Stai leggendo: "Il Cattivo" di Quinto Moro

 

3.

 

Il Guardiano l’aveva costretto sul tetto. Il Manciuriano se ne stava in bilico sul cornicione, ingobbito e curvo, aggrappato alla sua picca a doppia lama rotante. Una lama era rimasta danneggiata nello scontro, ma poteva ancora farcela. Bastava mettere a segno un colpo, soltanto uno, squarciare la pelle del Guardiano sarebbe stato un trionfo. Insufficiente, ma comunque un trionfo. Non era sicuro che il Guardiano si potesse ferire. Tutti i marchingegni progettati dal Manciuriano negli anni si erano rivelati inefficaci contro lo strapotere fisico del Guardiano.

“Fatti sotto boy scout” sibilò il Manciuriano.

Il Guardiano puntava il dito accusatore come fosse un’arma: “arrenditi!”

Le sirene in lontananza squarciavano in lampi azzurri la notte scossa dai tuoni.

La pioggia, pensò il Manciuriano, era lì per loro. La preveggenza del cielo l’aveva colmato di lacrime per l’uno o per l’altro, perché quello era il giorno, quello il momento: il Guardiano balzò ad afferrare il collo del Manciuriano. Se solo avesse completato il guanto in tempo! Ma stava soffocando e la vista gli si annebbiava. Restavano chiari i suoi: le sirene che aveva sovrastato i suoni, si facevano ora sovrastare da suoni acuti, incalzanti e meravigliosi. Spari! Il collo del Manciuriano, ormai ridotto a un fuscello in balia della stretta del Guardiano si torse a guardare: nello spiazzo antistante il suo covo violato dalle pattuglie degli sbirri, un esercito di uomini sbucava dalle ombre e dai cespugli, assaltando le volanti e crivellando gli agenti in una festa di schizzi di sangue.

“Finalmente” disse il Manciuriano con un occhio commosso alle bande del Gran Consiglio Criminale, finalmente giunte in suo soccorso. Il Guardiano stupito dagli spari allentò la presa e si sporse a guardare la battaglia, istupidito.

“Tanto è troppo tardi” disse il Manciuriano. Sentiva la pioggia penetrare i vestiti e la pelle, gonfiandolo come una spugna. Non riusciva più a muoversi, il corpo spezzato, afflosciato su se stesso. Era immobilizzato e inerme, ma non il suo dito, quel grassoccio pollice escoriato e violaceo che come un condottiero sfinito aizzava le altre dita stanche a risalire lungo il torace, in prossimità d’un tasto rosso brillante. Il vento e la pioggia, anch’essi sgomenti, sbatacchiavano i vestiti logori sul torace del Manciuriano, scoprendo i fili e le cariche di esplosivo. Il Guardiano fece per avventarsi ancora su di lui, ma era davvero troppo tardi.

Avvampando, il corpo del Manciuriano era diventato più grande e potente del suo nemico. Era diventato più veloce di lui: i brandelli del suo corpo schizzavano in cielo, le carni consumate in braci divine ed ultimi a consumarsi i denti, meteore allineate e scintillanti nell’ultima risata.

La risata era piena e alta. Aveva ancora orecchie per sentirla ma con gli occhi arsi non c’era più luce. Erano rimasti anche i polmoni, li sentiva gonfiare nell’esultanza. Il ricordo della pelle e del guscio corporeo sopravviveva.

Gli ci volle una buona mezz’ora per capire che era vivo. Le funzioni corporali rianimavano le pendici del corpo e li odori lo riportarono alla coscienza d’esser chiuso nel cunicolo dove s’era addormentato. Ricordò gli sbirri sotto casa, la paura che scoprissero il suo covo.

Il Manciuriano strisciò fuori dalla botola. Niente volanti della polizia. Tornò a lavorare di gran lena sul guanto, per poi ricordarsi del sogno, della picca a doppia lama rotante: un’arma difficile da realizzare ma con un ottimo potenziale. Buttò giù lo schizzo per una motospada, più leggera e maneggevole d’una comune motosega. Poteva costruirne due, una per ciascuna mano. Passò così il resto della giornata, a fare nuovi progetti e oliare e saldare quelli vecchi. Uscì a sera tarda per imbucare le solite lettere ai domicili conosciuti dei grandi boss della città, e a quelli meno grandi. Coi giusti finanziamenti poteva mettere la città a ferro e fuoco! Calcolava mentalmente quanti sbirri abbattere con ogni arma immaginata, anche se l’obiettivo principale restava sempre lui: il Guardiano.

 

4.

Di nuovo mattina e non aveva dormito. Il Manciuriano sonnecchiava esausto aprendo gli occhi ogni tre respiri. Il guanto lo teneva sveglio. Era riuscito a completarlo e voleva abituare il braccio al suo peso. Pompava il bicipite piegando su e giù, facendo forza con le dita a misurare la stretta per poi farlo riposare sul banco da lavoro zeppo di cianfrusaglie. Chiuse gli occhi ma non riuscì ad addormentarsi. Qualcosa lo disturbava, un grattare insistente e molesto.

“Ratti maledetti” sussurrò il Manciuriano. Aveva sempre desiderato ammaestrarne uno, ne aveva anche catturati diversi, ma nessuno abbastanza sveglio per fargli da aiutante. Aveva fatto tali e tanti sforzi alla ricerca di un buon ratto che, a furia di vederli traditi, aveva sviluppato per loro un certo odio. Era un odio incostante, con quella fiducia di fondo nel non dover mai rinunciare all’idea di un fido compagno, e l’ira di non trovarlo a fargli inventare metodi nuovi per uccidere le dannate bestie. Aveva iniziato ad appendere i ratti per la coda col fil di ferro. Tutti troppo stupidi a voler rosicchiare il metallo, con alcuni testardi che c’erano quasi riusciti. Quello tanto coraggioso tra strapparsi la coda a morsi per potersi liberare, oh, quello sì sarebbe stato un brillante aiutante, degno di sedere sulla sua spalla.

Il grattare continuava, più intenso. Doveva essere grosso come un coniglio o un maiale per fare tanto rumore. Qualcosa – o qualcuno – cercava di introdursi nel covo tra le pieghe delle pareti di lamiera ritorte in un qualche angolo.

Il Manciuriano afferrò un bastone e sorrise della sua idiozia: il guanto scintillava nella sua mano moltiplicando la sua forza di dieci volte. Era ora di collaudarlo. Si diresse verso il rumore, recuperando lucidità in fremiti di adrenalina. Una piccola figura strisciava arrancando tra le lamiere. Stava per afferrare quella nuca esile e stroncarla con un colpo netto quando il volto piccolo e ovale con vispi occhietti da cerbiatta lo paralizzarono in un incantesimo.

“Felipe!” squittì una vocetta.

Quella parola fu per il Manciuriano come una sberla in pieno volto, una doccia fredda e un insulto.

“Non chiamarmi così!”

“Metti giù quell’affare” fece la donnina impettita additando il guanto “un altro marchingegno infernale?”

“Il mio capolavoro” rispose lui tronfio.

“Perciò non sei tornato a casa stanotte?”

“Casa mia pullulava di sbirri, vuoi che mi arrestino?”

“Servirebbe a farti tornare in te?”

“Io sono in me”

“Te al momento è un pasticcio di carne grassa per una dieta sregolata, avvolta in un camice lurido, con un contorno di barba sporca e quel po’ di capelli che ti restano, bisunti da far schifo!”

“Non trattarmi con condiscendenza!”

“Sicuro di sapere cosa voglia dire? Ho finito di assecondare le tue follie, guarda dove siamo finiti, con te che te ne stai in questo tugurio”

“Il mio covo!”

“Un covo di ratti, ed eccoti qua, con la mano incastrata in una trappola per topi”

“Questo è il mio guanto d’acciaio!”

La donnina, un quarto della massa complessiva del corpo del Manciuriano, lo fissava con un misto d’ira e noia.

“Torna a casa”

“Non dirmi cosa fare, non sei mia madre né mia moglie”

“Grazie a Dio”

“Torna tu a casa, o forse dovresti trasferirti, perché presto verranno a cercarti come sono venuti a cercare me!”

La donna chiuse gli occhi, fece un lungo respiro e, cacciata la mano nella borsa, sfoderò la busta bianca come fosse una pistola. “Aprila” disse.

Il Manciuriano la prese, ma tra una mano sporca di grasso e l’altra avvolta nel guanto d’acciaio ebbe non poche difficoltà ad aprirla. Alla fine si arrese.

“Avanti, dimmi di che si tratta”

La donna sfilò il foglio dalla busta ma non lo lesse nemmeno, conosceva già il contenuto.

“Loro non ti vogliono! Hai fatto troppo casino, perché un’organizzazione criminale dovrebbe volere uno come te che si mette a fare attentati a casaccio? Per attirare l’attenzione? Quella è gente che se ne sta nell’ombra, a gestire i suoi affari in silenzio”

La donna gli sbatté sotto gli occhi la lettera e il Manciuriano la lesse. Ogni frase era una stilettata al cuore. Diceva che non volevano avere nulla a che fare con lui. Troppe volte i suoi atti vandalici avevano riempito le pagine della cronaca cittadina. Il Gran Consiglio del Crimine li giudicava insulsi, fuori luogo, dannosi per gli affari.

“Tutto ciò che ho fatto” disse il Manciuriano a se stesso “quello che ho fatto per farmi notare ha finito per farmi evitare da tutti loro. Ma come altro potevo?”

“Non sei un criminale. Sei mio fratello Felipe. Devi solo mettere la testa a posto. Ti troveremo un lavoro, un lavoro vero, dove potrai fare quello che ti piace”

“E’ follia!” ruggì lui “tu puoi scoparti un boss della malavita e io non posso entrare nel giro?”

La donna gli tirò una sberla con tutta la forza che aveva in corpo.

“Mio marito non è un boss della malavita, mettitelo in testa”

“E’ un avanzo di galera. L’unica differenza tra me e lui è che io non mi sono mai fatto beccare!”

La donna lo colpì ancora più forte e il Manciuriano barcollò indietro. Cercò di carpire il segreto di quella minuscola compagine di ossa e pelle bianchicce, l’acciaio era certamente più morbido. Se avesse preso a modello la mano di sua sorella, avrebbe progettato un guanto ancora più potente.

“Nessuna giuria ti condannerà” sospirò la donna “hai bisogno di aiuto”

“Non voglio l’aiuto di nessuno” disse il Manciuriano.

“Bugiardo” disse la sorella sventolandogli sotto il naso la lettera “il loro lo volevi”

Il Manciuriano allungò la sua mano sinistra – così umana, sporca e debole – per raccogliere la lettera e leggerla.

Caro Manciuriano, il nostro Consiglio bla bla bla, ci dispiace comunicarle bla bla bla, non siamo interessati bla bla bla, troppi guai bla bla bla, armi inutili bla bla bla.

Ogni frase gli spezzava il cuore. Era incredibile come una grafia tanto gentile e pulita riuscisse a risultare tanto spietata. Se invece di scrivergli si fossero limitati a ficcare la penna nella sua pupilla non gli avrebbero fatto così male.

Fissò il suo guanto, sentì le dita scattare. I propulsori idraulici erano scattati come se avessero preso coscienza di sé. Le dita stritolarono insieme il foglio e il banco da lavoro.

“Tu!” grugnì il Manciuriano “l’hai scritta tu!”

Il guanto scattò al collo di sua sorella: una minima pressione per far esplodere giugulari e muscoli, una stretta supplementare per frantumare le vertebre e staccare la testa dal corpo. Bastava volerlo.

“Ho riconosciuto la tua calligrafia. Mi hai sottovalutato sorella, e mi hai ingannato. Perché?”

“Torna a casa” fece lei, soffocando.

“Hai chiamato tu gli sbirri. Quei bastardi sotto casa mia. Mi hai denunciato”

“Torna…”

La donna perse i sensi, e con gli occhi di lei che si chiudevano si chiusero pure quelli del Manciuriano, come se a stringere il collo si sua sorella soffocasse se stesso. Rotolò su se stesso e finì lungo disteso: una sagoma mastodontica e possente lo sovrastava. Il volto inflessibile e la mascella scolpita giganteggiavano tra spalle arcuate e straripanti. Era il Guardiano.

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