopero, subito oggetto d’insulto.

“Se non avete voglia di lavorare statevene a casa, e lasciate il posto a chi la voglia ce l’ha!” si gridava dalla folla.

“Noi la voglia ce l’abbiamo e infatti siamo qui a perdere tempo con voi!” ribatté il piccolo caffeinomane, gasatissimo.

“Ma almeno lo sapete perché state scioperando?”

“Ma quelli neanche lo sanno”

“Noi lo sappiamo” fece il caffeinomane “e voi lo sapete perché?”

“A noi non ce ne frega niente” ruggì una grintosa vecchietta “fateci tornare a casa!”

“Cosa gli chiedete a questi qua” fece un giovane dalla barba incolta e i capelli arruffati, come un cristo barbone e spipettomane “sono peggio di quelli che non ci sono, servi dei padroni, manco scioperano per paura di perdere la giornata”

“Eh, ma intanto i soldi se li prendono anche senza fare un cazzo!” gridò lo scagnozzo numero uno di Salvo.

“Dateci le chiavi” disse Salvo, in tono non più alto degli altri.

“Ma andate a farvi un giro” fece uno degli autisti, troppo educato per mandarli affanculo, e neppure spaventato perché nonostante la folla era il più alto e robusto di tutti.

“Date a me le chiavi” incalzò Salvo “lo guido io l’autobus” e quando ripeté la fatidica frase “non potete tenerci in qui in ostaggio” ebbe in pugno la folla. Tutti, dalle vecchiette agli studenti gli vennero dietro, straripanti d’indignazione e rabbia al grido di: “dategli le chiavi!”, “ce lo guidiamo noi!” e “vogliamo tornare a casa!”

“Ma gli autobus sono dell’azienda! Non ve li potete mica prendere!” ruggì il caffeinomane che nel rispondere agli spintoni e alle urla pareva ingigantirsi, come fosse più alto di svariati centimetri.

“Eccolo lì il servo del padrone!” ribatté il cristo hippie.

“Quale azienda? Gli autobus sono dello Stato! Quindi sono i nostri!”

“Non siamo un’azienda statale!” gridò un altro autista.

“Cazzate!” ribatté Salvo, il cui tono iroso sbocciava ora per uniformarsi alla folla. “Ma qual è il dirigente che permette ai dipendenti di non lavorare come state facendo voi? Io vi licenzierei tutti!”

“Ma chi sei te? Chi t’ha mai visto? Chi ti conosce?”

“Sono quello che dice che non avete voglia di lavorare, e fino a quando quegli autobus restano fermi mi date ragione”

Urla, fischi, applausi e osanna d’approvazione fino all’alto dei cieli. L’antro della sala d’attesa ribolliva, l’aria scaldata e inumidita da decine di sudori e fiati spremuti all’unisono nella calca, profumi stantii di colonie e deodoranti da discount ed aliti in sfumature di panna acida, caffè e tabacco, chewing-gum fragola e menta e fiatelle alcoliche sparse. Un grande mantice composito come occhi di mosca accalcati, ciascuno con naso bocca ed orifizi rigurgitanti lamentele, insulti e umori. Un manipolo di guastafeste s’era però messo tra gli autisti e il grosso della folla tendando di far da paciere, consentendo agli aggrediti si sgattaiolare via verso i cancelli principali.

“Tornate indietro!”

“Vigliacchi!”

“Fannulloni!”

“Parassiti!”

“Ladri!”

“Pezzi dimmerda!”

“Rottinculo!”

“Froci!”

Uno degli autisti s’era pure preso un bel gancio destro sul muso ed era stato accompagnato a braccia fuori dalla stazione. Nell’aria avvelenata d’impotenza e frustrazione, tra i passeggeri appiedati si levò una mano, un braccio teso verso l’alto in un fiero gesto di trionfo, scintillante per quel mazzetto di chiavi sottratto. Dopo un istante d’incredulità ci fu grande esultanza, e il portatore delle chiavi Salvo raggiunse le banchine fra pacche sulle spalle e tutti i “bravo” e “ben fatto” di questo mondo.

La cricca dei suoi adepti ora s’era ingrandita, dai quattro o cinque che l’avevano preso in simpatia all’inizio ce n’erano adesso venti, trenta che gli chiedevano che giro volesse fare una volta al volante, quali fermate e quali paesi avrebbe toccato, e se aveva intenzione di fare più di un viaggio. Salvo rispose: “c’è posto per tutti, torneranno tutti a casa” e lo disse con tono pomposo e da condottiero, pur non avendo alcuna intenzione di fare più di un viaggio. E sperava che qualcun altro si facesse avanti per guidare, così da non doversene prendere la responsabilità, ma non poteva essere tanto difficile se ci riuscivano quei fannulloni degli autisti, certo non più intelligenti d’una scimmia ammaestrata.

Ora, stringendo in mano le chiavi, Salvo non era così ansioso di mettere in moto e partire. C’era una possibilità che gli autisti là fuori, passata la paura dell’aggressione e presi dalla rabbia si rivolgessero agli sbirri, ma non era stato lui a tirare il pugno né a strappare il mazzo di chiavi. Col sangue caldo della folla era difficile che pochi sbirri malpagati venissero in cerca di colpevoli. In un modo o nell’altro la folla l’avrebbe difeso, da essa avrebbe pompato nuova rabbia contro gli sbirri se necessario. Anche loro erano mantenuti dello Stato e sulle loro divise in tanti non vedevano l’ora di sputare. E nella massa Salvo avrebbe potuto confondersi e dileguarsi, tornando magari al parcheggio e alla sua automobile, passando poi dalla parte dei danneggiati e degli ignari. Sarebbe stato anche più facile convincere gli autisti furibondi a forzare la sbarra del parcheggio, piuttosto che quel folle piano con l’autobus, ma l’energia che gli ballava intorno tra sguardi, chiacchiere ed ovazioni lo teneva dentro, lo gasava caricandolo d’una forza assuefacente. Non aveva mai comandato nessuno. Non aveva mai deciso nulla per gli altri, e tutt’intorno non aveva niente meno che suoi simili, desiderosi che qualcuno prendesse il comando per loro. Sarebbe andato tutto bene. Bastava mostrare sicurezza, o così dicevano quei libri in edizione economica impilati sul suo comodino, con quelle stronzate sul training autogeno che non aveva mai avuto la pazienza di approfondire oltre il primo capitolo. Sicurezza. Una delle regole più importanti per fare carriera. E se non era mai stato abbastanza bravo giungere dove l’ambizione avrebbe dovuto spingerlo nel lavoro, quel giorno si sarebbe preso la sua piccola fetta di soddisfazione. Una giornata diversa. Una giornata che poteva anche cambiare il corso della sua vita. Erano così diversi da questa massa di lamentosi e scontenti passeggeri, i suoi colleghi d’ufficio? Non si era mai comportato troppo diversamente ma sapeva d’essere migliore, su questo non aveva alcun dubbio. Ce l’avrebbe fatta. Facendo partire quell’autobus sarebbe stato osannato dai suoi passeggeri accoliti, magari finito al telegiornale della sera, celebrato da piccolo grande uomo, onesto lavoratore che non ha paura di prendere in mano la situazione. Magari avrebbe anche giovato alla sua carriera lavorativa. Gli avrebbe fatto ottenere un rifinanziamento del mutuo della casa. Un nuovo leasing per quel nuovo fuoristrada di lusso mentre ancora pagava le rate del precedente. Le conseguenze non lo spaventavano. Avrebbe avuto tanti buoni testimoni tanti quanti passeggeri fosse riuscito a caricare. Sperava solo che nel mazzetto di chiavi ce ne fosse una per l’autobus più moderno e capiente del lotto, ché ce n’erano di lerci e vecchi.

La prima cosa da fare era capire quale autobus prendere. Tra i marciapiedi si era sparsa rapidamente la voce di un volenteroso che avrebbe guidato gli ostaggi dello sciopero ad un sano ritorno a casa, prima del tramonto.

Salvo studiò il mazzo di chiavi: non c’era nessuna etichetta o codice e nel tintinnare di chiavi piccole e grandi solo tre avevano l’aspetto robusto e il manico in plastica di un automezzo. La prospettiva di attraversare lo spazio vuoto, quel piccolo grande oceano d’asfalto che separava le banchine dal parcheggio degli autobus, seguito dagli occhi della folla, dal suo silenzio ammirato e da qualche incitamento, sarebbe stato un momento solenne. Un momento così non si poteva rovinare. C’erano più di dieci mezzi schierati tra cui scegliere, e di quelle tre chiavi poteva non essercene una giusta. Andare di volta in volta a provare la chiave, salendo e scendendo da ogni mezzo, avrebbe rovinato il gusto della sua impresa. Si sarebbe scatenata qualche risatina, lo scherno era dietro l’angolo. Certo un paio di tentativi falliti avrebbero aumentato il pathos e l’ebbrezza del successo, con un’esultanza da stadio all’ultimo autobus che avesse messo in moto in zona Cesarini. Non ci fosse riuscito però l’umiliazione sarebbe stata cocente. Meglio mandare qualcun altro a provare tutte le chiavi, qualcuno che non attirasse l’attenzione, e se l’ambasciatore fosse riuscito Salvo sarebbe andato dritto all’obiettivo, mettendo in moto al primo colpo, raccogliendo solo l’onore del successo. Sì, era quel che ci voleva.

“Oh” gli fece uno dei suoi nuovi accoliti “ma te mi porti davvero a casa?”

“Adesso vediamo se mette in modo” fece Salvo.

“Quindi sei proprio sicuro”

Sicurezza. Ostentare sicurezza. Era la cosa più importante, Salvo lo sapeva. Aveva fatto più strada ostentando sicurezza che facendosi venire buone idee. Basta sembrare di averle, le buone idee. Convincere gli altri di fare un buon lavoro gli aveva spianato la strada in più di un’occasione, certo adesso gli toccava pure farlo questo lavoro maledetto.

Salvo annuì, poi disse fiero: “adesso scegliamo un bell’autobus e ce ne andiamo tutti a casa”

Chi l’aveva sentito si era prodotto in un applauso. Non di quelli sguaiati, ma più misurati e calorosi, di fiducia e approvazione.

“Adesso dobbiamo stabilire chi deve salire, perché l’autobus è uno solo” disse. Non avrebbe diviso le chiavi con altri novelli autisti. Poteva essere sicuro solo di se stesso, ma se qualcun altro guidando uno di quei pachidermi avesse causato qualche incidente tutta l’operazione sarebbe diventata un disastro, anche lui ne avrebbe pagato le conseguenze. O quasi peggio che gli altri avessero successo e le sue capacità di manovra facessero cilecca, mettendolo in ridicolo. Se poi fosse andata bene a tutti e tre, non gli andava certo di dividere la gloria. Sua l’idea, suo il merito.

Si stabilirono dei gruppi per decidere chi dovesse salire sull’autobus da conquistare, e poiché la dimora di Salvo era tappa obbligata – e capolinea non dichiarato della corsa – la precedenza andava data ai suoi compaesani. Mentre altri discutevano di questa e altre amenità, Salvo si allontanò con la scusa di una telefonata, spostandosi nel ghetto degli immigrati, una massa ombrosa e scura di pelle nera, borsoni e buste di plastica rigonfie. C’era un ragazzino in disparte, negretto pure lui, con le cuffiette nelle orecchie e gli occhi spalancati. Salvo gli allungò un biglietto da cinque, quello non lo prese. Salvo glielo avvicinò al viso, quasi sulla bocca, come offrendo a un cane un biscotto da mordere, tolse poi una chiave – una sola – dal mazzo e l’accompagnò al cinquino.

“Te li vuoi guadagnare?”

Il ragazzino lo fissava sempre con la stessa espressione, gli occhi sgranati e lo sguardo un po’ corrucciato.

“Ciao amico!” attirato dall’odore dei soldi, uno dei disgraziati, alto e tarchiato, s’era avvicinato porgendogli la mano per dargli un cinque. Salvo lo fissò un istante, tornando sul ragazzino.

“Cosa vuoi da questo bambino amico?”

“Non sono un bambino” disse il ragazzino, privo d’accento magrebino.

Salvo si guardò intorno, il robusto negro lo copriva dal resto della folla. Così Salvo si piegò sulle ginocchia, come si fa coi bambini per guardarli negli occhi e spiegò quel che doveva fare.

“Lo faccio io” disse il ragazzone col tono più cordiale che aveva “tu sei il capo che vuole guidare il pullman? L’ho sentito, tu dove vivi? Posso salire anch’io con un mio amico?”

“Non faccio quella strada” disse Salvo.

“Io non ti ho detto ancora dove devo andare. Tu sei furbo capo”

“Poi vediamo” fece al ragazzone, poi al ragazzino “allora, puoi farlo?”

Il ragazzino annuì, prese la chiave e fece per prendere i soldi. Salvo ritrasse la mano, stappò in due la banconota e gliene diede metà. “Metà adesso, e metà quando hai fatto”

Il ragazzino lo fissò, sempre muto, e senza togliersi le cuffiette dalle orecchie. Il ragazzone invece si fece una risata e gli ripeté quant’era furbo.

Salvo rimase all’ombra del ragazzone negro, ritraendosi un poco perché la folla non lo vedesse e attese con pazienza. Il negretto si mescolò alla cricca del ghetto, i più vecchi seduti sulle panchine si alzavano e la massa di corpi, zaini e buste si apriva al suo passaggio, alcuni allungavano una mano sulla spalla o sul braccio per fermarlo, per sapere cosa gli avesse chiesto Salvo. Il ragazzino proseguì dritto in fondo alla banchina, là dove gli occhi del resto della folla non viaggiavano. Attraversò a passi rapidi e misurati lo spiazzo presso il cancello d’uscita degli automezzi, fra bidoni della spazzatura e pile di gomme d’autobus più alte di lui. Raggiunta la zona parcheggio, occultato nello stretto spazio tra un mezzo e l’altro salì su ciascun autobus, testando le chiavi e tenendosi basso per non farsi vedere come Salvo aveva chiesto. Pochi minuti più tardi, il ragazzino fu di ritorno, fece un rapido gesto per indicare l’unico autobus in cui la chiave era entrata, la restituì e incassò la metà restante dei suoi cinque pezzi.

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