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Stai leggendo: "L'autista" di Quinto Moro

Capitolo 4

 

La conversazione s’era fatta animata tra le squadre che aspiravano a salire sull’autobus. S’era creato un gruppetto di dissidenti ed era partita la gara d’insulti. Salvo penetrò la folla che si aprì al suo passaggio e decise il rapido itinerario per il ritorno a casa. Ci furono proteste per questa e quella fermata, deviazioni richieste di qualche chilometro, ma lo spazio era limitato perciò in tanti andavano lasciati fuori.

 

“Chi ha detto che deve decidere lui?” grugnì un tizio.

 

“Perché ci ha pensato lui” lo difese uno altro.

 

“E si è preso lui le chiavi”

 

“Non è vero, ho preso io le chiavi!”

 

“Ma tu lo sai guidare un autobus?”

 

“E perché, lui lo sa guidare?”

 

La tensione saliva tra i gruppetti che si erano creati: c’era chi gridava prima gli anziani, chi prima gli studenti e così via. Quando poi un gruppo sembrava ben solido e destinato al suo posticino nel bus partivano gli scherni e i fischi.

 

“Questa è tutta una stronzata”

 

“Vi ammazzerete tutti”

 

“Io non voglio saperne niente”

 

“Ecco bravo”

 

“Vatten’affanculo và e resta qui tutto il giorno”

 

“Non è il caso d’insultare”

 

“State qui solo a rompere i coglioni”

 

La folla si stava spaccando e andava disperdendosi. Erano rimasti pochi studenti, buona parte delle vecchiette s’era tornata a sedere sulle panchine, restavano gli innamorati della discussione su dove fermarsi e chi dovesse guidare. Pian piano il caos si affievolì lasciando spazio ad un mugugnare sommesso quando una cricca di neri attraversò il piazzale, dirigendosi verso l’autobus.

 

“Oh, guardate quelli!”

 

“Non è che si sono fottuti le chiavi?”

 

Salvo le alzò per rassicurare tutti.

 

“Io non ci salgo con tutti quei negri”

 

“Stia tranquilla signora, ci pensiamo noi”

 

“Io dico che se ci salgo io quelli non salgono”

 

“Ma lasciateli stare che sono dei poveracci”

 

“Ma poveracci un cazzo”

 

“Non c’hanno manco il biglietto sicuro”

 

“Veramente non ce l’ha nessuno il biglietto”

 

“Cazzo fai li difendi?”

 

“Sto solo dicendo…”

 

“Ma stai zitto”

 

“Visto quanti sono?”

 

“Se c’è posto un paio li facciamo salire”

 

“Ma se ne fottano uno loro di pullman se vogliono andare”

 

“Oh qui nessuno sta fottendo niente, è solo un prestito”

 

“Siamo quanti? Quaranta, per me qualcuno ci sta”

 

“No il posto lo troviamo per la gente normale”

 

“Guarda ci salgo pure io pur di non lasciargli un posto, anche se non vi fermate al mio paese”

 

“Calmiamoci tutti e andiamo a parlarci” disse Salvo, l’onda nera non veniva per nuocere, non a lui. Anzi gli avrebbe reso le cose più facili, aveva spezzato l’impasse ed ora la gente gli veniva dietro, pronta a guadagnarsi un posto sull’autobus più di quanto non lo fosse prima. Seguirono il leader in una formazione a freccia, come uno stormo d’anatre.

 

Un paio di neri erano già saliti a bordo e con quelli ci volle più di qualche mala parola. Ci fu qualche spintone, poi qualcuno sputò contro qualcun altro. La rissa montava in un blob di corpi spinti dentro e fuori dall’autobus, mentre dalle banchine nuovi gruppi si avvicinavano. Vecchiette furono convinte a salire, creando per loro un corridoio sicuro verso la porta posteriore dell’autobus e lasciandole sedere agli ultimi posti. Appena comoda, qualcuna non mancò di lanciare insulti per scacciare gli invasori, incitando gli uomini a fare il loro dovere.

 

Tra una spinta e l’altra, Salvo riuscì a chiudere il portello trasformato in un tamburo per i pugni di protesta di bianchi e neri rimasti fuori. Salvo si alzò e disse qualche parola per tranquillizzare tutti, la partenza era ormai prossima. Attese perché gli animi si acquietassero dentro e fuori dall’autobus, mentre cercava di raccapezzarsi su come andasse guidato. La leva del cambio era enorme e lui non usava il cambio manuale da almeno dieci anni. Il volante era durissimo. Il quadro era acceso ma non voleva mettere in moto prima di averci capito qualcosa. Gridò contro quelli che ancora si accalcavano davanti all’autobus, aizzando i suoi passeggeri a nuove invettive. Furono aperti finestrini e lanciati altri insulti e sputi. Erano rimasti un sacco di posti liberi ma riaprire le porte sarebbe stato un suicidio. Salvo riuscì ad ingranare la marcia e dopo aver fatto due o tre cambi a motore spento mise in moto. L’autobus vibrò tutto tra l’esultanza dentro e le proteste fuori. Salvo schiacciò il pedale ma il pachiderma blu non si mosse.

 

“Mettili sotto” cominciò a gridare qualcuno.

 

“Muoviti muoviti, che si spostano”

 

“Schiacciane uno e vedrai che gli altri se ne scappano”

 

Salvo finalmente riuscì a tirare l’aria, l’autobus sussultò e finalmente si mosse. La folla esterna era inferocita, mentre dentro le voci dei più saggi dettavano le condizioni per riempire qualche altro posto.

 

“Facciamo entrare un po’ di ragazzi” disse Salvo “ma attenti a chi entra”

 

“Non apriamo a nessuno finché quelli non si spostano”

 

“Non ce ne vogliamo di negri qui dentro”

 

Molti si erano già allontanati, ma l’apertura della porta tornò ad animare la rissa. Aggiornato dai suoi luogotenenti sulla composizione della folla, Salvo aprì anche la porta posteriore.

 

Nella calca un gruppo di studentelli fu rispedito indietro a calci e schiaffi, i più pallidicci e giovani, arruffati e strattonati, finirono indietro mentre i marcantoni più alti e forzuti fecero da apripista a qualche prosperosa studentessa.

 

Le nuove leve andarono ad occupare la parte centrale dell’autobus, ridacchiando e ululando dai finestrini aperti ai ragazzini rimasti a terra, sputando per farli allontanare.

 

L’autobus uscì lentamente dal parcheggio, il volante era tosto da girare e la fronte di Salvo s’imperlò di sudore. Finalmente varcarono il cancello spalancato in fondo al piazzale. La curva stretta per immettersi nel traffico fece sobbalzare tutto l’autobus salito sullo spigolo d’un marciapiede, poi lo stridio dell’appendice inferiore raschiato contro un’auto parcheggiata e un cassonetto dell’immondizia ribaltato. Una violenta strombazzata fu il ruggito con cui il bestione blu terrorizzò gli automobilisti d’intorno, abbastanza da paralizzare il traffico e conquistarsi la precedenza.

 

“Guardi che le fanno pagare i danni” gridò qualcuno all’autista.

 

Risate.

 

“Io non pago niente” rispose Salvo “il conto devono mandarlo all’azienda degli autobus”

 

Applausi e inni d’approvazione.

 

L’autobus avanzò imponente ondeggiando tra le corsie, qualche auto protestava a suon di clacson per quella marcia scomposta. I passeggeri di tanto in tanto tacevano per la paura di un contatto, ma Salvo rilanciava spavaldo: “gridategli di spostarsi e di starsene al posto loro” e qualcuno gli obbediva, sbraitando e facendo gestacci dai finestrini. L’euforia dei ragazzotti cresceva tra ululati e invettive, cori per il conducente e insulti all’azienda dei trasporti.

 

Salvo aveva acquisito una certa disinvoltura al volante, ed imboccata la rampa d’uscita s’era ufficialmente fuori città. Ogniqualvolta un’auto si avvicinava troppo strombazzava con violenza, sparando qualche insulto prontamente ripreso dai passeggeri.

 

“Se ci sbattono contro ci perdono loro, noi non ci facciamo niente” diceva ogni tanto l’autista.

 

L’autobus viaggiava a cavallo tra le corsie. Sulla destra era apparso il fiume ad annunciare lo svincolo per la destinazione. Avvistato il cavalcavia tra le colline che li avrebbe condotti al paesello esplosero fischi e applausi. Imboccata la rampa d’uscita il bus perse velocità, la pendenza chiedeva più potenza e Salvo grattò la marcia, più dura da ingranare nelle scalate all’indietro. Ma il bus riprese potenza e su per la collina troneggiava sulle auto che si rimpicciolivano presso le corsie a sinistra, e seguendo la linea del fiume che si mostrava nel suo splendore s’intravedeva già il paesello. Si stava scatenando un’altra ovazione quando in cima alla rampa lo stridio di freni salì più alto delle voci. La rampa si strozzava nel curvone per il cavalcavia. L’angolo di sterzo era stretto e l’autobus troppo lungo. Sfilò le due corsie sbattendo contro il guardrail tranciato senza sforzo da paraurti ruote. Bastò un istante per scivolare giù dal terrapieno. L’autobus si ribaltò impastando il suo contenuto di urla e carne, seggiolini e lamiere, schizzi di vetro e fluidi umani. S’era fermato di schianto sull’argine del fiume per poi rotolare indietro di qualche metro fino a fermarsi del tutto. Sprofondato tra l’erba alta e la terra inzuppata, somigliava ad una grossa scatola di cioccolatini accartocciata buttata lì da un gigante di passaggio. Tra le lamiere ritorte e il fango si udì qualche grido, poi più nulla.

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