Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro
2. Ascensione
“E’ ancora molto lunga?” chiese Alessandro.
“Sì” rispose il capofila “è ancora molto lunga.”
“Credevo sarebbe stato più facile.”
“E perché?” disse Rufo “ha detto che ci portava con sé, mica che era facile.”
“In realtà doveva portare me, non te” poi Alessandro, rivolgendosi al primo scalatore “Maestà, perché Rufo è con noi? Non hai sentito come ti scherniva?”
“Chiamami col mio nome” disse il capofila.
“Ti chiamo Maestà, non hai detto d’essere un re?”
“Hanno detto che lo avevo detto. Non è la stessa cosa. I miei amici mi chiamavano Jesù.”
“Siamo amici dunque?” chiese Alessandro.
“Siamo morti insieme” disse Rufo.
“Questo non ci rende amici” obiettò Alessandro.
“Compagni di sventura allora” disse Rufo “ma dimmi, siamo davvero morti? Irrimediabilmente e definitivamente?”
“No” disse Jesù “cioè sì. Insomma, più o meno.” Il tono s’era abbassato, la voce roca.
“Certo non abbiamo smesso di faticare” disse Rufo continuando a scalare.
“Hai detto che sarei stato con te in Paradiso” insisté Alessandro “se è lì che andiamo, perché Rufo è con noi?”
“Lui l’ha chiesto” disse Jesù “salva te stesso e anche noi, così ha detto.”
“Ma lui ti ha insultato!” s’indignò Alessandro.
“Non è vero” disse Rufo “tu sei stato un paraculo, io sono stato sincero. Se stanno per ammazzarti che fai? Non speri di cavartela sino all’ultimo? Hai detto quel che hai detto sperando che la qui presente Maestà fosse chi diceva di essere.”
“Se stiamo scalando le porte del Paradiso forse ho fatto bene” disse Alessandro.
“Sei stato un paraculo sino all’ultimo respiro, sempre pronto a fare il pentito nel caso qualcuno voglia farti la grazia. Venderesti tuo fratello per uno sconto di pena.”
“Cosa che in effetti ha fatto” disse Jesù.
“Cosa?” strillò Rufo oltraggiato “sei stato tu a vendermi?”
“Ma no!” fece Alessandro.
“Ma sì” disse Jesù “perché mentire, ora che gli affanni della carne sono alle vostre spalle? Liberatevi dal peso delle menzogne, scalerete più leggeri.”
Rufo s’attaccò alla caviglia del fratello per tirarlo di sotto. “Sei un bastardo.”
“Siamo fratelli, perciò lo sei anche tu” disse Alessandro “e lasciami il piede!”
“Dovevo immaginarlo, chi altri poteva sapere? Come hai potuto tradire tuo fratello?”
“All’improvviso gli credi?” strillò Alessandro “questo qui blaterava d’essere il Figlio di Dio, è un bugiardo patologico, ecco perché l’hanno messo a morte.”
“Hai visto dove siamo?” fece Rufo ormai appeso a due mani alle caviglie del fratello “è uno che dice la verità, la Verità con la V maiuscola, brutto stronzo.”
“All’improvviso tutto quello che dice è giusto?”
“Piantatela o rispedisco i vostri culi miscredenti nella fossa comune” disse Jesù.
Il tessuto del cielo vibrò e si scosse. L’aria s’era fatta pesante e i due ladroni sembravano sul punto di precipitare nell’oscurità del monto avvolto nella notte. La forza di gravità si manifestò in un risucchio selvaggio che riempì i loro cuori – o quel che ne restava nella proiezione evanescente delle spoglie mortali. Rufo era appeso alle caviglie del fratello, Alessandro con le dita avvinghiate a quel selciato verticale che sembrava soffiargli addosso, strappandolo alla presa. Entrambi ebbero paura ma una serenità sconosciuta li avvolse quando, per la prima volta dall’inizio della scalata, lo sguardo di Jesù si posò su di loro.
“Alessandro” disse Jesù “hai consegnato a Pilato tuo fratello, sperando nella grazia per te.”
“Eri condannato alla forca” obiettò Rufo contro il fratello “che sconto ti aspettavi? Io potevo ancora cavarmela.”
“Si, per fartela con mia moglie.”
“La tua cattura era solo questione di tempo e sarebbe rimasta vedova” si giustificò Rufo “mi sono solo portato avanti col lavoro.”
Alessandro cercò di scalciare la testa del fratello ma la parete celeste vibrò sotto di loro costringendoli ad aggrapparsi per non cadere di sotto.
“Eravate entrambi peccatori” disse Jesù “ma potete ancora salvare le vostre anime.”
“Non siamo già salvi, ora che siamo con te?” chiese Alessandro.
Jesù indicò il sentiero sopra, sotto e intorno a loro. “Non ancora” disse “fate attenzione, che è ancora lunga.”
Ripresero ad avanzare. Solo Jesù conosceva la direzione, solo Lui vedeva il sentiero, e i ladroni potevano mettere le mani e i piedi solo dove li aveva già messi il primo scalatore, Jesù.
“Jesù” chiese Rufo dopo un lungo silenzio “se sei il Figlio di Dio, perché sei morto?” ma la domanda ebbe solo a prolungare il silenzio anche se qualcosa, un sussurro, vibrava leggero nelle corde di luce dell’aria rarefatta.
“Non era così che doveva andare” Jesù pensava tra sé e sé, ma rimuginando finì per dirlo a voce alta, quasi che quel pensiero ossessivo non potesse più stare contenuto e uscisse dalle crepe del suo malumore. Nel sentiero di luce, i suoni si spandevano diversamente dall’aria terrena, non avevano direzione e non erano più le orecchie a riceverli ma l’essenza tutta dei corpi ad assorbirli. “Non era così che il mio Regno doveva nascere” ripeteva Jesù “non così.” La voce era insieme dura e rotta, come schiocco di pietre, e tale la sua tristezza che nessuno dei ladroni ebbe da mostrarsi impudente.
La vibrazione nell’aria cresceva, accrescendo la tensione sospesa e amplificando il senso di vertigine degli scalatori. Sonagli. Uno schiocco e silenzio, seguito da voci infantili. Poi rintocchi di tamburi, lenti, riverberanti grevi e subdoli come voglie notturne e sudaticce, con la stessa cadenza crescente e lo stesso odore impregnante. Altri sonagli. Altre voci. Femminili. Canine. Belanti. Ululanti. Sfregar di ghiaia sotto i piedi, di sabbia ramazzata dall’uscio di casa.
“Ci avviciniamo” disse Jesù. Era l’unico a non provare inquietudine per quella che solo a lui appariva come una musica, stonata ma familiare. L’aveva udita nei sogni notturni, al termine delle estenuanti meditazioni sotto il sole cocente, nelle immersioni al fiume quando a faccia in giù, con le braccia aperte, galleggiava trascinato dalla corrente sino ai ricordi d’infanzia, rimbalzando in avanti quando le urla dei passanti lungo gli argini si facevano rissa e insulti. C’erano voluti anni per comprenderle, gli anni trascorsi tra l’imbarazzo del terrore per la raggiunta soglia di annegamento e la vista delle sponde deserte, popolate solo d’ombre e sterpi: le urla udite lungo il Calvario, una premonizione difficile da leggere ed accettare in quegli istanti di quasi morte sul fiume. Non le aveva comprese, non aveva colto l’enormità di ciò che gli doveva toccare – e che quel pomeriggio era infine accaduto. Jesù si chiese se, avendone contezza prima dell’evento, l’avrebbe sopportato meglio. Capiva solo ora che quei distacchi di coscienza erano visioni mandate dal Cielo, sinistre intuizioni del suo destino ingiusto, come frustate allo schiavo per abituarlo al giorno in cui la verga gli sarebbe stata fatale, come le bastonate al cane riottoso per educarlo al dolore anno dopo anno, in attesa del giorno in cui l’ultima bastonata avrebbe piegato la costola e l’osso trafitto il cuore.
“Lo sento” disse Alessandro, rallentando sino a fermarsi, paralizzato allo spandersi del suono. Le membra gli si irrigidirono, le mani si staccarono dal sentiero gelido e ricadde indietro. Rufo allungò la mano per afferrare il fratello, dimentico del desiderio di vederlo cadere. Alessandro era privo di peso, il suo polso come tessuto sfilacciato. Rufo udì la musica quando il suo corpo s’era già staccato dal sentiero.
“Saliamo” disse Jesù, senza voltarsi per non veder cadere i due ladroni, temendo che la loro caduta potesse trascinarlo, perché non era poi così certo che il Cielo volesse accoglierli – nemmeno Lui ch’era, o che aveva solo pensato d’essere, il Figlio di Dio. “Saliamo” ripeté con la voce ferma dei suoi miracoli. Non rallentò, ma sentì nuovamente il grattare di mani e piedi dei suoi due nuovi e indegni apostoli, tra un gorgheggio e l’altro degli assordanti e invisibili cugini del Cielo, quegli angeli che sulla croce immaginava sarebbero scesi a detergere il sangue sulla sua fronte, a spezzare la Lancia di Longino tra gli Osanna per la vergogna dei suoi carnefici. Ma nessuna mano angelica aveva fermato il colpo. Per un istante gioioso s’era creduto immortale, che la carne potesse schiudersi a liberazione dello spirito divino. Poi era giunto il dolore, quello vero, che aveva fatto d’ogni frustata e spina una carezza. Negli occhi nessuna luce né voci d’angeli come quelle che udiva ora. L’avevano lasciato lì a morire, e non s’erano prodigati a facilitarne l’ascensione. Fino all’ultimo aveva conservato la speranza che gli venissero incontro per condurlo al cospetto del Padre, con gli onori dovuti al martire di tutti i martiri. E invece niente. C’era solo Lui, o quel che di Lui restava, in forma di spirito ancora legato all’idea del suo corpo mortale, ancora attaccato al sé come la lebbra alla pelle del lebbroso. La vita pelle cadente, ma ancor viva e dolorosa nelle piaghe. Sotto di sé il monte Calvario echeggiava ancora delle urla e degli insulti che l’avevano accompagnato sino all’ultimo respiro. Percepiva ancora l’odore dei suoi carnefici e lo stuolo di spettatori dalle mani pulite e i cuori lordi, che le sole lacrime non avrebbero ripulito. Perché non s’erano ribellati? I romani non erano poi così tanti. Non avrebbero dovuto proteggere con la vita il Figlio di Dio, anche solo per l’egoismo d’una ricompensa? Sin dove la loro fede – se ne avevano – si doveva infrangere in un moto di giustizia e compassione per un torturato e mandato a morte senza colpa? Forse aveva predicato troppo bene la sua novella. Era stata tanto accecante la sua parola? Tanto forte la loro fede per il Figlio di Dio da obliare alla vista le sue sofferenze d’uomo? E se non aveva poi così tanti cari a volersi frapporre tra il suo corpo e la frusta, tra il suo corpo e la croce, aveva predicato il giusto?
Pensieri egoisti. Pensieri umani. Tutta la vita aveva cercato il distacco dall’uomo per accostarsi al divino che in lui viveva, quella condizione che per diritto di nascita gli spettava. Eppure, nella morte aveva fatto l’esperienza suprema dell’uomo. L’esperienza dell’ingiustizia, del rifiuto e del dolore. Cosa c’era di divino in lui, se era morto da uomo? Se era morto nel disprezzo. Nell’ingiustizia. Perché la mano dei suoi carnefici non era stata fermata in tempo, e perché all’istante della morte non s’era aperto il cielo come le acque del Mar Morto? Perché il sacrificio non era stato fermato all’ultimo come fu per Isacco, in manifestazione della benevolenza di Dio? Avrebbe voluto strapparsi i chiodi e scendere dalla croce, tuonando con la voce di Dio a far cadere le lingue forcute dei cosiddetti saggi che avevano cospirato per mandarlo a morte. Avevano chiesto a Pilato di salvare Barabba. Beati i poveri in spirito, così aveva predicato. Barabba, quel cretino, di spirito era certamente povero. Con che facilità le sue prediche gli s’erano rivolte contro. O gli uomini erano troppo imbecilli per mettere in pratica la sua parola? Se i dotti l’avevano mandato a morte e gli ignoranti s’erano limitati a guardare l’ingiustizia senza ribellarsi, cosa sarebbe rimasto di lui e del suo sacrificio?
No. Non era proprio così che doveva iniziare il suo regno. Né poteva, se chi padroneggiava la parola l’aveva volta in menzogna, qual fiele alle orecchie d’un prefetto romano nauseato al misero compito di cane da guardia ai confini dell’impero. Il problema, pensò Jesù, era il tempo. Troppi pochi anni per predicare e convertire il cuore degli uomini. Gli serviva più tempo. Più discepoli. Servivano ministri, emissari, non solo perdigiorno e ubriaconi. Servivano preghiere, salmi, carta stampata per i dotti e non solo ciance per gli incolti. Servivano templi e sì, perfino nuove Scritture. Quanto poco aveva costruito di tutto questo, niente! Era morto troppo presto, e con troppo poco seguito. Ora chi avrebbe predicato le sue gesta, i suoi miracoli? E quanto tempo sarebbe passato prima che il suo nome si confondesse con quello di altri profeti. Avrebbero esaltato il nome di Giovanni invece del suo? Lui sì che era morto come si deve, con la testa servita al banchetto di un re, non tra la polvere, insieme ai ladri. Che ricordo avrebbe lasciato di sé Jesù, umiliato tra i ladroni? Cos’avrebbero detto di lui le nuove Scritture, se aveva passato la vita a criticare gli scribi e i dotti? Ma questi erano pensieri da uomo, indegni del Figlio di Dio. La carne dell’uomo l’aveva ostacolato e persino ora che l’aveva perduta continuava a corrompere i suoi pensieri, deviandoli, costringendoli a una misura più misera della grandezza divina che gli spettava. Però. Però se avesse potuto metter mano alle Scritture, se avesse avuto più tempo.
>>> continua