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Stai leggendo: "Braccato" di Quinto Moro

parte III

15 gennaio 19xx

Stanco. Fiaccato e depresso. Un senso di prostrazione mi toglie le forze, come malato di una malattia che non dà febbre o dolori fisici. Due giorni senza un sonno che possa dirsi tale. Nel dormiveglia i tormenti del senso di colpa per aver abbandonato mia moglie e mio figlio. Dolce Dalia, perdonami se non riesco quasi a ricordare il tuo viso! Di colpo mi appare smagrito e pallido, i capelli grigi e le orbite nere e scavate.

È come non avessi più ricordi, man mano che avanzano le ore lo sfinimento del corpo si unisce a quello dei nervi a fior di pelle, e sempre più addentro al pozzo scuro di questo malessere, come radici che cercano di abbeverarsi mentre in superficie non ci sono che rami secchi. L’inedia ha i suoi effetti sulla ragione. Quanto è inutile accumulare ricchezze se queste si esauriscono nel momento di massimo bisogno, o se non vi è possibile accedervi. Non dovrebbe esserci un senso di riconoscenza nella società e nella legge sempre servite e rispettate? Non c’è. Ma quest’uomo non merita di soccombere all’ingiustizia di un destino afflitto da demoni soprannaturali. Né d’essere abbandonato. E se il mondo sempre servito e difeso è capace di abbandonarlo con tale disprezzo…

 

16 gennaio 19xx

Mi sono addormentato sul marciapiede come un barbone. Che crudele clemenza mi offre il cielo se alle giornate miti questi gennaio mostra nottate tanto brevi e docili nel tiepido abbraccio delle tenebre. Il cielo è limpido e ci sono scarse nubi. Non ricordo inverni così caldi in tutta la mia vita.

Devo avere un aspetto orribile. E che fame.

Sento gli occhi del mio nemico addosso. Meglio andar via.

 

Pomeriggio.

Pancia piena finalmente. Non tanto, ma basta. E pure lindo come un gentiluomo, almeno nei vestiti. Sono fiero di me, benché dovrei provare vergogna per ciò che ho fatto. Di necessità virtù, questo deve fare un uomo, e se questo incubo finirà prendo impegno a ristabilire ogni torto fatto quest’oggi. Mi sono intrufolato in un mercatino dei quartieri bassi, pieno di cassette di frutta e straordinarie ceste di dolci fatti in casa, ma il mio aspetto attirava gli sguardi truci di soggetti anche più lerci di me. Ho dovuto impegnare il mio orologio, le mie scarpe, abito e soprabito per un completo decisamente più squallido ma pulito. Avrei potuto usare il denaro per affidarmi a una tintoria e concedermi un pasto decente ma devo essere più lungimirante, guardare oltre i bisogni dell’oggi. Questi brutti abiti sono costati quanto una manica della mia giacca è vero, ma ora posso mescolarmi tra la folla. Potrei passare per un operaio nel giorno di licenza, senza i miei begli abiti troppo signorili e troppo lerci a distinguermi.

Con indosso i vestiti puliti non mi potevo riconoscere, una signora mi ha sorriso dalla vetrina di un negozio. Tranquilla cara Dalia, significa solo che tuo marito ha nuovamente un aspetto cristiano, e perdonami se ho impegnato l’orologio che mi regalasti non so più quanti anni fa. Tutto sembra lontano nel tempo e sono sempre sul punto di cedere, tornare a casa e circondarmi di amici, giudici e avvocati, ma temo non servirebbe a niente. Dovrei ingaggiare stregoni ed esorcisti per sfuggire a questo incubo. Sei sempre stata una donna pragmatica e so che mi riconosci lo stesso talento, perciò credimi se dico che questa è la scelta migliore, almeno per il momento. Tu stessa avresti venduto quell’orologio ed ogni cosa a te più cara per darmi l’opportunità di salvarmi e coltivare il pensiero di ritrovarci se mai finirà l’incubo. Se non altro, dopo lo sconforto di ieri, ho recuperato la determinazione che mi appartiene.

Continuerò a scriverti fintanto che ne avrò l’opportunità. Spedirò questi appunti domani, sperando che ti trovino in salute. Vorrei non ammorbarti con le mie disgrazie. Scriverti mi aiuta a mantenere viva l’idea di un contatto, anche se non posso più sentirti, ascoltare la tua voce o avere da te qualunque risposta. Vorrei decidermi a lasciarti indietro, anche per la mia sanità mentale, poiché quando non sono nell’ansia della fuga o nauseato dai morsi della fame, il pensiero di non averti con me e poterti parlare mi abbatte. Mi impegno a mantenere il mio spirito forte, anche per te.

 

 

22 gennaio 19xx

Da dove cominciare? Vorrei un robusto whisky per raffreddare i nervi e scaldare il sangue raggelato dopo questa giornata. Ancora vivo. Ebbene sì. Vivo e triste d’aver avuto ragione. Non potevo sbagliarmi? Non potevo essermi crogiolato in un brutto incubo, affannando per risvegliarmi in tutti questi giorni? No, dovevo avere ragione, e che io sia maledetto per questo. In effetti lo sono, ad essere inseguito da questi demoni. Perché uno non bastava, no. Adesso ce ne sono due!

Negli ultimi giorni ho studiato i quartieri di questa cittadina, per familiarizzare coi volti dei negozianti e conquistarmi la loro fiducia facendomi vedere in giro, scambiando qualche parola cordiale con la promessa di affari futuri. Sono così riuscito a sottrarre alle bancarelle qualche frutto e qualche dolce, accalcandomi tra le signore che li distraevano con le loro ciance, per poi comprare una o due cose coi pochi spiccioli ricavati dall’orologio. Con una modesta spesa sono riuscito a nutrirmi piuttosto bene, e considerato i prezzi a cui i mercanti acquistano e a quanto rivendono, unendo i miei furtarelli a quanto ho acquistato, direi di aver arrecato poco danno alle loro casse.

Mi sono più volte recato alla sartoria per abiti da donna, che importa anche abiti maschili preconfezionati. Sono andato a provare abiti delle misure sbagliate per un paio di giorni di fila, mostrandomi incontentabile benché avessi già messo gli occhi su un abito molto elegante, per quanto di stoffa scadente.

Mi sono sforzato di non lasciare questo quartiere nella convinzione che il mio nemico mi avrebbe raggiunto come ha fatto le altre volte. Così è stato. Questa mattina ho scorto il soprabito e i lineamenti sfuggenti e biancastri del mio inseguitore. Quell’indistinto scherzo di pelle mal stirata sulle ossa del volto deforme continua a darmi i brividi. Non ci si può abituare a certe cose. L’ho attirato presso la sartoria e, come negli ultimi due giorni, mattina e pomeriggio, ho chiesto di misurare dei vestiti. La padrona, che mi riteneva ormai un caso disperato o un totale perdigiorno, si è stupita nel vedermi inforcare quel bell’abito con tale decisione. Ho visto nei suoi occhi lo stupore per la trasformazione del mio aspetto, moltiplicato per tre quando ho pagato senza battere ciglio, aggiungendo al corredo un magnifico bastone con la testa di cigno per manico. Nel complesso un importo modesto, ma che rappresentava la totalità delle mie residue sostanze! Non ho potuto fare a meno di pensare all’orologio della mia povera Dalia. Comprando il bastone le mie speranze di recuperare l’orologio si sono ben ridotte, ma quando l’ho stretto tra le mani e ho guardato il becco d’ottone del ciglio tutto è sembrato avere un senso. Tutto il vagabondare di questi giorni, questa vita da fuggiasco, i sacrifici dello stomaco vuoto e del guardarsi le spalle, dormire con un occhio sempre aperto e svegliarsi ad ogni ora solo per essere sicuro d’esser vivo. Quel bastone era la robusta lancetta per l’ora della verità.

La sarta non ha fatto obiezioni alla mia richiesta di poter uscire dalla porta sul retro del negozio, le ho scorto negli occhi e ai lati della bocca un che di malizioso, come pensasse al mio come il travestimento di un fedifrago, che si camuffa da ricco e striscia tra i vicoli per andare a trovare qualche prostituta. Era così palese dallo scambio di sguardi con le sarte che a stento hanno soffocato risatine maliziose. In ogni altra situazione mi sarei sentito offeso e irritato, ma la tensione assorbiva tutto il resto. Ho passato giorni ad esplorare i sozzi e bui anfratti tra i palazzi, memorizzando le svolte d’ogni vicolo, i doppi ingressi, le uscite di servizio. La sartoria era il luogo perfetto, dopo la macelleria. Dovendo approfittare della pazienza di qualcuno è stato ovvio scegliere tra azzimate sarte armate d’ago e filo rispetto a corpulenti macellai sporchi di sangue e armati di mannaia. Una mannaia sarebbe stata meglio d’un bastone contro il mio nemico, ma mi immaginavo già fatto a pezzi dal macellaio nel tentativo di sottrarla. Per quanto l’esasperazione e l’angoscia a cui sono stato portato da quell’essere misterioso mi porti a desiderarne la morte, non credo sarei capace sopraffarlo, sebbene sia ormai chiaro che questa tortura non potrà che concludersi in un solo modo – è la prima volta che mi costringo ad ammetterlo! – con la sua o con la mia morte. Sempre che quell’essere sia in grado di morire.

Sono uscito dal retro della sartoria rinvigorito e determinato, miracolo degli abiti eleganti su questo corpo stanco, e grazie all’idea d’essere io quello armato e pericoloso. Ho rialzato il bavero per coprire il collo e la bocca, nascosto il bastone sotto il soprabito. Ho atteso tanti minuti quanti il perduto orologio non avrebbe potuto contarne, finché ho sentito la porta sul retro della sartoria aprirsi, ed eccolo lì il mio nemico, darmi bellamente le spalle. Quanto poco è bastato per sorprenderlo!

Benché abbia messo tutte le mie forze nella bastonata sono riuscito solo a stordirlo. Mi aspettavo di vederlo cascare come una pera cotta, nella vana speranza che fosse umano. Ha incassato il colpo magnificamente, ha barcollato in avanti e si è volto a me. L’ombra del vicolo non bastava a nascondere quel volto da bestia, con la mascella grossa e prominente da cane infernale. Confuso per il colpo subìto o forse dal mio mutato aspetto, il maledetto non mi ha riconosciuto subito. Ho cercato di colpirlo nuovamente ma con gesto deciso ha afferrato il bastone e me l’ha strappato di mano. Le sue spalle erano grandi, ampie, più di com’erano sembrate nell’aggressione notturna tra i campi.

Mentre brandiva il bastone già m’immaginavo infilzato su una picca, con la testa di cigno a cibarsi di quel che resta del mio cervello. Ho trovato la forza per gridare, non ricordo se una minaccia, una domanda, o una supplica. Sono fuggito, con buona pace della mia fugace fierezza bellicosa. Il mio inseguitore arrancava nella strettoia tra i palazzi, con le spalle troppo larghe a rasentare i muri. Ma neanch’io potevo correre. Inciampavo tra le immondizie e quando potevo sentire il tepore del sole e quasi toccare quella sottile striscia di luce in fondo al vicolo, eccolo il secondo demone! Tale è stata la disperazione che gli sono andato addosso, aprendomi il varco che bastava per raggiungere la strada, spremuto tra il muro e quel corpo che aveva forma e odore familiare, la stessa forma e lo stesso odore sentiti su quel campo nella notte. Questo l’ho capito più tardi, ripensando all’accaduto, nell’evidenza che i demoni si sono alternati nell’inseguimento, ed ecco spiegata la loro onnipresenza, ed ecco anche spiegata la velocità sovrannaturale nel raggiungermi da un capo all’altro di una strada, di una città, di tutto il Paese!

Non è l’ubiquità o la velocità del fulmine l’orrido talento del nemico. Dove pensavo ce ne fosse uno ce ne sono due, e dove ce ne sono due chissà. Non sono umani e dei loro poteri non posso essere certo. Non vorrei essere così stolto ad immaginarli più deboli di quanto non siano. Paiono più interessati a braccarmi che catturarmi, ma ogni volta arrivano più vicini.

Sono corso giù per la strada, cadendo direttamente in braccio a due poliziotti. Ho cercato di spiegar loro ch’ero stato aggredito e inseguito, travolto dal terrore che i miei inseguitori fossero invisibili agli occhi dei miei salvatori. Uno degli agenti ha cercato di calmarmi e mi ha trattenuto mentre il secondo andava incontro ai miei inseguitori, senza esitare: li vedeva anche lui! Ho gioito per un istante, nel conforto di non sentirmi pazzo, ma quest’idea mi ha solo gettato in un’angoscia più grande.

I demoni si sono fatti incontro al poliziotto, sagome nere come la notte contro il sole del pomeriggio che allungava le ombre ai loro piedi, trafiggendo la carne e trapassandola come artigli di spettri. Il demone più alto brandiva il mio bastone. La testa di cigno, il becco d’ottone, ha scintillato per un attimo al sole e mi ha accecato. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti il cigno s’era fatto condor e si abbatteva con violenza sul volto dell’uomo. Io gridavo, additando i fiotti di sangue e chiamando aiuto, aggrappato al braccio dell’altro poliziotto come bimbo. Poi il cadavere sul pavimento, il bastone lasciato cadere ai suoi piedi. Il sangue scorreva copioso sulla china della strada, accompagnando il passo dei demoni che avanzavano a strapparmi dalla stretta del poliziotto rimasto per poi avvolgere lui nei loro soprabiti, consumandolo come un boa consuma un cinghiale tra le viscere, rimpicciolendolo sino a svanire con suono di ossa rotte e masticar di viscere. Atterrito, indietreggiavo. I primi passanti notavano il cadavere a venti passi da me, ed eccoli raccogliere il bastone e additarmi come ci fosse scritto il mio nome. Urla e fischietti. Altre divise, nere, e il mio abito da nero a bianco, coi polsini di ferro a legarmi stretto davanti agli occhi furoreggianti del giudice che pronunciava la mia condanna a morte. Il patibolo in piazza era stato montato la mattina presto. I due boia, uno incappucciato di nero e l’altro con bende da ospedale lerce di sangue e fuliggine, mi portavano a braccia. Lo smilzo scioglieva dal volto le bende, annodandole nel cappio della mia forca. Il volto ora svelato, rigato da solchi profondi, era quello del mio inseguitore. Il suo corpulento compare si levò il cappuccio e me lo infilò in testa, dandomi solo il tempo di vedere ch’era lui, l’altro demone.

Soffocavo. Soffocavo perché il fiato non conteneva più il grido e quand’ho riaperto gli occhi niente era successo.

Stavamo ancora lungo il viale col sole che disegnava tutto in giallo e nero, io, i poliziotti, e i miei inseguitori. Un baffuto omuncolo mi faceva aria col suo cappello e mi tamponava la fronte con un fazzoletto. A pochi passi da noi, i demoni confabulavano con l’altro uomo in divisa, che annuiva severo lanciandomi occhiate arcigne.

Ho provato a dire qualcosa. I demoni stavano corrompendo il poliziotto. Non col denaro. Lo corrompevano come si corrompe la mente degli ossessi e la carne dei malati. Mi sono rialzato ma ero consumato, infiacchito e fragile. Le mie poche speranze morivano in quegli sbirri di strada, certo non i più illuminati tra gli uomini, né i più adatti a risolvere casi ingarbugliati come il mio.

Ero come rimpicciolito e la pendenza della strada dava al poliziotto e ai miei nemici le fattezze di una valanga. Si avvicinavano a passi misurati ma lesti. Sembravano ora tre malviventi uniti nello scopo: lo sbirro al centro che già brandiva il manganello, il mio carnefice corpulento aveva mani portentose che pareggiavano in minaccia il bastone brandito dal compare smilzo. Le loro ombre lunghe già mi afferravano i piedi ma non riuscivo a fuggire, stordito dalla visione di prima dovevo riprendere contatto con la realtà, con gli odori e le forme. Volevo scorgere la verità vera nell’aspetto dei miei inseguitori, nei loro contorni sfuggenti che non erano di fumo o fantasia, ma della stoffa dei vestiti e la carne di mani e facce. Il più grosso camminava ingobbito, come non sostenesse il peso delle sue stesse spalle, coperte dalla criniera d’un pellicciotto di pecora nera. Il demone smilzo era più squadrato nel soprabito avvolgente che gli faceva le spalle puntute. Le mani erano pallide e sottili, il volto spigoloso manteneva intatta la deformità, i solchi e le aperture come di orifizi tenuti chiusi da un filo invisibile. Sì, erano reali. E avevano fattezze umane. Ma solo per imitazione.

Non ero più solo io ad aggrapparmi al poliziotto, era lui a stringermi le braccia con uguale forza, come se lo sguardo penetrante dei demoni l’avesse stregato. Stava per ammanettarmi e non so più con quali forze sono riuscito a respingerlo, per scappare, ancora, nel baluginare del sole sul fiume che scorreva muto sotto di me. Ho scavalcato il ponte e mi sono gettato. Era l’unica soluzione. La corrente era forte, ma l’ho accolta come il salvifico abbraccio della Provvidenza, ed ecco nascermi in petto un barlume di speranza, se dalla corrente non ricevetti il soffocante abbraccio del gelido inverno. Forse ero io, così raggelato nel corpo e nell’animo, a non poter sentire più freddo di così.

Quest’assurda fede nella Provvidenza mi accompagna anche ora. Dopo aver perduto i sensi – così credo – durante la deriva lungo il fiume, mi sono risvegliato in riva, avvolto in una coperta di melma e sterpi. Era notte fonda ma l’aria era tiepida, quasi calda nonostante fossi fradicio, e la luna piena m’indicava il sentiero per una casetta di campagna dalle luci accese. Ho creduto d’essere morto finché non ho bussato alla porta e mi sono visto salutare dagli occhi neri d’una doppietta. Fossi stato accolto da arcangeli e cherubini avrei avuto la certezza del paradiso, e quel vecchio dalla faccia ispida non era abbastanza terribile da farmi pensare all’inferno.

Ero troppo stanco per alzare le mani, e curiosamente solo allora, pesanti come le sentivo, abbandonate lungo i fianchi, ho sentito qualcosa di ancor più pesante nella tasca. Ho infilato la mano e ho sentito il metallo della pistola. Sono stato sul punto di abbandonarmi ad un’invocazione al cielo, poi ho rivissuto in un lampo la colluttazione col poliziotto prima di gettarmi nel fiume. Gli ho strappato la pistola, ma travolto dalla frenesia non ho avuto la lucidità di rivolgere l’arma contro i miei inseguitori. O contro me stesso. A questo punto non so cosa dovrei fare.

Ho fatto irruzione in questa casa. Per mia fortuna, il fucile del vecchio non era carico. Ho chiuso lui e la moglie nella camera da letto al piano di sopra. Ho promesso di non fargli del male. Mi hanno coperto di insulti. Venire accolto, ospitato e nutrito, mi avrebbe dato dato quel genere di speranza che ti fa credere che alla fine tutto andrà per il meglio. Non sarà così. E’ questione di tempo prima che mi trovino. Se prima ero braccato solo da due esseri infernali, ora ci si metterà anche la polizia. A quale tribunale potrò mai spiegare il mio comportamento, il mio stato?

Ho scritto questi appunti su un vecchio quaderno, ricettario della mia anziana ospite. Non ho la forza di mangiare, leggere il nome dei cibi sembra calmare la fame nel ricordo dei sapori. Lo schema di quantità mi culla nella concretezza della matematica che mi dice come a tutto ci sia una spiegazione. Il breve racconto delle preparazioni mi ricorda che ogni risultato si può ottenere, pianificando. Sono qui da ieri ed ho usato le mie residue forze per raccontare questa storia. Un bizzarro testamento per un professore universitario. Un professore che non ha intenzione di arrendersi. Forse è qui che si terrà la mia ultima difesa. Mi troveranno come hanno sempre fatto. Mi troveranno pronto.

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